UNIVERSITÀ E SCUOLA

E-learning gratuito, una sfida all'università tradizionale

L’ultima moda della Silicon Valley nel campo dell’istruzione è l’università on line gratuita. In un paese come gli Stati Uniti dove per tradizione le università più prestigiose accettano tra il 5% e il 10% delle domande d’ammissione e costano mediamente oltre 50.000 dollari l’anno, nascono iniziative che promettono di rivoluzionare il mondo accademico. 

L’idea di partenza di questa nuova filosofia è che l’insegnamento universitario non sia cambiato molto da quando Irnerio fondò l’Università di Bologna, oltre 800 anni fa. Secondo i sostenitori dell’e-learning, infatti, nonostante l’avvento della stampa, di cinema, radio, televisione e web, i professori continuano a insegnare in modo molto simile a come si faceva nel 1088. Inoltre, in un paese come gli Stati Uniti, dove i debiti degli studenti hanno raggiunto i mille miliardi di dollari, il sistema dell'istruzione ha rigide barriere d’ingresso, privilegi e disparità. Per i fautori dell’università gratuita on line il sistema accademico attuale sta perdendo di vista i criteri di equità e di accesso democratico alla conoscenza (si veda tra le altre cose il dossier de Il Bo sugli studenti schiavi delle banche).

Nel gennaio scorso, ad esempio, Sebastian Thrun ha lasciato la sua docenza a Stanford per fondare Udacity, un sito che offre "corsi on line aperti e gratuiti" ai 158.000 iscritti di tutto il mondo. Quasi contemporaneamente Daphne Koller e Andrew Ng hanno scelto di costruire il loro sito, Coursera, che prende le lezioni da una serie di università della Ivy League, tra cui Princeton e l'università della Pennsylvania. Parallelamente anche alcuni prestigiosi atenei hanno iniziato a muoversi. Harvard e il Mit hanno annunciato la loro università on line, edX, finanziandola con 60 milioni di dollari. In questo caso si tratta di un ritorno al passato, perché già una decina di anni fa alcune università d’elite avevano tentato un esperimento simile, Fathom, portale a pagamento della Columbia University che aveva tra i suoi partner la London School of Economics, la Cambridge University Press e il British museum, chiuse nel 2003 dopo 3 anni di attività, 65.000 iscrizioni e 25 milioni di dollari di passivo. 

Da un punto di vista educativo, ci sono discipline che si prestano meglio di altre all’insegnamento a distanza. Se per l’apprendimento di un linguaggio informatico l’università on line potrebbe andare benissimo, qualche dubbio sorge sulle scienze umane e sociali dove la discussione è spesso fondamentale e il rapporto tra docente e studente è molto importante. Inoltre alcuni studiosi ribadiscono l’importanza dell’esperienza universitaria in tutte le sue forme. In un recente articolo di Prospect viene fatto notare come "le università hanno impiegato mille anni a perfezionarsi per creare l'ambiente ideale in cui gli studenti possano interagire: le cene, i circoli, le società, i pub e tutto il resto”. 

Udacity e Coursera hanno attratto studenti da tutto il mondo e, nonostante un alto numero di abbandoni, le iscrizioni continuano a crescere vertiginosamente. L’esempio virtuoso recente è quello della Open University, un’università on line che è ormai considerata una storia di successo, ma che è a pagamento. Infatti, come per molte iniziative della new economy, sarà la capacità di finanziarsi e generare utili a determinare il successo di queste imprese. Per ora Udacity e Coursera possono andare avanti grazie ai soldi degli investitori, mentre edX conta sugli stanziamenti delle università che l'hanno creata. Con l'ultima raccolta fondi Udacity ha incassato cinque milioni di dollari e Coursera più del triplo. Ma risolvere il problema di conciliare i profitti con l'interesse pubblico e l’utopia dei loro inventori non sarà semplice. Udacity spera di guadagnare “piazzando” i propri laureati, ottenendo quindi una commissione per ogni studente che riuscirà a far assumere. edX sta pensando di far pagare il diploma ufficiale: tutti possono seguire i corsi, ma chi vuole un attestato scritto dovrà pagarlo. Coursera vorrebbe invece vendere i suoi contenuti di alto livello a università meno prestigiose. Tutti quanti infine stanno valutando di inserire banner pubblicitari sul sito. Per ora nessuno ha ancora proposto di far pagare gli studenti. Ma se le cose non dovessero sostenersi economicamente anche in futuro, il sogno dell’università on line gratuita potrebbe dover cedere il passo alla necessità di far quadrare i conti aziendali.

Marco Morini

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