UNIVERSITÀ E SCUOLA

Didattica dell'emergenza e didattica del futuro. Una lettera al rettore

Caro Rettore,

siamo un gruppo di docenti che appartengono a diverse aree scientifiche del nostro Ateneo.

In questo periodo abbiamo aperto fra di noi un confronto molto schietto e informale per discutere dell’esperienza di questi mesi. Dopo averne ampiamente discusso, abbiamo deciso di scriverti per segnalarti alcune nostre preoccupazioni per il futuro dell’università e cercare di attivare insieme a te, a tutte le colleghe e tutti i colleghi, alle studentesse e agli studenti e al personale tecnico e amministrativo dell’Ateneo una discussione la più aperta e schietta possibile, che a partire dall’urgenza di oggi sia in grado di gettare lo sguardo anche sugli anni a venire.

Riteniamo sia necessario partire da una constatazione che è giusto sottolineare al di là di ogni retorica: nella crisi prodotta dall’emergenza Covid-19, la comunità studentesca, il corpo docenti, il personale tecnico e amministrativo dell’Università di Padova hanno reagito in modo straordinario, riuscendo in pochi giorni a trasferire online l’intera attività didattica e consentendo così lo svolgimento regolare dei corsi. Bisognava farlo, non era scontato lo si potesse fare e invece lo si è fatto. L’intera comunità ha dato il meglio affinché si raggiungesse il miglior risultato possibile nel più breve tempo possibile.

L’esperienza di questi mesi ha prodotto però anche una potentissima accelerazione di alcuni processi che hanno coinvolto l’Università negli ultimi vent’anni e sui quali riteniamo sia necessaria una riflessione critica, pacata e aperta, al fine di evitare che mutamenti paradigmatici che investono l’istituzione accademica avvengano sotto la sola pressione di esigenze esterne, magari emergenziali e contingenti, e soprattutto senza un’autentica considerazione e condivisione da parte di tutti gli attori che costituiscono la vita universitaria.

A nostro parere, uno dei rischi che ha accompagnato molti dei processi che hanno agito sull’università nei primi vent’anni del XXI secolo è stato quello di una sua progressiva trasformazione in qualcosa di simile ad un’azienda produttrice di servizi. In quest’ottica le studentesse e gli studenti vengono sempre più considerati in termini di clienti e l’idea della cosiddetta customer satisfaction pare diventare la modalità principale di organizzazione, di giustificazione e di valutazione della vita accademica. Il pericolo, se dovessimo dirlo in modo ovviamente semplicistico, ma speriamo chiaro, è cioè che l’Università diventi sempre meno universitas e sempre più organizzazione strutturata a tutti i suoi livelli dalla stessa logica che regge l’impresa economica.

All’interno di questo quadro, la sperimentazione della didattica a distanza di questi mesi rischia di produrre un ulteriore e per molti versi impressionante smottamento, spingendo, come mai prima, in direzione di una trasformazione radicale della forma dell’insegnamento universitario. Sia chiaro: non riteniamo l’e-learning (che ha una sua specifica connotazione e sue specifiche forme di attuazione) di per sé negativo e pensiamo che l’attivazione consapevole e libera di forme di sostegno alla didattica in presenza attraverso l’uso di tecnologie sia una sfida che un Ateneo come il nostro non può non considerare. Quella che riteniamo invece deleteria è l’idea che la didattica a distanza possa essere pensata come sostituzione della didattica in presenza. Intesa in questo modo, la didattica a distanza rischia di compromettere in modo decisivo quell’esperienza di apprendimento critico, non frammentato e che agisce in profondità, che è ciò che deve contraddistinguere la didattica all’università. Ciò che temiamo è che il pensare come equivalenti e interscambiabili didattica in presenza e didattica a distanza tenda a ridurre sempre più l’insegnamento a mera trasmissione di un sapere riproducibile su larga scala, replicabile all’infinito, sempre più standardizzato secondo protocolli che rischiano di ridurre la pluralità degli stili di insegnamento e dei saperi a cui questi sono connessi e che rischiano in questo modo di inficiare, a ben vedere, la libertà stessa dell’insegnamento. 

Le tecnologie per la didattica, qualunque sia la loro specifica funzionalità, non sono, ovviamente, strumenti neutrali. Esse, qualunque sia il loro utilizzo, predeterminano e oggettivano il contenuto della lezione e le sue finalità. Esse costituiscono cioè una decisione didattica preliminare che rischia di essere sottratta alle valutazioni del/della docente, che, per così dire, entra in gioco solo dopo. Entra in gioco, cioè, come mero utilizzatore di uno strumento che comporta un dato modo, e non un altro, di “confezionamento” e diffusione del sapere, un dato modo, e non un altro, di fruizione e ricezione dello stesso, un dato modo, e non un altro, di valutazione e controllo del medesimo.

In questo senso non possiamo non guardare con preoccupazione anche alle diverse soluzioni ‘blended’ su cui insiste in tutte le occasioni pubbliche il Ministro Manfredi e su cui pure il nostro Ateneo sembra vada orientandosi. Se da un lato esse hanno certamente l’indubbio vantaggio di fare finalmente ripartire la vita universitaria e di consentire a chi non può essere in sede di seguire le lezioni, dall’altro lato esse rischiano di fatto di istituzionalizzare proprio quella didattica a distanza che invece pretendono di superare. Il pericolo che vediamo, e sul quale vorremmo sollecitarti, è cioè che le forme ‘blended’, una volta avviate, anche con investimenti importanti, possano diventare la norma che andrà a caratterizzare d’ora in poi la didattica universitaria. Una norma che, per quanto nasca e venga giustificata da una situazione di emergenza, rischia di diventare stabile e spingere ancora di più in direzione di quella trasformazione dell’università in agenzia che produce e vende servizi che noi riteniamo inadeguata per l’università del futuro.

Pensiamo insomma, e su questo vorremmo sentire la tua voce, che quello che si sta decidendo in questi giorni implichi alcuni rischi e alcuni pericoli che devono essere portati quanto più possibile a evidenza affinché possano diventare occasione di un serio e proficuo confronto. Si tratta di rischi e pericoli che coinvolgono sia il piano culturale rispetto a ciò che si ritiene debba essere la formazione universitaria, sia il piano relativo alla funzione sociale che l’istituzione universitaria incarna.

Per quanto si presenti nella forma dell’inclusività rispetto a quelle studentesse e a quegli studenti che per vari motivi non potranno essere presenti in sede, temiamo che l’istituzionalizzazione della didattica ‘blended’, nelle varie forme che questa può assumere, rischia di andare a scavare in realtà un fossato sempre più netto e profondo tra chi avrà la possibilità di vivere concretamente ed effettivamente l’università nella sua fisicità, nel suo essere rapporto concreto e vitale tra studenti, tra docenti e soprattutto tra studenti e docenti e chi la vivrà invece sempre in differita, come qualcosa che accade altrove, che viene incontrata solo di tanto in tanto. Il rischio cioè che vediamo, e rispetto al quale riteniamo necessario che si apra, per tuo tramite, una riflessione che coinvolga tutte e tutti, è che questi processi pieghino sempre più l’università sul modello di un’agenzia da cui acquistare prestazioni e contenuti e che viene perciò regolata e definita non da esigenze formative, culturali e scientifiche, ma da quelle del successo nel mercato globale della conoscenza. 

Con queste preoccupazioni ci rivolgiamo dunque direttamente a te, perché riteniamo che su questi temi sia importante e opportuno aprire una discussione ampia e plurale, che veda coinvolti tutti gli attori che rendono la nostra comunità una vera universitas.

Certi della tua attenzione, ti salutiamo con grande cordialità.

Luca Basso (SPGI), Franco Cardin (DM), Mino Conte (FISPPA), Marcello Ghilardi (FISPPA), Luca Illetterati (FISPPA), Francesca Limena (SPGI), Margherita Losacco (DISGEA), Costanza Margiotta (SPGI), Aram Megighian (DSB), Giorgio Moro (DiSC), Giulio Peruzzi (DFA), Antonino Polimeno (DiSC), Mauro Sambi (DiSC), Giuliana Tomasella (DBC), Fabrizio Tonello (SPGI), Federica Toniolo (DBC), Francesca Vianello (FISPPA), Emanuele Zinato (DISLL)

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