SOCIETÀ

25 aprile, la libertà non è mai una scelta scontata

Il 25 aprile è la bandiera della Resistenza e dell’antifascismo italiani, e come tale celebrata o contestata. Ancora a 70 anni di distanza, è possibile esprimere un giudizio storico su quell’esperienza solo a partire da una meditata comprensione del fascismo.

Per la prima volta nella storia dell’Occidente, il fascismo, anche ricorrendo all’uso sistematico della violenza, aveva dato vita in un paese civile e moderno, industrializzato, a un regime totalitario di destra, conquistando e occupando e plasmando a sua immagine lo Stato e la società civile, proponendosi di costruire un uomo nuovo, asservito ai propositi imperiali del regime, distruggendo ogni libertà individuale e ogni manifestazione di pensiero non concorde ai progetti del Duce. Una gigantesca scuola di servilismo e di conformismo, i cui effetti sulla società italiana vanno ben oltre la fine del fascismo stesso e della guerra che irresponsabilmente aveva contribuito a scatenare, e che si prolungano come una malattia dello spirito anche negli anni dell’Italia repubblicana. Il regime fascista compie un’opera sistematica e umiliante di politicizzazione delle masse, diseducandole alla vita pubblica, e nel momento stesso in cui proclama il primato dello Stato – Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato, aveva proclamato Mussolini in un discorso a Milano dell’ottobre 1925 celebrando la Marcia su Roma – in realtà priva le masse di quel senso dello Stato senza cui la vita civile e politica langue e si corrompe.

Il fascismo aveva imposto un’idea di patria grondante retorica nazionalista e aggressiva che rapidamente si degradò a ritornello propagandistico. Ma sarebbe sbagliato sottovalutare il peso e la forza che la propaganda fascista, in un ventennio, seppe esercitare sulle coscienze, private di ogni contraltare critico. Nessun ventenne di allora, mi riferisco agli anni della guerra, tranne forse i pochi giovani che avevano la fortuna di appartenere a un ambiente familiare di formazione antifascista, aveva idea di cosa fosse la democrazia, cosa significassero l’esercizio delle libertà e il valore di quei principi dell’89 sulla cui consapevole negazione si era costruito il fascismo: vi era spazio solo per l’obbedienza cieca alla volontà del capo carismatico, oggetto di culto fideistico. Un regime violentemente autoritario, che celebrava quali valori esclusivi la gerarchia e l’obbedienza, e che si alimentava di “concezioni irrazionalistiche torbidamente spiritualistiche” secondo la definizione di Angelo Ventura, e che sono alla base del “naturale” sbocco razzista del tardo fascismo: le leggi razziali del 1938, per certi versi più severe di quelle di Norimberga del 1935, e applicate con una durezza e una prontezza sconosciute al torpore burocratico fascista, non sono un punto d’approdo tardivo e quasi casuale, come spesso si afferma, legato all’alleanza con la Germania nazista, ma una sua componente genetica fin dalle origini. E basterebbe qui citare i violenti articoli antisemiti scritti da Mussolini sul Popolo d’Italia nel 1919, non nel 1939, o la violenta politica di apartheid praticata in Etiopia, durante e dopo la conquista dell’Impero.

Tutta la politica estera del fascismo, almeno dal 1935 in poi, conduce coerentemente alla guerra, che Mussolini affronterà sulla base di un’alleanza del tutto impopolare con la Germania nazista, con un esercito impreparato, e con la visione tipica del suo avventurismo politico. Una guerra, ha scritto Vittorio Foa, che il fascismo non seppe vincere e neppure perdere, che si trasformò in una imponente disfatta militare il cui atto finale fu segnato dallo sbarco alleato in Sicilia (l'operazione Husky è del 9-10 luglio 1943), cui seguì il crollo del regime nella notte tra il 24 e il 25 luglio con l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi nel gran consiglio del fascismo e l’esautoramento e la cattura di Mussolini, i 45 giorni del governo Badoglio e infine l’armistizio dell’8 settembre, segnato dalla fuga ignominiosa del re e dalla criminale incapacità dei vertici militari: 810.000 soldati italiani vennero abbandonati al destino della deportazione nei campi di concentramento nazisti.

Non tutti cedettero le armi: soldati e ufficiali si ribellarono a quelle autorità militari che in pratica imponevano di consegnare le armi ai tedeschi o di attendere ordini. Ha scritto Giorgio Vaccarino, “dopo tre anni di guerra era cosa eroica rifiutarsi di gettare le armi, quando i superiori lo comandavano; e molti dei soldati italiani ebbero l’eroismo di compiere questo rifiuto. I vecchi antifascisti possono andare fieri della ribellione dei militari, come della collera dei popolani di Napoli … possono essere orgogliosi di questi soldati e popolani, perché incolti e impreparati alle cose politiche, con il loro veder giusto di un giorno confermarono le ragioni di una lotta condotta per anni”. Ricordiamo allora gli 8.400 caduti di Cefalonia; il presidio di Leros, al comando dell’ammiraglio Luigi Mascherpa, che resistette 50 giorni a fianco degli inglesi, alla fine si conteranno solo 1500 superstiti su 12.000; così a Creta, Corfù, in Tessaglia, in Albania, nel Montenegro. In molti casi i militari italiani affiancheranno i partigiani, in Grecia come in Jugoslavia, e saranno tra i primi a costituire le bande partigiane, assieme ai militanti dei partiti e dei movimenti politici che durante il ventennio, nella clandestinità e nell'esilio, e nella guerra civile spagnola, avevano continuato la lotta contro il fascismo.

Il 1943 è dunque il momento tragico della sconfitta militare e della dissoluzione dello Stato fascista, ma anche il momento del risveglio delle coscienze. Come scrisse Bobbio nella prima pagina della sua autobiografia «dopo non siamo stati più come eravamo prima». Iniziano gli ultimi venti mesi della guerra, segnati in Italia dall’azione politica e militare della Resistenza, un movimento clandestino complesso nel quale convergono forze e tendenze molteplici con motivazioni e prospettive diverse e in parte contrastanti; ma un fatto politico di enorme importanza, al di là del suo peso militare, che non fu affatto trascurabile, questione su cui tornerò brevemente.

Ha scritto Gaetano Salvemini che “la guerra per bande, sognata da Mazzini durante tutta la vita, ebbe luogo in Italia dall’autunno del 1943 alla primavera del 1945”. 

La guerra per bande, e di popolo, si poté concretizzare perché “dietro gli uomini che rischiavano la vita nella lotta quotidiana contro i tedeschi e i fascisti v’era una seconda linea, estesa quanto il paese, che provvedeva a sostenerli, a finanziarli, a curarli”, scrive sempre Salvemini. Per la prima volta nella storia d’Italia le popolazioni rurali parteciparono attivamente alla guerra civile, non più stando dal lato reazionario, ma mosse da una coscienza nazionale e sociale, confusa quanto si vuole, ma sicuramente orientata e pronta ad affrontare anche l’ultimo sacrificio». Non basta. Per la prima volta nella storia d’Italia le donne compaiono sulla scena politica del paese. Ma ciò che diede corpo a tutto ciò fu la cospirazione consapevole e organizzata dei gruppi politici.

Il caso padovano ne è testimonianza particolarmente pregnante. Non si dimentichi che Padova e il Veneto erano un nodo strategico per i tedeschi, la cui occupazione si era completata fin dall’agosto: erano la via di fuga verso la Germania, e Padova si rivelò subito una città insicura e ostile per nazisti e fascisti.

Con l’armistizio dell’8 settembre l’università – il rettorato, in primo luogo – diventerà fisicamente il centro organizzativo politico-militare della resistenza. Concetto Marchesi era stato nominato rettore da pochi giorni e aveva scelto come prorettore Egidio Meneghetti. A casa di Marchesi, subito dopo l’8 settembre, con Meneghetti e Silvio Trentin, giurista, professore universitario, ex deputato e prestigioso esule antifascista in Francia, esponente di “Giustizia e Libertà” già attivo nella resistenza francese, nasceva il comitato di liberazione nazionale regionale veneto, in cui si confrontavano e collaboravano comunisti, socialisti, azionisti, democristiani e liberali. Uomini eccezionali, Trentin, Meneghetti e Marchesi, la cui azione fu di straordinaria importanza, perché seppero non solo organizzare la resistenza armata, ma soprattutto seppero offrirle una stabile guida politica, salvaguardandone il tratto unitario e patriottico, indirizzandola prima di tutto contro l’occupazione tedesca.

Ma quale fu la consistenza, anche militare, della Resistenza?

Si sente ripetere spesso che fu opera di una minoranza. Obiezione davvero bizzarra: in quale guerra di ogni tempo i combattenti sono la maggioranza? Nel caso della Resistenza italiana ed europea, inoltre si trattò di eserciti costituti integralmente da volontari.

Stando anche alle cifre fornite da parte tedesca e fascista, possiamo calcolare che i partigiani nel dicembre 1943 fossero tra i 9 e i 10.000, più di 80.000 nell'estate 1944 e più di 200.000 nella fase finale (240.969 secondo i dati ufficiali delle commissioni per il riconoscimento delle qualifiche, che contrariamente a quanto si pensa non fu per nulla accomodante, visto che respinse ben 151.041 domande per il riconoscimento di partigiano o patriota).

I partigiani caduti (esclusi i civili uccisi) saranno 44.720 di cui 13.381 all'estero, i mutilati e gli invalidi 21.168. 

Il peso militare della Resistenza emerge con chiarezza consultando le fonti ufficiali e memorialistiche tedesche e fasciste. Albert Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia, nelle sue memorie scriverà che l’azione partigiana si era sviluppata in forma “affatto inattesa [...]. La guerra partigiana diventò per il comando tedesco un pericolo reale, la cui eliminazione era un obiettivo di importanza capitale. […] Le migliori truppe dovettero venir impegnate nella lotta contro i partigiani”.

Di contro, in un memorandum alleato del 15 gennaio 1945 si riconosceva che i danni inflitti al nemico dalla Resistenza erano stati enormi, sia in perdite di vite umane che in atti di sabotaggio. Del tutto coerenti le fonti fasciste. I rapporti riservati della Guardia nazionale repubblicana e quelli dello Stato maggiore della Rsi sulla “situazione ribelli”, concordano nel riconoscere che “la massa della popolazione segue con interesse e molta simpatia il movimento ribelle”, e lucidamente ne elencano le ragioni: “avversione generale contro il fascismo”, “antipatia verso i tedeschi”, “il desiderio che la guerra finisca al più presto in qualsiasi modo”, “la chiamata delle classi 1921, 1922, 1926 che ha offerto campo ai ribelli di svolgere facile e proficua attività propagandistica”, l'inefficacia dei rastrellamenti e gli “abusi” compiuti dalle forze fasciste; infine l'azione dei tedeschi per il trasferimento dei macchinari delle industrie, “e il timore di essere trasportati in Germania”, che “ha provocato vasti scioperi e ha indotto molti operai e la popolazione stessa ad appoggiare più o meno apertamente il movimento dei ribelli”.

Celebriamo il 25 aprile con gratitudine per chi allora si sacrificò così generosamente, non per amore delle ricorrenze o per stanca abitudine, ma perché consapevoli, come scrisse Vittorio Foa che “se la resistenza, quella combattente e quella civile, ha avuto, pur avendo breve durata, un così forte impatto in tutta Europa sui decenni che sono seguiti, questo dipende dalla sua scelta politica di fondo: di aver contrapposto al nazifascismo la democrazia, la libertà individuale e i diritti sociali. Quella scelta ha segnato la storia dell’Occidente per la seconda metà del secolo”. Ma aggiungo, quella scelta di libertà non è scontata, né acquisita per sempre, essa va difesa e meritata, oserei dire, ogni giorno, consapevolmente. Facciamo dunque in modo – tutti – che quel patrimonio non si disperda. 

Carlo Fumian

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