CULTURA

Thomas Paine, i ponti e la nascita dello spazio pubblico moderno

Le tematiche della libertà e dei diritti umani sono oggi, nell’era della convivenza umana nello sconfinato villaggio globale, al centro dell’attenzione mediatica, culturale e politica, e non stupisce quindi l’attualità di una figura come quella di Thomas Paine (1737-1809), figura cardine del passaggio dall’età degli assolutismi a quella delle rivoluzioni. Filosofo politico e morale, polemista e autore di scritti dall’influenza enorme come “Common Sense”, Thomas Paine fu “la penna più amata e odiata del suo tempo”; Bob Dylan gli ha dedicato una canzone, e Harvey Keitel gli ha prestato il suo volto nel Mondo Nuovo di Scola, ed è tuttora letto non solo dagli studiosi. Quello che ci colpisce ancora oggi è la modernità delle sue tesi, che difese usando assieme passione e ragione: l’abolizione della schiavitù e della pena di morte, la libertà ed i diritti come strumento comune di emancipazione, l’invocazione della pace universale, la filosofia rivolta ad una dimensione specificamente sociale e solidale, la proposta di un’associazione internazionale per i diritti e il commercio delle nazioni.

Oggetto del libro Tra ponti e rivoluzioni. Diritti, costituzioni, cittadinanza in Thomas Paine di Thomas Casadei, docente di Teoria e prassi dei diritti umani all’università di Modena, è la riflessione di questo intellettuale atipico e dalle molteplici sfaccettature, presentato dal peculiare punto di vista della problematica dello spazio pubblico. Casadei lo definisce, con un’immagine limpida ed evocativa, un “intellettuale militante”, per il suo impegno sempre attivo sul fronte delle rivoluzioni e di una lotta radicale in nome dei diritti e a sostegno dell’uguaglianza. Per lui “rivoluzione” significava una lotta fra volontà e tradizione in grado di aprire la strada alla libertà dell’uomo, attraverso una frattura netta col passato. “Secondo Paine, le generazioni mutano, e con esse, le condizioni, le opinioni, i criteri di giudizio, e arbitri della decisione non sono i morti, ma i vivi” scrive Casadei. La rivoluzione americana svolse un ruolo di primaria importanza nello sviluppo del pensiero politico di Paine. Inglese di nascita, da sempre oppositore della monarchia aristocratica, una volta emigrato in America partecipò attivamente agli eventi rivoluzionari e ne fu tra i promotori. È infatti conosciuto soprattutto per il ruolo importante che giocò nella fondazione degli Stati Uniti d’America, grazie al suo pamphlet più noto, Common Sense del 1776.

Su Thomas Paine sorsero presto favole e leggende, fu oggetto di controversie, di riconoscimenti, smentite e delegittimazioni. Fu intellettuale, filosofo, rivoluzionario, scrittore, politico, ma fra le sue passioni vi era anche quella di progettare ponti. Proprio da questa attività pratica e all’apparenza per niente utopistica, Casadei vede una possibile chiave interpretativa del pensiero di Paine: “I ponti diventano in tal senso ideali, forme di collegamento tra le diverse parti del mondo, tra i movimenti rivoluzionari e i popoli che di questi dovrebbero essere i protagonisti, tra gli intellettuali, gli agitatori e gli uomini politici che li guidavano”. E, ancora, ponti simbolici fra passato e futuro, tra dissidenza e autorità infine giusta, fra le rivoluzioni inglese, americana e francese. Il ponte come mezzo che unisce e segno di uguaglianza, metafora di quel principio vitale sul quale Paine basa la nascita dei diritti umani e civili. L’uguaglianza, per lui, doveva essere alla base del patto sociale fra i cittadini di una comunità.

A questo nocciolo fondamentale si legano, come fossero nodi o tessere di un unico, sfaccettato mosaico, la questione filosofica, della pace, della rivoluzione, della tolleranza, la problematica sociale. Tutti temi legati a quello che Paine chiama il “cerchio della civiltà”: un ideale illuminista, che cerca il benessere per tutti i cittadini e relazioni pacifiche fra loro. “Quello offerto da Paine può essere allora concepito come un filo – non sempre visto nei suoi molteplici nodi, entro le rigide schematizzazioni della modernità – che per la sua originalità e anche per la sua costitutiva eterogeneità (proprio per i suoi nodi, quindi), può contribuire a tessere le trame della cittadinanza nella nostra epoca, con tutta la problematicità e i contrasti che questo esercizio – teorico e pratico – comporta”: questo la sintesi della riflessione di Paine, tracciata in poche, chiare righe da Casadei. Il suo percorso ne risulta come un intreccio originale di pensiero illuminista, radicalismo e pragmatismo che ne hanno fatto un pensatore articolato, aperto, soggetto a interpretazioni diverse e molteplici, che l’ultima parte del libro analizza diffusamente. La sua fu una filosofia politica fatta di chiarezza e semplicità, legata allo “spirito americano”, che voleva muovere il popolo attraverso un linguaggio schietto e immediato, e aveva fiducia che i problemi più complessi, se esposti e discussi con onestà, potessero essere affrontati con successo da ognuno, indipendentemente dalle sue condizioni e dalla sua cultura, in un’accezione pienamente democratica.

Secondo Casadei, la novità proposta da Paine fu quella di un nuovo repubblicanesimo, democratico e radicale, inteso come cultura politica del popolo, venuta dal basso; un progetto politico articolato sui diritti naturali, sul continuo rinnovo del contratto (del patto sociale, cioè), su una specifica concezione del bene pubblico e sulla semplicità di governo. Il messaggio di Paine riuscì a diffondere idee antiche in modo nuovo ed ebbe per questo un impatto forte e fino ad allora sconosciuto, la cui forza non smette di farsi sentire ancora oggi, ogni volta che riusciamo a trasformare gli ideali della libertà e dell’uguaglianza in azioni concrete di impegno civile.

 Melissa Corona

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012