CULTURA

In guerra senza una guerra: dietro gli slogan la ricerca di un senso. Dialogo con Nicolas Beaupré ed Emmanuel Debruyne (seconda parte)

Pubblichiamo la seconda parte del dialogo con Nicolas Beaupré ed Emmanuel Debruyne a proposito del linguaggio di guerra che ha invaso lo spazio politico e mediatico durante la crisi del Covid-19.

C’è un altro punto su cui riflettere. Il ricorso alla retorica guerriera è stato tacciato di opportunismo, semplicismo, ma anche di essere la manifestazione di tentazioni autoritarie che si celerebbero dietro il dispiegamento delle misure emergenziali di questi due mesi. Giorgio Agamben ha reiterato le sue convinzioni in proposito in una discussa intervista sulle pagine di Le Monde del 24 marzo. Con la malaugurata eccezione dell’Ungheria di Orban, dove lo stato d’emergenza è stata solo l’ultima tappa di una lunga marcia verso il dispotismo, l’idea che si possa vedere un legame tra la reazione degli Stati europei alla pandemia e un’aggressione alla democrazia liberale sembra soprattutto una farneticazione complottista. C’è da chiedersi, dunque, se mobilitare così ossessivamente il linguaggio della guerra fosse non solo necessario, ma anche opportuno.

Per Nicolas Beaupré “Alcuni, probabilmente, vedranno in questo uso del passato una strumentalizzazione politica e cinica. Tuttavia, questa lettura non basta a spiegare come mai l’eco della Grande guerra risuoni così tanto nello spazio pubblico, e si ritrovi con forza nei social network come negli articoli e nelle vignette della stampa quotidiana. Un altro fattore gioca a favore di questo ritorno. Ciò che sta succedendo ha sconvolto il nostro rapporto con il tempo, specialmente il tempo quotidiano. Mentre medici e infermieri in prima linea vivono un’esperienza ai limiti del parossismo, la gran parte della popolazione conosce un confino tra le mura di casa che mette a dura prova i ritmi ordinari. La crisi attuale, come tutte le grandi crisi, tra cui appunto la Grande guerra, modifica la percezione del futuro, annulla la possibilità di fare progetti che vadano al di là dell’immediato, destabilizza”.

“Pensare alle grandi crisi del passato vuol dire però anche ricordare il fatto che, prima o poi, queste sono terminate: ad esempio con la vittoria nel 1918, per quanto pagata a caro prezzo. Paradossalmente, insomma, fare riferimento alla guerra significa darsi un orizzonte d’attesa rassicurante. Almeno sul piano retorico, naturalmente, perché lo storico sa in effetti che l’uscita da un evento di tale ampiezza non è la chiusura di una parentesi, quanto piuttosto un processo che può essere, esso stesso, lungo e doloroso. Il ritorno alla memoria sacralizzata della Grande guerra può allora essere letto come l’indizio della ricerca di un senso da dare a un evento, la pandemia, che sta colpendo la società francese, imponendo delle dure prove che seminano paura e disorientano. Certo, piuttosto che tentare di interpretare la crisi attuale facendo paragoni con il conflitto mondiale, sarebbe forse il caso di capire a quali eventi del passato si può far ricorso per tentare di dare un senso alla morte di massa. Ma, in ogni caso, il ricorso all’immaginario del 1914-18 nel contesto della crisi epidemiologica e multiforme che stiamo attraversando ci sta insegnando molto sulla nostra memoria collettiva, sui suoi usi sia politici che sacrali, e sul posto particolare che la grande guerra ha oggi nell’immaginario francese”.

Per Emmanuel Debruyne non si può parlare solo di slogan retorici. “La concessione di poteri così ampi al governo, cioè la facoltà di esercitare il potere legislativo senza ricorrere al parlamento (anche se in maniera limitata), trova un precedente nella storia belga in occasione dei due conflitti mondiali. Il che ci riporta al problema: dal punto di vista del funzionamento politico del Paese, il Belgio si trova a sperimentare una situazione simile alla guerra, anche in assenza di uno stato di guerra (che implicherebbe la mobilitazione dell’esercito, ad esempio). In questo, si unisce a modo suo ai tanti altri Paesi, europei e no, che hanno varato misure d’emergenza più o meno simili, tutte accomunate dalla forte limitazione delle libertà personali. Questo stato di guerra non ufficiale è stato recepito dai media. Non certo perché ci sia un controllo nelle informazioni (siamo molto lontani da ogni imposizione di una ‘censura di guerra’) né perché si ricorra sempre a un vocabolario marziale, ma più semplicemente per l’ampiezza della copertura mediatica riservata alla pandemia. Dall’inizio di marzo, il Coronavirus e le sue molteplici conseguenze hanno invaso lo spazio mediatico cancellando ogni altro tema, come avrebbe potuto fare solo una guerra. L’evento è immenso, e la sua copertura lo è di conseguenza. Sotto molti aspetti, questa mobilitazione mediatica è tipica della cultura di guerra, che modifica e codifica i modi in cui le società vivono, rappresentano gli eventi e si organizzano per rispondere a un unico scopo: battere il nemico e proteggersi”.

Parlare insomma di una guerra contro il Coronavirus non è, secondo Debruyne, solo una trovata retorica: “È anche un modo di sottolineare l’ampiezza dei mutamenti travolgenti che questa crisi sta portando con sé, in ogni aspetto delle nostre società. E, a questo proposito, bisognerebbe già porsi il problema dell’uscita dalla guerra, di cui tutto si può immaginare tranne che possa essere un rapido ripristino di ciò che conoscevamo. Il processo sarà lento e ci porterà in una situazione del tutto nuova. Ci sarà una ‘ricostruzione’, che non sarà solo economica e non sarà nemmeno un semplice ritorno allo statu quo ante bellum. Il ‘mondo di ieri’, per dirla con Stefan Zweig, vale a dire il mondo del 2019, non tornerà più, anche se alcuni dirigenti come Trump o Bolsonaro non sembrano ancora averlo compreso”.

Aspettando la liberazione

Emmanuel Debruyne ha dedicato gran parte del suo lavoro allo studio delle società sotto occupazione. Ma un punto di vista culturale, o psicologico, ciò che sta succedendo in queste settimane nei paesi europei assediati dalla paura del contagio e (auto)posti in quarantena, può davvero ricordare una situazione del genere? “Sotto molti aspetti sì”, – risponde lo storico belga –, ci sono analogie sorprendenti, soprattutto per quanto riguarda i modi in cui queste due condizioni vengono vissute. La retorica di guerra insiste sulla mobilitazione delle forze vive della nazione per superare la prova e battere il nemico, ma per la maggior parte della popolazione che oggi vive il lockdown la situazione reale assomiglia piuttosto a un’occupazione militare, vale a dire una condizione subita e caratterizzata dalla presenza del nemico. Un nemico che è presente dappertutto sul territorio, costituisce una minaccia costante e una costrizione per la vita di chiunque. Non si può combattere, ci si sente inutili.  Si sa che c’è un fronte dove infuria la lotta, un fronte anche vicino, ma per la maggioranza della popolazione non è possibile partecipare direttamente al combattimento. Le ambulanze, gli ospedali e I laboratori di ricerca hanno rimpiazzato le trincee, e in guerra – come durante questa pandemia – è a questi luoghi che corrono i pensieri, i timori e le speranze degli occupati/confinati, che però si sentono impotenti. Tutto ciò che possono fare, è astenersi dall’agire per non peggiorare la situazione. La norma che si impone nella ‘cultura di guerra’, tanto alle popolazioni occupate che a quelle che vivono il confinamento, è la medesima: tenere la distanza dal nemico”.

Sophie De Schaepdrijvercontinua Debruyne – ha coniato il concetto di ‘distanza patriottica’ per definire questo comportamento delle popolazioni occupate tra 1914 e 1918: consiste nel rifiutare ogni contatto non necessario con l’occupante, e mantenere le distanze anche sul piano fisico. Il parallelo con il distanziamento sociale, che è divenuto la parola d’ordine dell’era del confinamento, è sorprendente. Bisogna guardarsi da ogni contagio con il nemico (un tempo erano i tedeschi, oggi il Coronavirus) per non infrangere la solidarietà patriottica e non tradire. Con la differenza che oggi il nemico è invisibile e può incarnarsi in chiunque. In una certa maniera, siamo tutti divenuti con il nostro corpo occupati e potenzialmente occupanti, difensori e potenzialmente invasori. Ma nemmeno in questo caso il contrasto tra le due situazioni è totale, nella misura in cui anche le occupazioni militari generavano nemici invisibili: delatori, agenti reclutati dal nemico”.

Per Debruyne “come in guerra, il sospetto può incrinare anche la più bella delle solidarietà patriottiche. È infettato? Metterà a rischio la mia famiglia? Questa sfida alla solidarietà sociale è controbilanciata da un ritrovato slancio collettivo. Anche se ogni assembramento è proibito, la popolazione trova nuovi modi per rendere omaggio ai suoi combattenti eroici, inventando o reinventando rituali. Nel Belgio occupato della Grande guerra credenti e non credenti si ritrovavano nelle chiese per funzioni domenicali, dove si mescolavano fervore religioso e patriottico. Nell’Europa confinata dal Covid-19 abbiamo gli applausi ai balconi, talvolta mescolati con il suono delle campane, per salutare il personale medico e ospedaliero e, più in generale, tutti coloro che si espongono per continuare a far funzionare la società. In un caso come nell’altro, la gente tributa un culto a questi eroi a cui non si può dare fornire solo un aiuto simbolico”.

Nicolas Beaupré ha fatto riferimento allo sconvolgimento della percezione temporale come uno dei punti di contatto tra l’esperienza della guerra e il vissuto della crisi attuale. Vale anche per il tempo di chi vive sotto un’occupazione? “È un’attesa apparentemente infinita, il tempo passa e sembra tanto più lungo quanto più si è impotenti nell’abbreviare questa calamità”, sostiene Emmanuel Debruyne. “I diari scritti da coloro che vivevano sotto occupazione testimoniano di continuo questa condizione di attesa della fine, e la difficoltà di sopportare l’incertezza della durata della prova che si sta subendo. ‘Quando vedremo la fine?’ è un’espressione che ritorna spesso. Molti abitanti dei Paesi occupati cominciano a scrivere per dare forma alle loro impressioni, alle loro angosce, ai loro desideri, descrivono i piccoli avvenimenti di tutti giorni e l’eco della lotta mondiale nei loro diari. È un esercizio che permette loro di prendere la distanza da ciò che succede, di mettere ordine nel tempo che passa e di conservare una traccia di normalità in tempi straordinari, destinata allo stesso tempo alla propria futura memoria e ai propri cari, da cui sono separati”.

Chi vive il confinamento secondo Debruyne è spinto ad una scrittura di sé molto simile: “Lo si ritrova nei messaggi postati su Twitter o su facebook, ma anche nella pratica più intima del diario. I grandi sconvolgimenti, individuali o collettivi, sono spesso spunto per questo genere di scrittura. Questo tempo che passa – non importa quali siano le strategie messe in campo da coloro che vivono l’occupazione/confinamento per tollerarlo – è dominato da un’unica speranza: quella della liberazione, sinonimo di scomparsa del nemico e di ritorno della libertà. A cominciare dalla libertà di muoversi. In effetti, l’occupazione militare coincide spesso, specie nelle regioni più vicine al fronte, con una riduzione considerevole dell’orizzonte geografico. Come quello del 2019, il mondo prima del 1914 era un universo nel quale le possibilità di movimento non erano mai state così grandi, grazie alla rivoluzione dei trasporti e a regole relativamente permissive in materia di spostamenti. Questa mobilità fu la prima vittima della guerra e la popolazione, almeno quella occidentale, soffre nel 2020 come nel 1914 la sensazione di essere costretta in un perimetro angusto. Lo spazio che si era dilatato costantemente si è ora bruscamente contratto, trasformando milioni di persone in prigionieri senza colpe. Dunque, la liberazione è attesa, immaginata. Tuttavia ricordiamo che nel 1918 la gioia fu di breve durata, di fronte ai nuovi sacrifici richiesti dalla ricostruzione”.

marco mondini

MARCO MONDINI

Insegna History of conflicts al Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali ed è ricercatore associato all’UMR Sirice (CNRS – Paris Sorbonne). Dopo aver studiato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha collaborato con l’ENS di Parigi, l’università di Lille 3 “Charles de Gaulle”, l’università di Paris Diderot e l’Istituto Storico Italo Germanico di Trento, dove ha diretto l’unità di ricerca “La prima guerra mondiale”. È specializzato in storia della guerra in età contemporanea, tema su cui ha scritto o curato una ventina di volumi: tra i più recenti Fiume 1919. Una guerra civile italiana (2019), Il Capo. La Grande guerra del generale Luigi Cadorna (2017, premio nazionale “Friuli Storia”), La guerra come apocalisse (2016), La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare (1914-1918) (2014), Narrating War. Early Modern and Contemporary Perspectives (con M. Rospocher, 2013). Fa parte del direttivo del Centre International de Recherche dell’Historial de la Grande Guerre ed è editor della sezione italiana di 1914-1918 online. The International Encyclopedia of the First World War.

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