SCIENZA E RICERCA

L'uomo in Siberia già 45.000 anni fa

Un mammut, la Siberia e un gruppo di scienziati. Sono questi gli ingredienti di una storia che comincia poco più di tre anni fa e si conclude con una conferma importante, dato che finora esistevano solo indizi controversi: l’uomo popolava la regione artica già a partire da 45.000 anni fa, dunque ben 10.000 anni prima di quanto comunemente si pensasse. Un risultato, questo, frutto di un’indagine coordinata da Vladimir V. Pitulko, pubblicato oggi su Science.  

Tutto inizia nel 2012 quando Alexei N. Tikhonov, coautore dello studio, e il suo gruppo estraggono i resti di un mammut (parte dello scheletro e una piccola quantità di tessuti molli) al centro della Siberia artica, in un promontorio costiero della sponda orientale del Yenisei Bay. L’esame al radiocarbonio data i reperti a circa 45.000 anni fa. Sulle ossa vengono rilevate alcune lesioni (precisamente sulla scapola, sull’osso zigomatico e sulla quinta costola sinistri e sulla seconda costola destra) che i paleoantropologi attribuiscono a ferite di “armi” da caccia. Senza contare quelle sulla punta della zanna destra e sulla mandibola, secondo gli autori arrecate inequivocabilmente post mortem per mano umana. Sono questi rilievi e le analisi dei reperti a non lasciare dubbi agli scienziati: l’uomo allora era già presente in quelle zone. Come del resto avevano suggerito in precedenza altri ritrovamenti in un’area più orientale della Siberia.

L’analisi delle ferite sulle ossa consente infatti alcune osservazioni. La forma di alcune di esse, ad esempio, suggerisce che siano stati utilizzati strumenti con una punta assottigliata, simmetrica e relativamente tagliente. E ciò è compatibile con le armi in osso o avorio che spesso hanno punte coniche, simmetriche e formano un angolo abbastanza acuto alla fine. Ancora, la forza e la direzione dei colpi desunte dalle lesioni, fanno pensare a un metodo di caccia praticato ancora oggi in Africa, che prende di mira la base della proboscide negli elefanti per colpire il numero maggiore di arterie possibile. Si prenda poi la ferita alla scapola: tenendo conto delle dimensioni del mammut il punto di impatto potrebbe essere stato a un’altezza di 1,5 metri, esattamente in corrispondenza della spalla di un uomo adulto. Anche le ferite post mortem sono rivelatrici. Il ramo della mandibola ad esempio, un osso molto resistente, è stato ritrovato rotto e questo stando agli autori potrebbe indicare l’estrazione della lingua che spesso veniva consumata dai cacciatori, forse come cibo rituale o prelibatezza. Dalla zanna destra poi sono stati rimossi diversi frammenti sottili e paralleli. Secondo gli scienziati potrebbero essere stati utilizzati per realizzare scaglie con bordi taglienti di cui servirsi come strumenti di macellazione, in aree in cui il materiale litico era difficilmente disponibile. Come nel caso della zona di Yenisei dove sono stati ritrovati i resti ossei. 

“Si tratta – commenta Telmo Pievani, docente di Filosofia delle Scienze Biologiche all’università di Padova – di una retrodatazione abbastanza sorprendente. Lo studio dimostra infatti che sparuti gruppi di homo sapiens, cacciatori e raccoglitori, giunti in Medio Oriente intorno a 60.000-65.000 anni fa, già intorno ai 45.000 anni fa sono riusciti ad arrivare fino al mar Artico inseguendo i mammut. E questo implica eccezionali capacità di adattamento a un clima estremamente rigido che non ci si aspettava, anche perché quei gruppi rimangono in quelle zone fino ad epoche molto recenti, sopravvivendo nel corso di intere ere glaciali. E fino a questo momento non pensavamo che questo fosse possibile”. Ma c’è di più. L’analisi dei resti consente infatti di fare anche considerazioni di altro tipo. La tecnica di caccia utilizzata, ad esempio, è segno che quegli uomini cacciavano in gruppo e ciò significa avere un’organizzazione sociale complessa. Allo stesso modo ottenere dalle zanne delle scaglie appuntite da utilizzare come strumento di macellazione, cioè ottenere da un oggetto un altro oggetto, è un’operazione intellettualmente molto raffinata. 

“Lo studio – continua Pievani – ci permette di chiarire il quadro delle migrazioni umane in Eurasia, dandoci una datazione più precisa. Ma rende più plausibile l’idea che anche le Americhe siano state popolate molto prima di quanto non si sia pensato finora, dunque già in era glaciale e non soltanto alla fine delle glaciazioni”. Il docente chiarisce. Le datazioni più sicure fanno risalire a 18.000-20.000 anni fa l’arrivo dell’uomo (homo sapiens) in Nord America. Alcuni studiosi tuttavia ritengono che ciò possa essere avvenuto tempo prima. “A questo punto se si dimostra che i cacciatori siberiani si spingevano così a nord e così a est, diventa molto plausibile che inseguendo le mandrie di mammut e caribù siano facilmente arrivati in Nord America prima di quanto si è supposto finora”. Si consideri infatti che nelle fasi glaciali gli oceani, i mari erano più bassi di come sono adesso e che l’Asia orientale e il Nord America, dove ora c’è l’Alaska, erano unite da un ponte di terra molto vasto detto Beringia. Non è così improbabile dunque che i cacciatori di cui parla lo studio, inseguendo le mandrie alla ricerca di cibo, possano aver attraversato il ponte di terra ed aver sconfinato anche nell’America del Nord, dando origine agli antenati delle popolazioni native americane. Una storia, questa, ancora tutta da scrivere.  

Monica Panetto        

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012