CULTURA

Google Glass e i padroni dell'acqua

La start up di San Francisco Lookout mobile Security lo scorso luglio ha spiegato in un video come è stato sventato uno dei pericoli già evidenziati dal sistema operativo dei Google Glass (gli occhiali sperimentali capaci di aumentare la realtà): un QRCode e una scansione di pochissimi secondi avrebbe potuto infatti permettere a terzi di controllare i famosi occhiali del futuro, ancora in fase di testing.

Il progetto, quindi, presenta qualche rischio, e chissà se e quanto è lontano dallo scenario immaginato dallo scrittore di israeliano Assaf Gavron nel romanzo di fantascienza Idromania, ambientato nel 2067. Lì, oltre a comunicare con occhiali interfacciali, gli essere umani assetati (la Terra è inaridita, e la distribuzione della poca acqua potabile in mano alle multinazionali) sono obbligati a portare chip sottocutanei di silicone e titanio, attraverso i quali svolgono tutte le operazioni necessarie sia alla vita privata che a quella pubblica. Dai chip azionati sfiorandosi il braccio (e talvolta trafugati e impiantati illegalmente per appropriarsi dell'identità sociale altrui, a partire dal conto in banca) passa infatti l’identificazione della persona, e con essa ogni interazione sociale: il controllo continuo degli individui, i pagamenti, le informazioni, la pubblicità.

Siamo prossimi a Orwell, per quanto riguarda il controllo, ma in fondo ci aveva pensato anche il Mago di Oz a intervenire sulle lenti per cambiare la percezione del mondo e delle proprie possibilità, e l’idea di lenti magiche o speciali, capaci di dischiudere mondi, è assai frequente in letteratura, poesia, mitologia, da Fitz James O’Brien a H.G. Wells. 

Si inserisce ora in questo filone Gavron (che è il traduttore in ebraico di Philip Roth e Jonathan Safran Foer), che nel suo riesce però a toccare con sinistra preveggenza due temi di cruciale attualità: oltre al rapporto nuove tecnologie – nuova socialità (“..oh, quei giorni pieni di vita! Lui si ricordava giorni in cui la vita era la cosa principale e la rete insignificante, un ausilio occasionale per arricchire la vita, renderla più attuale”) anche l'emergenza idrica cui il titolo allude.

E se sul fronte web 3.0 il futuro è già cominciato senza troppi drammi ancora, lo scenario sugli approvvigionamenti d'acqua mette molta più paura; a Stoccolma si sta svolgendo la settimana mondiale dell’acqua che ha in premessa un assunto senza appello: la popolazione mondiale cresce ma le risorse idriche no; non solo: mentre per il 2050 il fabbisogno mondiale d’acqua sarà cresciuto del 55% (tra consumi domestici, industriali e legati alla produzione di energia elettrica) l’acqua scarseggerà in molte parti del mondo a causa della siccità crescente, e la qualità della più preziosa delle risorse peggiorerà, tra inondazioni e inquinamento. 

Tre anni fa una risoluzione dell'Onu ha sancito il diritto per ogni essere umano all’acqua, sana e sicura, ma oggi, di fronte alla scarsità, l’acqua è destinata ad avere un prezzo. Siamo pronti a pagarlo? Mentre in Svezia cercano una risposta, nella finzione letteraria di Gavron sono cinesi, ucraini e giapponesi a controllare la distribuzione della poca acqua fresca. 

«Meno acqua c'è, più aumenta il rischio di guerre per contendersela anche all'interno degli stessi Stati, per esempio tra gruppi sociali con interessi economici differenti», sostiene Peter Gleick, cofondatore e presidente del Pacific Institute di Oakland, in California, un centro di ricerca e consulenza sulla sostenibilità ambientale con progetti specifici sulle risorse idriche. 

Nelle pagine di Idromania i palestinesi (che nella realtà attuale hanno disponibilità di acqua potabile risicatissima, dato che le tubature vanno anzitutto a beneficio degli insediamenti ebraici, piscine comprese) hanno conquistato tutta Israele (ridotta a una sola città) in forza del numero. Il paese, aumentati vertiginosamente riscaldamento e inaridimento globali, ha perduto le falde acquifere e i laghi: per dissetarsi attende le rare precipitazioni ed è totalmente dipendente, oltre che dall’efficacia degli stoccaggi, dai grandi gruppi industriali. I soli, nei fatti, con una posizione di potere tale da fare pressione sui governi dei diversi Stati per vietare la raccolta privata delle centellinate riserve idriche adducendo motivazioni tanto pretestuose quanto già, ahinoi, note: questioni igieniche, illegale sfruttamento delle risorse statali e così via.

La protagonista del romanzo, israeliana, donna tosta e incinta eroina post cyber punk, lotta per mettere a punto l'invenzione dello scomparso consorte per consentire a tutti di purificarsi da sè l'acqua piovana: il sistema ji-ji. Gli esiti della sua battaglia sono parzialmente inaspettati, ma il libro e il suo tema portante - la consapevolezza della centralità dell'elemento liquido per la nostra vita, che Gavron sa evocare con grande forza - danno da pensare, producendo associazioni non scontate, magari per contrasto.

Seguendo questo filo conduttore viene in mente allora un altro libro, non un romanzo ma un diario: Nelle foreste siberiane, di SylvainTesson. Il tema centrale qui è l'asocialità e l'esigenza di isolarsi, sfuggendo a un mondo sempre e ovunque connesso; ma a rimanere, a fine lettura, è l'ambientazione: lo sconfinato specchio d'acqua dolce e limpidissima del lago Bajkal, una delle sette meraviglie della Russia. 

Scrive Tesson nella cronaca del suo semestre in Siberia “su una Terra sovrappopolata, surriscaldata e rumorosa, una capanna in una foresta è l'eldorado. Millecinquecento chilometri più a sud ribolle la Cina dove un miliardo e mezzo di esseri umani tra non molto resterà senz'acqua, senza boschi e senza spazio. Vivere tra gli alberi ad alto fusto vicino alla più grande riserva di acqua dolce del mondo è un lusso. Un giorno lo capiranno anche i petrolieri arabi e i nuovi ricchi… la felicità abiterà oltre il sessantesimo parallelo Nord”.  

Chissà, quel giorno, attraverso quali occhiali magici la guarderemo.

Silvia Veroli

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