SCIENZA E RICERCA

Amazzonia: quando il petrolio distrugge la foresta

“La compagnia petrolifera Petroamazonas utilizza una via di accesso abusiva nel cuore del parco Yasuni, in Amazzonia. E le violazioni non si limitano a questo”. Non ha mezzi termini Massimo De Marchi, del dipartimento di ingegneria civile, edile e ambientale dell’università di Padova, tornato pochi giorni fa dall’Ecuador. Qui ha presentato i risultati di una ricerca condotta con Salvatore Pappalardo e Francesco Ferrarese dell’università di Padova e Matt Finer dell’Amazon Conservation Association che dimostra, misurazioni e immagini satellitari alla mano, le responsabilità della compagnia. “Perché se ne tenga conto – continua lo studio – visto che la stessa società ha appena esteso il permesso di sfruttare i giacimenti petroliferi della zona”.

Il parco nazionale dello Yasuni è un’area protetta all’interno dell’Amazzonia occidentale in Ecuador, collocato nel punto di intersezione con le Ande e l’Equatore. Creato nel 1979, si estende per circa 9.820 chilometri quadrati. L’area è contigua al territorio degli indigeni Huaorani ed è abitata da almeno due popoli indigeni che vivono in isolamento volontario, i Tagaeri e i Taromenane. È una delle regioni a livello mondiale con la più elevata diversità biologica e nel 1989 viene dichiarata dall’Unesco Riserva nazionale della biosfera includendo l’attiguo territorio degli Huaorani. Uno studio di qualche anno fa calcola infatti l’esistenza di ben 150 specie di anfibi, 121 di rettili, 596 di uccelli, 169 specie note di mammiferi, 382 specie note di pesci e 2.704 specie note di piante. 

Se in superficie esiste tale grado di biodiversità, nel sottosuolo il petrolio solletica gli appetiti di molti al punto che l’area amazzonica ecuadoriana è suddivisa in blocchi (indicati con dei numeri) per consentire al governo di concedere licenze di sfruttamento petrolifero. Il blocco 31, oggetto del contendere, è occupato per il 70% dal parco Yasuni. Nel 2006 è la compagnia Petrobras ad aggiudicarsi il permesso di sfruttamento dei giacimenti sulla base di condizioni dettate da uno studio di impatto ambientale (Sia) e dalla licenza del ministro dell’ambiente ecuadoriano del 2007. Quando nel 2009 la Petroamazonas, compagnia petrolifera di Stato, subentra alla Petrobras nel blocco 31, prende tutto il pacchetto vincoli compresi.

Immagine: yasunimovie.wordpress.com

Nel 2006 il Sia stabiliva infatti che non si sarebbe dovuta costruire nessuna strada all’interno del parco dello Yasuni, ma che tutte le operazioni di trasporto di macchinari, strumenti e personale tra la piattaforma di perforazione e gli impianti di trattamento sarebbero dovuti avvenire tramite elicotteri o mezzi di trasporto a basso impatto. La costruzione di strade infatti è una delle principali cause di deforestazione soprattutto nell’Amazzonia ecuadoriana, con impatti socio-ambientali rilevanti, dalla frammentazione degli habitat alla degradazione degli ecosistemi, alla perdita di biodiversità. “D’altra parte – sottolinea De Marchi – gli elicotteri costano e non operano di notte ed in condizioni di cattivo tempo”. Il Sia indicava poi di non costruire ponti permanenti, ma solo strutture di legno facilmente rimovibili. Concludeva infine che il percorso necessario per la costruzione degli oleodotti avrebbe dovuto essere un corridoio che non superasse i dieci metri di larghezza (al massimo 15 nelle zone con terreno irregolare).

In realtà Petroamazonas sembra non andare in questa direzione. Nel 2012 Ivan Kashinsky e Karla Gachet due fotografi professionisti inviati in zona dal National Geographic documentano con immagini aeree l’esistenza di una strada all’interno del blocco 31 che collega le piattaforme di perforazione Nenke e Apaika all’interno del parco con gli impianti di trattamento appena oltre il confine settentrionale. La compagnia nega di aver costruito strade, ma parla piuttosto di “sentieri ecologici”.

Per dirimere la questione nel 2013, il gruppo di De Marchi attraverso immagini satellitari ad alta risoluzione perfeziona i rilievi. Vengono effettuate complessivamente 2.341 misurazioni, ogni 10 metri lungo il percorso. I calcoli vengono eseguiti da due operatori che agiscono indipendentemente.

“Il percorso all’interno del parco – sottolineano i ricercatori – viene utilizzato come una vera e propria strada di accesso alle piattaforme petrolifere”. Lo studio ha infatti rilevato la presenza di almeno 22 veicoli all’interno del parco (e altri nove appena oltre i confini), di un grande ponte in acciaio sul fiume Pindoyacu e altri 35 più piccoli, 15 dei quali di una lunghezza compresa tra i 6 e i 12 metri e 20 inferiori ai 5 metri. Senza contare gli altri tre appena fuori dal parco, dove è stata rilevata la presenza di un’altra strada. Ma c’è di più. La larghezza del percorso, più precisamente la deforestazione, è in media di 26 metri, due volte e mezzo in più rispetto a quanto stabilito dal Sia: solo il 5% è inferiore ai 15 metri e meno dell’1% è inferiore ai 10 metri. All’interno del parco la deforestazione è stata del 34,4% maggiore rispetto a quando dichiarato in un documento ufficiale presentato a settembre 2013 all’Assemblea Nazionale (63,64 ettari contro i 47,33).

“La costruzione di nuove strade di accesso – sostengono i ricercatori – e la violazione dei termini stabiliti dal Sia e dalle licenze ambientali assumono particolare rilievo in questo momento se si considera che la Petroamazonas ha appena ricevuto l’approvazione ad avviare i lavori di estrazione petrolifera nell’area adiacente al blocco 31 (il blocco ITT – Ishpingo-Tambococha-Tiputini)”. Proprio in questa zona, infatti, la più orientale del parco al confine con il Perù, il governo ecuadoriano guidato da Rafael Correa nel 2007 propone di lasciare il greggio nel sottosuolo in cambio di una compensazione economica da parte della comunità internazionale che avrebbe dovuto bilanciare i mancati introiti derivanti dall’attività petrolifera. Si tratta del progetto Yasuni-ITT, un piano di tutela sostenuto dall’Onu. Nel 2010 aderisce anche l’Italia tramite il meccanismo di cancellazione di una parte del debito che l’Ecuador aveva con il nostro Paese. I fondi raccolti in cinque anni tuttavia sono esigui e nell’agosto del 2013 Correa cambia rotta, ritira il piano di protezione del blocco ITT e autorizza le trivellazioni petrolifere. A nulla serve la raccolta di firme per chiedere al governo un referendum sulla questione. A maggio è proprio la compagnia Petroamazonas ad aggiudicarsi il permesso di estrarre il greggio.

“In tutto questo – conclude De Marchi – dopo aver dimostrato le responsabilità della compagnia petrolifera, a stupire è la reazione del governo ecuadoriano che, come sempre quando si tratta di ‘affari amazzonici’ opera negando e deformando la realtà”. 

Monica Panetto

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