SOCIETÀ

Coesione sociale e pandemia: nell'emergenza non siamo soli

Fermo con la sua auto al semaforo, grida in preda al panico. Mentre gli automobilisti in coda suonano il clacson freneticamente, quello che oggi potremmo chiamare il paziente zero si sbraccia dietro il parabrezza, chiede aiuto: è diventato improvvisamente cieco, "è sconvolto dall'angoscia". Cecità di José Saramago inizia con questa immagine violenta raccontando la disperazione provocata da uno strano e improvviso contagio che priva della vista e inghiotte le vittime calandole in uno spazio bianco. "Sembrava calmo ma, davanti alla porta dell'ambulatorio, dove avrebbe conosciuto la propria sorte, le domandò con un mormorio tremante, Come starò quando ne uscirò, e scosse il capo come chi non ha più speranza". Ansia, rabbia, smarrimento, paura sono emozioni esplorate anche in altre opere letterarie, così idealmente vicine al tempo che stiamo vivendo. E in tutte prevale un senso di angoscia. Oggi, in piena pandemia da Covid-19, istintivamente valutiamo la nostra quotidianità pensando che tutto ormai avvenga e si muova all'interno di territori popolati esclusivamente da emozioni negative e individualismo, conseguenza di un isolamento forzato, di distanze imposte, seppur necessarie, ma il punto di vista si ribalta se proviamo a spostare lo sguardo dall'individuo alla comunità e, ancora, dallo shock determinato da una trasformazione radicale e improvvisa delle nostre vite alla capacità di adattamento e di gestione dell'incertezza degli esseri umani.

“Le emozioni negative ci sono, ma non sono le prevalenti e non sono così radicate. Siamo una specie orientata e predisposta all'adattamento e che vive di interazioni, in questo momento non dobbiamo distrarci, dobbiamo impegnarci nella ricerca di nuovi modi di interagire e muoverci verso un obiettivo comune”, spiega Gian Piero Turchi, docente di Psicologia clinica all’università di Padova e coordinatore di Hyperion, Osservatorio della coesione sociale in assetti emergenziali, un progetto che con il suo nome ci riporta alla mitologia, poi all'opera incompiuta di John Keats e infine alla fantascienza di Dan Simmons, alla distruzione e alla caduta, al nuovo inizio e alla salvezza, e che nello specifico indaga le modalità socio-interattive messe in campo dai cittadini del Veneto nella gestione dell’attuale assetto emergenziale a fronte della diffusione del Covid-19. "Quello che serve - commenta Turchi - è riuscire ora a dirci qualcosa che non sia solo prettamente sanitario ma che coinvolga la comunità nel suo insieme".

Non possiamo più parlare di normalità, non possiamo tornare alla vita prima della pandemia. Una delle cose che la pandemia ci ha insegnato è che la normalità ha perso il suo valore, era una sorta di simulacro ed è crollato sotto i colpi di questo individuo biologico invisibile ai nostri occhi. Tutto quello che abbiamo finora considerato normale non è più adatto, non è più adeguato. Il prima non è un punto di confronto e riferimento, l’adesso, il kairos, è quel che dobbiamo imparare a considerare. Fare un confronto con le emozioni di prima risulta obsoleto e fuorviante e ci distrae dall’impegno e dal compito che abbiamo in questo momento: organizzare la nostra vita”. "Stiamo cercando di gestire l'incertezza a cui non eravamo più abituati", ma del resto è proprio l'incertezza la vera normalità dell'essere umano. 

E Turchi continua: “Siamo una specie che vive di interazioni, ne generiamo costantemente. In questo momento siamo alla ricerca di nuovi modi di interagire, per riuscire a focalizzarci verso un obiettivo chiaro e comune. Tutte le emozioni, che siamo soliti provare, in questo momento sono canalizzate nel tentativo di riuscire a definire questo obiettivo comune. Questo è il momento critico e delicato che stiamo vivendo. C’è chi tenta di ripristinare la normalità di prima, ma questa è una impresa inutile e impossibile, e c’è invece chi si concentra su quello che sta avvenendo ora".

Sulle nostre capacità di adattamento e trasformazione, Turchi non ha dubbi: “Siamo una specie fortemente orientata all’adattamento e al cambiamento. È vero, non possiamo più toccarci e stare vicini, ma la forza interattiva è rimasta alta e disponibile: non è più fisica, certo, ma c’è e ci orienta verso il futuro. Sfruttando anche i mezzi tecnologici, stiamo cercando di trovare un assetto. L'errore che rischiamo di commettere è legato alla creazione di una sorta di depauperamento, dobbiamo invece costruire nuove modalità di interazione sfruttando anche le possibilità che la tecnologia ci mette a disposizione, perché questo crea speranza e ci proietta nel futuro”.

"Con questa pandemia abbiamo capito il vero significato del termine globale, perché riguarda tutti e aggiunge un dettaglio importante: tocca la nostra quotidianità. E in questo senso, anche chi all'apparenza risponde a una spinta individuale, in qualche modo, cerca sempre un consenso, qualcuno che la pensi come lui. La potenza dei mezzi tecnologici, nel bene e nel male, aiuta a tenere unite queste micro-comunità. Ci sono quelli che non riconoscono i dpcm, che non accettano i dettami istituzionali, ci sono quelli che invece li accolgono: il momento è critico ma, in ogni caso, la comunità si mostra viva, presente e non si riduce a una questione individuale". 

Ora è importante individuare un obiettivo comune, la sfida è questa. "Dobbiamo riuscire a far sì che ci sia convergenza e non divergenza e, per aumentare le possibilità di convergere, è necessario incrementare la massa delle interazioni. Nei momenti di emergenza non siamo soli, nell'emergenza le persone si cercano. Se noi proviamo a veicolare questo messaggio, facciamo un buon servigio a tutti".

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