SOCIETÀ

Trent'anni senza Kurt Cobain

"Quanto ti piace fare il padre di famiglia?", chiede il giornalista. "È più importante di qualsiasi altra cosa al mondo. La mia musica è quello che faccio; la mia famiglia è quello che sono. Quando tutti avranno dimenticato i Nirvana, e io sarò in un tour nostalgico ad aprire per i Temptations e i Four Tops, Frances sarà ancora mia figlia e Courtney sarà ancora mia moglie. Questo per me conta più di qualsiasi altra cosa”. L’ultima intervista, rilasciata da Kurt Cobain a Chuck Crisafulli, è dell'11 febbraio 1994 e si chiude così. Circa due mesi più tardi, il leader dei Nirvana viene trovato senza vita nella sua villa di Seattle: aveva ventisette anni (il ritrovamento avviene tre giorni dopo la morte, avvenuta il 5 aprile). Ne sono passati trenta, un tempo più lungo di quello vissuto. Qualche giorno fa, leggendo un articolo scritto da Francesca Coin per Robinson, ho ritrovato un pensiero di Mark Fisher e ho provato un piccolo dolore. L'autore di Realismo capitalista descrive una generazione, la mia, quella dei nati tra la metà degli anni Sessanta e il 1980, con un desiderio di ribellione e una lieve ma perpetua malinconia, per cui struggersi e al tempo stesso di cui compiacersi. Riferendosi al leader dei Nirvana, Fisher scrive: "Sembrava aver dato voce allo sconforto della generazione che era venuta dopo la storia, ogni cui mossa era stata anticipata, tracciata, comprata e venduta prima ancora che accadesse". La generazione venuta dopo la storia, che voleva definire se stessa e aveva bisogno di una voce. Ecco perché la morte di Cobain ci è rimasta addosso come una cicatrice (è nascosta, ma c'è) ed ecco perché la sua leggenda ha continuato a essere alimentata nel tempo, attraversando, per sempre ma sommessamente, le nostre esistenze. Il mito e la sua fine in qualche modo ci appartengono e ci permettono di rintracciare quello che eravamo o che volevamo essere.

La generazione cresciuta a pane e Mtv ricorda bene l'Unplugged dei Nirvana a New York, il concerto acustico del 1993 poi diventato un album: per molti di noi fu (e resta) una performance indimenticabile con un finale, a occhi chiusi, affidato a Where did you sleep last night del bluesman Lead Belly, di cui Cobain voleva comprare la chitarra e che durante il live definì il suo artista preferito. Ritroviamo tutto: l'atmosfera, il palco allestito come un salotto, la voce rotta, il peso sulle spalle, l'immancabile cardigan, l'espressione triste e un accenno di sorriso al termine dello show. Personalmente, ricordo di aver indagato con cura gli sguardi degli spettatori presenti, cercando tracce di meraviglia e improvvise epifanie: osservavo le reazioni, l'oscillazione delle teste, li invidiavo, immaginavo di essere tra loro. Con Cobain, oltre a Krist Novoselic e Dave Grohl, c'erano la violoncellista Lori Goldston e Pat Smear, già chitarrista dei Germs. Cosa potevamo volere di più? Quella sera, per la scaletta, Mtv avrebbe voluto far suonare ai Nirvana le hit grunge dei Pearl Jam, Cobain scelse di fare tre canzoni dei Meat Puppets, sul palco con loro.

Le vicende relative a quello show raccontano una storia che non abbiamo visto, un dietro le quinte raccontato bene dal giornalista e scrittore Charles R. Cross, autore nel 2001 di Più pesante del cielo, biografia completa di Kurt Cobain, ora riproposta in una nuova edizione e pubblicata in Italia da Il Saggiatore: "Anche se aveva accettato di fare la trasmissione - scrive -, Kurt non voleva che il suo Unplugged somigliasse agli altri della serie. Mtv invece aveva intenzioni opposte, così le due parti iniziarono a scaldarsi". Un generale stato di malessere accompagnò l'intero live: "La sua tensione si era propagata al pubblico, che sembrava sulle sue, rigido e in attesa dell’imbeccata per potersi rilassare del tutto. Non arrivò mai, ma quella tensione, come nella finale di un campionato, servì a rendere ancor più memorabile il concerto".

Un'esplosiva popolarità, la trasformazione in icona, suo malgrado, i traumi familiari mai risolti (dopo il divorzio dei genitori, vissuto malissimo, era stato cacciato di casa dalla madre e con il padre non parlò per anni), le dipendenze, le crepe dell'anima, un pubblico sempre più ampio ed eterogeneo che non sempre sentiva suo: tutto questo conviveva in Cobain e rappresentava un problema per lui, determinando un tormento sordo, una inquietudine persistente. Del pubblico parlava nelle interviste, una selezione delle quali ora compone il libro Territorial Pissings L'ultima intervista e altre conversazioni (minimum fax), da cui è tratto questo passaggio: "All’inizio, quando abbiamo iniziato ad avere successo, io ero molto critico nei confronti del tipo di pubblico che veniva a sentirci. Pretendevo che fossero conformi a una specie di ethos del punk. Mi infastidiva il fatto che attirassimo proprio quelle persone contro le quali la mia musica voleva ribellarsi. Ma poi sono diventato più bravo ad accettare le persone per quello che sono. A prescindere da chi siano quelle persone prima di venire al concerto, io ho a disposizione un paio d’ore per cercare di cambiare il loro modo di vedere il mondo. Non è che cerco di imporgli cosa pensare, però ho a disposizione una piattaforma dalla quale esprimere le mie idee. Quantomeno, ho sempre l’ultima parola".

Crisafulli: Cosa c’è nella tua mente quando arriva il momento di dare sfogo alla chitarra? Cobain: Meno di quanto immagini Da "Territorial Pissings - L'ultima intervista e altre conversazioni" (minimum fax)
Io vedo il rock come la matematica. Dopo un po’ non resta molto da fare, finché qualcuno non se ne esce con un approccio completamente nuovo Kurt Cobain risponde a Bob Gulla, 18 aprile 1990 - "Territorial Pissings (minimum fax)

"Lo status leggendario che Kurt riveste per il rock sembra continuare a crescere anche tra i fan che hanno scoperto la band molti anni fa - scrive Charles R. Cross -. Questo è in parte dovuto ai risultati musicali raggiunti da Kurt, ma anche al fatto che, a mia memoria, da allora non ci sono stati molti altri capaci di unire un tale livello di artisticità a un carisma del genere. In sintesi, non ne fanno più di Kurt Cobain. Credo di aver ingenuamente creduto che a un certo punto un’altra band guidata da una futura leggenda del rock sarebbe arrivata e che, al pari dei Nirvana, avrebbe nuovamente riscritto le regole del rock ’n’ roll, magari incidendo qualcosa di memorabile come Smells Like Teen Spirit. Eppure, stando almeno a quello che la mia collezione di dischi testimonia, questo non è successo. Tre decadi dopo la sua prima uscita, Smells Like Teen Spirit è ancora in testa alla mia playlist 'da macchina': la canzone cui ritorno ogni volta che ho bisogno di sfogare le mie energie". 

Oggi l’assenza di nuove icone rock, spiega Cross, "è anche il risultato delle importanti trasformazioni avvenute sia sul piano tecnologico sia su quello di come la musica viene creata e distribuita. Il vecchio modello della gavetta – cioè iniziare a essere pubblicati da una etichetta indipendente per poi crescere fino a passare alle major – non esiste più". Da tempo, ormai, la musica segue altre strade. 

In chiusura si riparte da parole che sembrano contraddire quelle riportate all’inizio ma che, invece, rivelano le sfumature di un'anima sensibile e in evoluzione. Oggi queste riflessioni risuonano come un amaro presagio. "Ok, qual è il vostro obiettivo come band?", chiede Bob Gulla, nell'aprile del 1990. "Fare buona musica, la migliore possibile. Questo viene prima di tutto; viene prima della filosofia, dell’immagine, dei concerti. È sempre stata la cosa più importante. Le canzoni. Insieme, lavorando in gruppo, ci siamo avvicinati moltissimo a dove desideriamo arrivare". Dopo il rock cosa farete? Cobain risponde: "Spero di avere abbastanza soldi per comprare una casa nel bosco. Altrimenti forse è meglio che mi richiudiate, perché non si sa mai che può succedere".

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