La giustizia climatica ci sta più a cuore quando cogliamo il legame con altri problemi globali?
Il cambiamento climatico non impatta negativamente solo sull’ambiente, le temperature, la biodiversità e l’equilibrio degli ecosistemi naturali, ma anche sulla salute, l’economia globale, le migrazioni e i conflitti internazionali. Più è alta la consapevolezza pubblica rispetto a queste conseguenze sociali della crisi ecologica, più sembra crescere il consenso per le politiche di contrasto al cambiamento climatico e di risposta all’ingiustizia climatica. Un concetto, quest’ultimo, che definisce il problema per cui i Paesi che subiscono le conseguenze peggiori della crisi climatica sono quelli che meno hanno contribuito a causarla.
Questo è quanto emerge da uno studio attualmente in preprint condotto da Enrico Rubaltelli, professore al Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell'Università di Padova, e Giulia Priolo, ricercatrice postdoc al Department of Management, Society and Communication alla Copenhagen Business School. La ricerca si è basata sulle risposte di 400 persone residenti negli Stati Uniti a un sondaggio online.
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Gli autori hanno indagato, in particolare, un fattore chiamato connectedness (o “connessione causale”). Come spiega Priolo a Il Bo Live, “si tratta del livello di consapevolezza di un individuo rispetto agli impatti del cambiamento climatico non solo sull’aumento delle temperature e sulla frequenza degli eventi meteorologici estremi, ma ha anche su fenomenisociali su larga scala, che aumentano la crisi che stiamo vivendo”. “Il nostro questionario ha misurato la capacità delle persone di riconoscere il cambiamento climatico come un problema sistemico e globale”, aggiunge Rubaltelli, “Abbiamo perciò chiesto ai partecipanti di indicare in che misura, secondo loro, esso fosse connesso con problemi come la salute, l’economia e l’incidenza dei conflitti globali”.
Il questionario chiedeva inoltre a ogni partecipante di dichiarare il proprio sostegno a quattro ipotetici interventi di contrasto al cambiamento climatico. Il primo era una misura di adattamento che riguardava l’efficientamento dei sistemi di gestione e stoccaggio dell'acqua; il secondo concerneva la mitigazione e prevedeva la riduzione delle emissioni di gas serra in diversi settori produttivi. Gli ultimi due avevano a che fare con la giustizia climatica e riguardavano, rispettivamente, l’istituzione di un fondo di compensazione per risarcire i Paesi del Sud globale colpiti in modo sproporzionato dal cambiamento climatico e la cancellazione del loro debito pubblico, così da permettere loro di investire più risorse nelle strategie di adattamento.
Gli autori erano interessati ad approfondire soprattutto i fattori che possono indirizzare il favore del pubblico verso le politiche di giustizia climatica, mirate a ridurre la sproporzione di cui si diceva in apertura: quella per cui i Paesi ricchi e occidentali sono i principali responsabili delle emissioni climalteranti, mentre quelli che subiscono i danni peggiori (come il caldo estremo, le inondazioni e le desertificazioni) sono soprattutto quelli del Sud globale, che sono anche meno attrezzati per adattarsi.
Foto: Adobestock
“I risultati hanno mostrato che le persone con un maggior livello di connessione causale erano più propense a sostenere le politiche per il contrasto al cambiamento climatico, soprattutto quelle di adattamento e mitigazione”, riporta Rubaltelli. “Il supporto era invece decisamente più basso, in generale, per le politiche di giustizia climatica. Si tratta di un risultato che non sorprende particolarmente, dal momento che questo tipo di interventi sono finanziati da alcuni Stati ma vanno a beneficio di altri; perciò, i cittadini del Paese che investe non ne ricavano benefici diretti”.
Sembra, comunque, che aiutare le persone a migliorare la loro capacità di connessione causale aumenti anche il sostegno alla giustizia climatica. “La piattaforma che abbiamo utilizzato per il sondaggio ha selezionato casualmente metà dei partecipanti a cui sottoporre un testo da leggere prima di rispondere alle domande”, continua Rubaltelli. “Si trattava di un estratto di un report della Casa Bianca – redatto durante l’amministrazione Biden, ma che noi abbiamo presentato come bipartisan per evitare pregiudizi dettati dall’orientamento politico – che descriveva le interconnessioni tra cambiamenti climatici, immigrazione e conflitti. Il testo spiegava inoltre i motivi per cui le politiche per la giustizia climatica e il cambiamento climatico possono tradursi in un beneficio per ogni abitante del pianeta”.
Gli autori hanno osservato che il consenso per le politiche di giustizia climatica era significativamente più alto tra i partecipanti che avevano letto il testo prima di completare il sondaggio. “In altre parole, la connessione causale non è solo misurabile, ma è anche influenzabile”, spiega Rubaltelli. “Chi viene messo nella condizione di conoscere effettivamente le connessioni tra il cambiamento climatico e le altre crisi globali sembra essere più propenso a sostenere interventi a favore della giustizia climatica”.
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Gli autori hanno individuato anche un altro fattore correlato alla misura in cui le persone appoggiano tali politiche. Si tratta del pensiero analitico (analytical thinking), cioè la capacità di valutare le informazioni in modo ragionato e sistematico. “Si tratta di un processo cognitivo che mettiamo in atto quando valutiamo con attenzione i dati che abbiamo di fronte ed esprimiamo un giudizio sulla base di essi, senza affidarci esclusivamente all’intuizione”, spiega Rubaltelli. “Il pensiero analitico è stato valutato attraverso un software usato per analizzare dei brevi testi che ogni partecipante ha scritto per spiegare la sua scelta di sostenere o meno ciascuna delle quattro politiche proposte.
“Anche in questo caso, dai risultati è emerso come le persone che mostravano un pensiero analitico più alto sostenevano di più le politiche climatiche”, racconta Rubaltelli. “Ciò non valeva però per quella di adattamento, forse perché questo genere di strategie, benché più economiche, richiedono ai cittadini di cambiare le proprie abitudini quotidiane, per esempio risparmiando sull’utilizzo dell’acqua”.
I risultati di Rubaltelli e Priolo si inseriscono in un filone di ricerca in scienze politiche e sociali che indaga la percezione del cambiamento climatico e delle sue conseguenze da parte della popolazione. “La letteratura scientifica si concentra di solito sulle misure di adattamento e mitigazione”, spiega Priolo. “La giustizia climatica è un tema meno studiato anche perché meno presente nel dibattito pubblico, nonostante la forte polarizzazione che caratterizza questi argomenti in alcuni Paesi, tra cui proprio gli Stati Uniti”.
A tal riguardo, il lavoro ha confermato quanto emerso da studi precedenti, secondo i quali la distanza politica tra Democratici e Repubblicani si riproduce anche nel dibattito sul cambiamento climatico. “Fino a un paio di decenni fa, si discuteva riguardo l’esistenza stessa del cambiamento climatico, che tendeva a essere messa in discussione soprattutto dagli elettori del Partito Repubblicano”, ricorda Priolo. “Oggi, la stragrande maggioranza della popolazione riconosce il cambiamento climatico come una realtà, ma è in disaccordo su come affrontarlo”. Le risposte al sondaggio proposto dagli autori mostrano come la polarizzazione politica in questione riguardi soprattutto la giustizia climatica. “I partecipanti che hanno dichiarato di aver votato per Kamala Harris alle elezioni presidenziali del 2024 sembrano avere più a cuore il problema della giustizia climatica rispetto a quelli che hanno invece espresso la loro preferenza per Donald Trump”, spiega Rubaltelli.
In una situazione complessa come quella delineata, i risultati in questione fanno anche riflettere sulle caratteristiche che dovrebbe avere una comunicazione efficace sul cambiamento climatico e le minacce a cui è connesso. “La comunicazione climatica è spesso incentrata soprattutto sui disastri naturali, mentre potrebbe forse essere più efficace se approfondisse anche le ripercussioni su problemi sociali che le persone solitamente sentono più vicini, come la salute, l’economia, la questione migratoria e il rischio di conflitti internazionali”, osserva Priolo. “Lo stesso potrebbe valere anche per la giustizia climatica; aiutare i Paesi in difficoltà a fronteggiare meglio le sfide del cambiamento climatico non è solo un obbligo morale, bensì una scelta di cui beneficiano indirettamente anche i Paesi più ricchi. Sostenere la transizione ecologica di altri Stati può servire, per esempio, ad abbassare le emissioni globali o a ridurre il rischio di migrazioni forzate, conflitti e instabilità economica e politica.
Insomma, rendere le persone più consapevoli rispetto a queste relazioni di causa-effetto che magari ignoravano, e che invece possono ripercuotersi direttamente sulla loro vita quotidiana e su questioni che stanno loro a cuore, può influenzare, effettivamente, il loro sostegno alle politiche di adattamento, mitigazione e giustizia climatica”.