CULTURA

Non si butta via niente. Figurarsi il superfluo.

Avete mai sentito parlare di disposofobia? È la tendenza patologica al riciclo, o meglio l’incapacità di buttare via, di liberarsi dell’oggetto materiale. Utile per ogni evenienza, madeleine di un ricordo affettuoso, l’oggetto diventa la presenza che accompagna la vita e che riempie gli spazi. Quante volte è capitato di sentire frasi come “Non buttare via quella bella scatola. La possiamo tenere e usare se servisse impacchettare un regalo importante”. “I quaderni di brutta copia delle elementari li potremmo conservare in cantina”. Tante, perché forse non tutti siamo disposofobici ma ad ognuno di noi piace conservare un ricordo. Quando però sono gli oggetti a possederci e non il viceversa allora si è davanti a quella gli psicologi chiamano “disposofobia”, ossia disturbo da accumulo patologico. Che è cosa diversa dall’essere un salutare antidoto all’“usa e getta”, benché in apparenza si presenti come il suo esatto contrario.

Il libro Tengo tutto (Erickson 2012), di Randy O. Frost e Gail Steketee (rispettivamente professore di psicologia allo Smith College di Northampton lui, e preside della School of Social Work della Boston University lei) è un fotoracconto di questa malattia, che non è facile da individuare, perché è in genere tenuta volontariamente celata, ma che ha risvolti sintomatici evidenti: basta entrare in casa di chi ne soffre per non avere dubbi. Le case degli “accumulatori” sono zeppe di oggetti delle provenienze più diverse, impilati l’uno sull’altro fino anche a toccare il soffitto. Anche Sherlock Holmes ne soffriva in forme lievi, afflitto da “un orrore verso la distruzione dei documenti” e “ogni angolo della [sua] stanza era riempito con pacchi di manoscritti”.

Ma quando una forma di collezionismo diventa disposofobia? Quando l’accumulo, non necessariamente indistinto, di oggetti, compromette la conduzione normale della vita e arriva a creare disagio o persino sofferenza a chi li colleziona. Inizialmente il disposofobico prova piacere o sollievo ad accumulare, poi, mano a mano che il processo si fa automatico, non può farne a meno. Probabilmente Andy Warhol fu un collezionista folle ma non un disposofobico: riuscì a riempire cinque piani di casa e diversi magazzini di oggetti d’arte, cianfrusaglie e tutto ciò che era funzionale a riscostruire la cultura della sua epoca, accumulando circa 600  “capsule del tempo”,  ma non esitava anche a buttare via tutto senza distinzione.

Spesso la disposofobia è legata ad altre patologie che possono presentarsi anche in forma lieve, come la cleptomania, la sillogomania (accumulo di spazzatura, o per esteso, l’incuria tipica di un anziano verso di sé e la propria casa) o ancora lo shopping compulsivo, e che, in forma non patologica, appartengono anche ad individui “normali” ma che nell’accumulatore invece si esasperano. Ancora una volta è il meccanismo dell’opportunità mancata se non si fosse comprato l’oggetto a prevalere, oppure l’equazione secondo cui l’oggetto conferisce alla persona un valore aggiunto, magari quello derivato dalle attenzioni del commesso mentre si procedeva all’acquisto. Lo stesso dicasi per la cleptomania, che in forma non patologica può essere l’appropriarsi degli abiti della mamma o della sorella o il prendere a prestito indefinitamente il computer del padre.

Una forma meno conosciuta e pressoché inguaribile di disposofobia è, poi, l’accumulo di animali: le cosiddette “gattare”, quando esagerano e si riducono a vivere con due dozzine o più di gatti in casa (sono testimoniati casi in cui erano più di seicento), sono vittime di disposofobia. In questi casi, in genere, è il desiderio di sentirsi un benefattore che spinge il malato all’accumulo: ancora una volta, quindi, una gratificazione fallace che teoricamente aumenta per ogni oggetto (gatto) accumulato.

Mai epoca come questa che viviamo, quindi, sembra più fertile per la diffusione della disposofobia. Quantomeno nel mondo occidentale, infatti, il possesso sembra essere diventato la chiave del senso di identità della persona e del significato del mondo. 

Valentina Berengo

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012