CULTURA

Il grido d'allarme dell'editoria

E dopo? Sì, dopo la pandemia, com’era già stato detto dopo l’11 settembre, nulla sarà più come prima. Però per tanti, tantissimi, sarà sicuramente molto peggio. Anche e soprattutto dal punto di vista economico.

Prendiamo, per esempio, il caso dell’editoria, un settore con decine di migliaia di occupati, strategico anche dal punto di vista economico nella «società della conoscenza», come tutti quelli che contribuiscono ad accrescere la cultura di una nazione. L’Osservatorio dell’Associazione italiana editori ha appena lanciato un grido d’allarme: già dopo soli dieci giorni di «distanziamento sociale», di chiusura delle librerie, di cancellazione di tutte le presentazioni, gli incontri e i Festival in programma, le previsioni sono catastrofiche: «18.600 titoli pubblicati in meno in un anno, 39,3 milioni di copie che non saranno stampate, 2.500 titoli che non saranno tradotti».

Non basta: il 61 per cento delle case editrici ha già fatto ricorso alla cassa integrazione o la sta programmando. L’Osservatorio rileva inoltre che già al 20 marzo gli editori hanno pesantemente rivisto i piani editoriali per il 2020, riducendo del 25 per cento le novità in uscita.

18.600 titoli pubblicati in meno in un anno, 39,3 milioni di copie non saranno stampate, 2.500 titoli che non saranno tradotti

«Il settore del libro» ha detto il presidente dell’Aie, Ricardo Franco Levi, è «una delle prime vittime economiche dell’emergenza Coronavirus, al pari del mondo dello spettacolo, del cinema e dell’audiovisivo. Siamo allo stremo. Per questo chiediamo al governo di intervenire per sostenere l’intera filiera con strumenti di emergenza analoghi a quelli previsti per questi settori, perché non possiamo permetterci un Paese senza teatri e senza sale cinematografiche, ma neppure senza librerie, editori, promotori, distributori di libri, traduttori».

Se per le case editrici, per le librerie, per le tipografie, la situazione è difficile, lo sarà ancora di più per i tanti, tantissimi lavoratori free lance e precari, senza i quali la filiera dell’editoria non potrebbe reggersi: scrittori (guai ad avere un libro appena uscito in questo periodo…), traduttori, organizzatori di eventi culturali, editor e grafici free lance, correttori di bozze, e via di questo passo.

Nei decreti del governo, queste persone sono del tutto invisibili. Fantasmi. Per loro non è prevista alcuna forma di sostegno o di welfare. Eppure sono quelle meno garantite e quindi quelle che più avrebbero bisogno d’aiuto per superare le fortissime difficoltà economiche derivanti dall’emergenza sanitaria. Qualcuno ha detto che, se non li ucciderà il Coronavirus, lo farà la fame.

Certo, sarà difficile prevedere interventi di sostegno per lavoratori che spesso non hanno nemmeno una partita Iva, ma speriamo che l’Aie assuma anche le loro istanze e che il governo se ne faccia finalmente carico.

Una proposta concreta, fra le tante possibili? La suggerisce l’agente letterario Guillermo Schavelzon: che lo Stato fornisca subito a tutte le scuole i fondi per comprare, appena terminata l’emergenza, moltissimi libri nelle librerie più vicine e che i loro diritti d’autore siano immediatamente versati agli scrittori. Ne guadagneranno gli editori, i librai, gli autori, e soprattutto le scuole e i ragazzi che le frequentano.

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