SCIENZA E RICERCA

Antipsicotici e demenza senile: serve cautela

Rischio di mortalità più elevato negli anziani che assumono antipsicotici per il trattamento delle demenze senili tra cui l’Alzheimer. È questo il risultato di una ricerca pubblicata recentemente su Jama Psychiatry. Sebbene altri studi in precedenza fossero giunti alla stessa conclusione, ora emerge però che il rischio può essere superiore a quanto finora supposto.  

Un problema da non sottovalutare se si considera che, stando a un rapporto del Pew Research Center, le persone dai 65 anni in su nei prossimi decenni triplicheranno, passando dai 531 milioni del 2010 a 1,5 miliardi nel 2050. A ciò si aggiunga, secondo i dati del ministero della Salute, che si prevedono nel 2020 oltre 48 milioni di persone con demenza, che nei 20 anni successivi potrebbero superare gli 81 milioni. Più di 15 milioni nel 2020 nella sola Unione europea. L’Alzheimer rappresenta il 54% di tutte le demenze, con una prevalenza del 4,4% nella popolazione ultrasessantacinquenne.

“Le demenze – osserva lo psichiatra Vittorino Andreoli – sono molto frequenti e aumentano sempre più proprio per il prolungamento dell’aspettativa di vita. I pazienti spesso mostrano segni di ipereccitazione, agitazione, non dormono, hanno movimenti che non sono controllati. E questo è uno dei problemi principali nella gestione della demenza: rende molto difficile occuparsene a casa, ma anche nelle residenze per anziani questo aspetto costituisce una difficoltà”. Davanti a disordini di questo tipo, in cui il paziente può arrivare anche a costituire un pericolo per se stesso e per gli altri, i medici prescrivono gli antipsicotici e in alcuni casi antidepressivi. Lo psichiatra spiega che spesso si ricorre a questo tipo di farmaco perché non è possibile stabilire una relazione terapeutica attraverso il dialogo. 

Ma entriamo nel merito. I ricercatori hanno preso in esame 46.008 pazienti dai 65 anni in su con una diagnosi di demenza, trattati con farmaci antipsicotici utilizzati anche in Italia (i cui principi attivi nello specifico sono aloperidolo, olanzapina, quietiapina e risperidone), con antidepressivi e acido valproico usato soprattutto in caso di convulsioni. I pazienti sono stati confrontati con un gruppo che non è stato sottoposto alla terapia e seguiti per un periodo di sei mesi alla fine del trattamento. Risultato: sia pure con differenze a seconda del tipo di antipsicotico, è stato riscontrato un aumento nel rischio di mortalità nei pazienti che avevano assunto questo tipo di farmaci. L’indice di mortalità più elevato è stato segnalato per l’aloperidolo, con un decesso ogni 26 pazienti trattati. Gli studiosi sottolineano che l’incremento nel rischio di mortalità è superiore a quanto riportato finora (riferendosi in particolare agli studi del gruppo di Schneider del 2005): rispetto alle stime iniziali il rischio è doppio per la quetiapina e quasi quattro volte più elevato per il risperidone.  

Va precisato che questi stessi effetti non si riscontrano invece quando gli antipsicotici vengono utilizzati nelle patologie dell’età adulta. Andreoli spiega che il farmaco agisce diversamente a seconda dello stato del cervello. Nel caso delle demenze le connessioni tra neuroni diminuiscono e si formano placche che ne alterano la funzionalità e questo interferisce con l’azione dell’antipsicotico.

“I risultati dello studio – osserva lo psichiatra – sono preoccupanti e pongono il problema della terapia farmacologica nel trattamento delle demenze”. Oltre alle conseguenze descritte dalla ricerca pubblicata su Jama, si deve tener conto che gli antipsicotici nella persona anziana possono avere anche “effetti paradosso”, spiega Andreoli, cioè anziché produrre la sedazione attesa il farmaco potrebbe ottenere il risultato opposto. Può accadere che gli effetti terapeutici siano inferiori alle attese, considerando che le cellule nervose sono alterate, mentre gli effetti collaterali sulla circolazione o sul sistema respiratorio potrebbero invece risultare più elevati. Del resto non mancano studi che dimostrano un aumento del rischio di complicanze cerebrovascolari (come ictus o attacchi ischemici transitori) nei pazienti che assumono antipsicotici come il risperidone, al punto che già nel 2003 la Food and Drug Administration aveva lanciato un avvertimento in questo senso. I farmaci antipsicotici agiscono interferendo con l’attività della dopamina, un neurotrasmettitore coinvolto in molte funzioni cerebrali tra cui la memoria, il movimento volontario, l’attenzione, l’apprendimento. Di conseguenza possono provocare, tra l’altro, anche tremori o difficoltà di linguaggio.   

“Gli studi sui farmaci che agiscono sul cervello – argomenta Andreoli – sono stati deludenti negli ultimi decenni e dunque bisogna sperare in un impegno maggiore nell’ambito della ricerca. È necessario essere innovativi ed elaborare nuovi sistemi di trattamento della patologia che siano in grado di gestire l’agitazione senza ricorrere a terapie che aumentino il rischio di mortalità”.

Secondo lo psichiatra oltre ai farmaci esistono anche altre possibilità. Spiega che solitamente si ritiene difficile riuscire a dare un sostegno psicologico a una persona che soffre di demenza, perché si usa la parola, il rapporto. Eppure esistono strumenti che riescono a calmare il paziente senza l’uso di farmaci: un certo tipo di musica ad esempio, la visione di immagini, il contatto corporeo, tutti quegli atteggiamenti di comunicazione comportamentale non verbale. Con questi metodi si riuscirebbero a creare delle sensazioni che, pur senza ricorrere allo strumento del linguaggio, il malato riesce ad avvertire. 

Monica Panetto

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