SCIENZA E RICERCA

Fiabe, anche per guarire meglio

“Mary andò in spiaggia a farsi una nuotatina, lei era bravissima a nuotare, così andò oltre la secca. Ad un certo punto vide qualcosa che si muoveva dentro l’acqua fra le onde e si avvicinava velocemente. Quella cosa la spinse in basso verso il fondo del mare. La bambina però non capiva cos’era. Quegli esseri erano cavallucci marini malefici guardiani di un drago marino. I cavallucci portarono Mary in una grotta sotterranea dove non c’era acqua in modo che lei potesse respirare. La legarono attorno ad una roccia con alghe resistentissime”.

Non sappiamo quali peripezie spettino alla piccola Mary per ritornare a riva e mettersi in salvo. Ciò che sappiamo è che l'autrice di questo brano, una bimba di 9 anni che chiameremo Emma, il male lo ha purtroppo dovuto conoscere e con esso il ricovero in ospedale. È qui, nel reparto di pediatria, che Emma ha scritto il racconto di cui vi abbiamo proposto un estratto. Un racconto che non a caso parla di sofferenza. La stesura, infatti, è avvenuta nell'ambito di uno specifico progetto di ricerca ed intervento educativo promosso dal dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata (Fisspa) dell'università di Padova, intitolato “Fiabe in pediatria”.

Nato nel 2010 come iniziativa pilota nella Clinica pediatrica padovana, lo studio nel tempo si è evoluto arrivando a coinvolgere una decina di ospedali veneti che, tra marzo 2014 e lo scorso giugno, hanno visto educatori e insegnanti, appositamente formati, realizzare dei laboratori di storytelling rivolti a bambini e adolescenti sino ai 17 anni d'età. 

“Siamo partiti dall'idea di offrire un'esperienza immaginifica – spiega la responsabile scientifica Natascia Bobbo –. Attraverso la narrazione volevamo farli entrare in un mondo parallelo non tanto per distrarsi dai problemi quotidiani che la malattia comporta, quanto per farli riflettere su argomenti come la sofferenza e la paura”. 

In una prima fase i bambini hanno ascoltato una fiaba, quindi, con il supporto di figure cartonate, sono stati accompagnati nel processo di invenzione di una storia. Ciascuna ha il medesimo filo conduttore. Vede il protagonista alle prese con una situazione immeritata, costretto a lasciare la sua casa, un porto sicuro, per vivere una realtà completamente sconosciuta, nella quale tuttavia trova amici e persino una persona speciale che lo aiuta a superare il momento di difficoltà. Una persona di cui deve fidarsi senza smettere al contempo di lottare. Perché nulla si ottiene gratuitamente.

“In pratica viene ripercorsa l'esperienza dei bambini nel momento in cui si ammalano e vengono ricoverati in ospedale. Ci sono le persone amiche (gli altri bambini e gli educatori) e ci sono i donatori della guarigione (medici e infermieri) di cui occorre fidarsi. Però una parte del lavoro deve essere svolta anche dai piccoli pazienti”, aggiunge Bobbo.

Il laboratorio, coordinato dalle educatrici professionali Alice Trevisan e Susy Comunian, ha raccolto l'entusiasmo di tutti i partecipanti e prodotto circa 80 fiabe e racconti che ora il gruppo di ricerca, formato anche dalla dottoranda Silvia Lazzaro, sta esaminando dal punto di vista scientifico con appositi software. “Di fatto abbiamo un accesso privilegiato a quello che è il modo di concepire e pensare la malattia da parte di bambini e adolescenti – sottolinea Natascia Bobbo –. Possiamo capire ciò che provano perché c'è una corrispondenza tra narratore e narrato, tra chi inventa e il personaggio della storia”.

L'analisi dei testi dei bambini finora si è soffermata su aspetti come la figura dell'eroe e il senso della sciagura, mentre per le narrazioni scritte dai più grandi sono stati presi in considerazione temi come la distinzione tra apparenza e sostanza (si pensi al corpo che cambia a causa della patologia), il bivio (la necessità di scegliere tra due strade) e il cibo (il pericolo di essere “mangiati”, la paura di morire). Per conoscere i risultati, bisognerà attendere la seconda metà del 2016. 

“L'obiettivo è creare un protocollo di intervento educativo esportabile e che dia delle chiavi di lettura per l'interpretazione delle fiabe del bambino – anticipa la Bobbo –. È chiaro che ci devono essere la relazione, il dialogo, il contatto e l'osservazione del piccolo nel suo contesto familiare, però si possono capire quali sono i suoi bisogni educativi anche attraverso un percorso nel quale il racconto può rappresentare una conclusione. Il bambino, cioè, potrebbe scrivere un'altra storia ed eventuali nuovi elementi potrebbero dire se qualcosa nel suo modo di interpretare la vicenda è cambiato”. 

In tale prospettiva, speriamo allora di leggere un'altra avventura della piccola Mary/Emma.

Elena Trentin

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