SOCIETÀ

Bielorussia, le proteste e la repressione del presidente Lukashenko

Una festa attesa, preparata e assai temuta. Perché per i bielorussi il 25 marzo è il “Den’ Voli”, il giorno dell’indipendenza, della libertà ritrovata nel 1918, e poi persa nel 1994, quando il presidente Alexander Lukashenko prese il potere, per non lasciarlo più. Una data simbolo per l’opposizione che da mesi, con ostinazione e determinazione, si riversa nelle strade e nelle piazze non soltanto della capitale Minsk per chiedere elezioni libere e pulite, per dire basta alla corruzione, ai soprusi, alle violenze, alle violazioni sistematiche dei diritti umani e sociali. Ma il dittatore non tollera il dissenso: ha alzato il livello delle minacce e nella notte tra il 22 e il 23 marzo, nella città di Hrodna, all’estremo nord-ovest del Paese, a pochi chilometri sia dal confine con la Polonia sia da quello con la Lituania, ha piazzato i carri armati. E, naturalmente, ha vietato qualsiasi assembramento, qualsiasi festeggiamento.

Quella di ieri è stata una giornata ad altissima tensione e di altrettanto grande cautela: qualche sporadico corteo, flash mob improvvisati, una cinquantina di arresti. ByPol (un gruppo investigativo composto da ex funzionari statali, dei servizi di sicurezza e delle truppe di frontiera, che si sono dimessi in risposta alla violenta repressione contro manifestanti e che raccolgono prove degli abusi commessi dalle autorità bielorusse) aveva lanciato poche ore primal’allarme: «Il governo di Minsk sta preparando un attacco terroristico in uno degli edifici del ministero degli affari interni, per far ricadere la colpa sui dimostranti e avere così il pretesto per instaurare lo stato d’emergenza. L'azione sarà eseguita da funzionari del KGB, il servizio segreto bielorusso». Nulla è ancora accaduto, ma non si esclude che proprio la fuga di notizie abbia costretto il regime a cambiare (o rinviare) il piano. Perfino Amnesty International aveva chiesto ai diplomatici presenti in Bielorussia di “coprire” l’evento, di documentare quanto accadeva nel giorno della festa con foto e video utilizzando la loro immunità diplomatica, dal momento che molti giornalisti bielorussi sono finiti in carcere (qui il video dell’arresto di una reporter). «Le autorità bielorusse hanno indicato chiaramente che hanno tutte le intenzioni di trasformare le proteste del Freedom Day in un’altra scena di spaventosa violenza», ha dichiarato Marie Struthers, direttrice di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale. In carcere è finito anche un giornalista polacco, Andrzej Poczobut: Varsavia ha chiesto la sua scarcerazione, accusando la Bielorussia di perseguitare la minoranza polacca e di “prendere ostaggi”. E la tensione tra i due paesi cresce.

Dunque, un 25 marzo col fiato sospeso. La settimana scorsa Lukashenko aveva messo in guardia i suoi oppositori, quasi annunciando la guerra civile: «Oggi le guerre sono cambiate. Non ci saranno truppe straniere ad attaccarci. Ma ci scuoteranno da dentro. Noi l’abbiamo già vissuto in parte: ci hanno sconvolti leggermente, in agosto, dopo le elezioni. Ci hanno assaggiato, hanno dato un morso. E si sono rotti i denti. Adesso ci azzanneranno per bene. Ci azzanneranno dall’interno. Perché ve lo dico? Perché noi, uomini militari, saremmo costretti a difendere il nostro paese, proprio da qui, dall’interno». Due mesi fa era stata pubblicata da diversi organi d’informazione una registrazione audio di un alto funzionario del ministero dell’Interno bielorusso (si tratterebbe di Mikalay Karpyankou, viceministro degli interni e capo delle truppe armate) che parla della costruzione di un campo di concentramento “completo di filo spinato” per “prigionieri politici irriducibili”. Nell’audio si esortano inoltre gli agenti di polizia a far uso di “armi letali” contro i manifestanti, garantendo loro l’impunità: «Siamo coperti dal capo dello stato da tutti i punti di vista in termini di uso delle armi». E ancora: «Se un manifestante si precipita contro di te hai le seguenti opzioni: ferire, mutilare o uccidere. Spara alla fronte, proprio in fronte, proprio in faccia». Il ministero dell’Interno ha definito la registrazione “un falso, e perciò non commentiamo”. La leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, ha rilanciato la notizia con un tweet. Andrey Sannikau, finito in carcere dopo aver tentato di candidarsi alla presidenza nel 2010, sempre su Twitter ha sostenuto che «la registrazione è un'ulteriore prova che il potere in Bielorussia è detenuto da psicopatici estremamente pericolosi guidati da Lukashenko». 

La spaventosa repressione imposta da Lukashenko

Per comprendere l’essenza della crisi attualmente in corso in Bielorussia bisogna tornare indietro di 7 mesi, a quel 9 agosto dello scorso anno, quando Lukashenko si attribuì la vittoria alle elezioni presidenziali con l’82% dei voti, un risultato giudicato “inverosimile” dagli osservatori internazionali, frutto di sfacciati brogli, peraltro largamente annunciati. Da quel giorno la protesta è diventata incontenibile, impossibile da arginare nonostante la spaventosa repressione messa in atto dalle forze armate e dai sodali del presidente. La polizia bielorussa usa regolarmente proiettili di gomma, granate assordanti, sostanze chimiche irritanti, cannoni ad acqua: almeno 4 i morti accertati finora negli scontri, innumerevoli i feriti. Nemmeno un agente è stato finora incriminato. Da allora le proteste non si sono mai interrotte, sfidando gli agenti di polizia e il gelo dell’inverno. Il Financial Time descrive così i giorni del post-voto: «Le autorità bielorusse hanno avviato centinaia di procedimenti penali motivati politicamente contro membri dell’opposizione politica, manifestanti e loro sostenitori. In molti casi hanno arrestato, picchiato, multato o deportato giornalisti che hanno coperto le proteste e li hanno privati del loro pass di accredito. Hanno bloccato temporaneamente dozzine di siti Web e l’accesso a Internet è stato severamente limitato». Il mese successivo, settembre 2020, il “giuramento” in gran segreto per ufficializzare il sesto mandato del dittatore («Non possonon ho il diritto di abbandonare i bielorussi», dichiarò allora Lukashenko) scatenò una nuova ondata di manifestazioni con la richiesta, sempre più ferma, di indire nuove elezioni libere. A novembre la mossa del (falso) passo indietro del presidente, con l’annuncio delle proprie dimissioni e la scrittura di una nuova Costituzione: «Non lo sto facendo per me stesso, non sarò presidente sotto la nuova Costituzione. Troppo potere è concentrato nelle mani del presidente, ma ora non posso cedere le redini, ci sarebbero troppi problemi». 

A che punto sia la scrittura della nuova Costituzione, o quando dovrebbe entrare in vigore, non è dato sapere. Quel che è certo è che Lukashenko non si muove per amor di patria, né per difendere il suo popolo. E che la frattura tra istituzioni e popolazione ha ormai superato il punto di non ritorno. E’ dello scorso febbraio la denuncia dell’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Uniti, Michelle Bachelet, che ha parlato di un «giro di vite sistematico» contro il dissenso in Bielorussia. «Gli eventi che si sono svolti prima e immediatamente dopo le elezioni – ha aggiunto Bachelet - hanno portato a una crisi dei diritti umani di dimensioni senza precedenti nel paese: violazioni commesse impunemente, che hanno provocato in Bielorussia un’atmosfera di paura». Gli arresti effettuati dalle forze di polizia da agosto 2020 a oggi sarebbero ben oltre trentamila. Manifestanti, oppositori politici, semplici cittadini, ma anche giornalisti, attivisti per i diritti umani, sono regolarmente oggetto di minacce, intimidazioni, persecuzioni, arresti (qui la storia di Dzianis Ivashyn). Azioni sempre “giustificate” con l’accusa di aver provocato “disordini di massa”. Lo scorso dicembre Reporters Sans Frontières (RSF) denunciava 450 casi di violazione della libertà di stampa in 4 mesi, arrivando a definire la Bielorussia “il paese più pericoloso d'Europa per i giornalisti” nel 2020. Le Nazioni Unite hanno appena deciso di istituire una commissione d’indagine sulle accuse di torture e brutalità postelettorali in Bielorussia.

Ma più si scava tra le pieghe della repressione imposta dalla dittatura e più emerge l’orrore quotidiano che i  bielorussi devono quotidianamente affrontare. Il rapporto mondiale 2021 di Human Right Watch, nel riferire delle vittime negli scontri tra manifestanti e polizia, dedica un capitolo al trattamento riservato ai reclusi, basato sulle testimonianze di chi l’ha vissuto di persona. «Ex detenuti hanno descritto percosse, posizioni di stress prolungato, scosse elettriche e, in almeno un caso, stupro. Alcuni avevano lesioni gravi, ossa rotte, ferite alla pelle, ustioni elettriche o lievi lesioni cerebrali traumatiche. Nelle strutture di detenzione la polizia ha picchiato i detenuti e li ha costretti a mantenere posizioni di stress per ore, poi li ha tenuti per giorni in celle sovraffollate. La polizia ha spesso negato loro cibo e acqua e ha negato le loro richieste di andare in bagno. La polizia e le guardie delle strutture di detenzione hanno confiscato i farmaci ai detenuti, spesso hanno ignorato le richieste di cure mediche e in alcuni casi le hanno negate del tutto. Ai detenuti è stato negato l’accesso a un avvocato. Quelli portati davanti a un giudice hanno affermato che il procedimento è durato solo pochi minuti e si è concluso con brevi pene detentive per reati amministrativi».

Reprimere il dissenso a ogni costo

Lukashenko ha un vizio antico come la dittatura: chi si oppone a lui, dev’essere eliminato, messo in carcere o altro. Chi ci mette la faccia finisce sulla lista nera: e non soltanto esponenti politici di opposizione, ma anche uomini d’affari e dipendenti di società che in qualche modo sono sospettati di “vicinanza” alla causa di chi si oppone al dittatore, e che perciò vengono arrestati e condannati senza troppe spiegazioni con l’accusa di evasione fiscale o frode. E non va meglio per i ragazzi, per gli studenti: in molti, solo per la colpa di aver espresso un’opinione politica, sono stati espulsi dalle Università, alcuni messi in carcere, altri costretti all’esilio. Ma basta un niente per finire nel mirino della polizia. Come la traduttrice Volha Kalatskaya, finita a processo per aver colpito con uno schiaffo (in realtà appena sfiorato, qui il video postato sulla pagina Facebook dell’Associazione Bielorussi in Italia “Supolka”) un giornalista filo-regime. Rischia fino a 6 anni di reclusione per il reato di teppismo. La stessa Associazione dà notizia dell’arresto di una donna di 38 anni, Volha Zalatar, madre di 5 figli, arrestata la settimana scorsa mentre accompagnava la figlia di 10 anni alla lezione di musica. Il motivo del fermo l’ha spiegato in una nota lo stesso Ministero degli Interni: “Per attività di protesta, essendo l’amministratrice della chat del cortile locale e perché organizzava eventi di massa non autorizzati: tea party, passeggiate, concerti”. La donna era stata osservatrice indipendente alle elezioni presidenziali del 9 agosto 2020 e non era stata ammessa allo spoglio elettorale. Dopo le elezioni aveva continuato il volontariato per aiutare i detenuti politici. La sera stessa della sua cattura è stato arrestato anche il marito, poi condannato a dieci giorni di reclusione per aver appeso una bandiera bianco-rossa-bianco (i colori della “vecchia” bandiera bielorussa, sostituita da Lukashenko nel ’95 con il vessillo rosso-verde) alla finestra del suo appartamento. 

Katsiaryna Shmatsina, ricercatrice presso l’Istituto bielorusso di studi strategici (ICSID), non si fa troppe illusioni: «Una cosa è chiara: il regime è pronto a reprimere la protesta ad ogni costo». Nella sua analisi recentemente pubblicata sulla crisi post-elettorale in Bielorussia la ricercatrice sostiene: «Ci sono state importanti proteste post-elettorali nel 2006 e nel 2010. Ciò che è diverso questa volta è che la società sembra aver raggiunto il punto di svolta: la tortura e la brutalità della polizia antisommossa non fermano più le persone. Inoltre c’è l'indignazione causata dalla gestione da parte del governo della pandemia COVID-19, in particolare il modo in cui le autorità hanno negato la portata del problema («Hockey, vodka e sauna: così si combatte il Coronavirus», sosteneva lo scorso anno Lukashenko, ndr), coprendo le statistiche e costringendo i dipendenti del settore statale a lavorare senza misure protettive speciali. Nel frattempo, gli operatori sanitari che hanno segnalato i difetti del sistema sanitario sono stati multati o licenziati».

Le mani di Putin sulla Bielorussia

Storie che ben raccontano il clima di repressione da un lato e di terrore dall’altro imposto da colui che viene riconosciuto come “l’ultimo dittatore d’Europa”. Un uomo imponente, nostalgico del comunismo, feroce, ben abituato a gestire (a modo suo) il dissenso e perciò capace di mantenere per 26 anni un dominio assoluto in questa ex repubblica sovietica proprio grazie agli aiuti (economici e militari) gentilmente offerti da Mosca. Con Putin ha molto da spartire (è stato appena firmato un accordo di cooperazione in materia di commercio, economia, scienza, tecnologia e sicurezza sociale), nonostante una recente incrinatura dei rapporti (con ogni probabilità una messinscena), quando lo scorso agosto il presidente bielorusso fece arrestare una trentina di cittadini russi, accusati di essere contractors al soldo della compagnia militare privata Wagner, con il sospetto di voler influenzare le elezioni bielorusse. Eppure Lukashenko, isolato dall’Unione Europea, può soltanto sperare nella complicità di Mosca. Putin, nonostante i dissapori, si è detto pronto a “intervenire militarmente in caso di necessità” a sostegno del dittatore. «L’esistenza del regime di Lukashenko è possibile grazie al sostegno politico ed economico della Russia», sostiene ancora la ricercatrice Katsiaryna Shmatsina. «Un sostegno che arriva, ovviamente, a una condizione: che la Bielorussia rimanga nell’orbita di Mosca. Nella crisi attuale, il Cremlino sta lavorando per la creazione di un partito politico filo-russo a Minsk. Mosca è stanca di Lukashenko: le turbolenze attuali potrebbero presentare un buon momento per cercare il suo sostituto». Ma una sua caduta “non controllata” potrebbe diventare un problema per Putin, che perciò vuol chiudere la porta a qualsiasi ipotesi di intervento esterno: la Bielorussa è e deve rimanere “cosa sua”. Il 22 febbraio scorso i due leader hanno sciato assieme, a Sochi.

Oggi la speranza per gli oppositori ha il volto di Svetlana Tikhanovskaya, moglie del blogger Sergey Tikhanovsky, arrestato dopo che aveva osato candidarsi. Dal suo esilio in Lituania, dove si è rifugiata dopo le elezioni-farsa dello scorso agosto, Tikhanovskaya continua a tessere una fitta rete di relazioni internazionali e guida le proteste: « Dobbiamo costringere il regime ad accettare l’avvio di un negoziato», spiega in un’intervista appena pubblicata da Politico. «Tuttavia, come donna, come madre, non voglio nuove vittime: credo ancora in una soluzione pacifica. E facciamo appello in continuazione a Lukashenko: smettila di picchiare la tua stessa gente». Per ora Tikhanovskaya esclude un ritorno in patria, stile Navalny: «Potrei tornare in Bielorussia, ma in questo momento non penso che sia utile alla causa. Per dirla in modo banale: cosa posso fare dal carcere? Niente. Da qui invece posso attirare sulla Bielorussa l’attenzione dei leader mondiali. E continuerò a farlo finché il mio Paese ne avrà bisogno». 

E mentre tutto lascia immaginare una nuova “primavera di Minsk”, resta l’eco di quanto detto appena pochi giorni fa da Lukashenko, durante una visita a una fabbrica nei pressi di Minsk: parole quasi concilianti rivolte ai manifestanti, in totale distonia dagli eventi di queste ore. «Dovete avere pazienza: avrete altri presidenti, ve lo garantisco», aveva detto rivolgendosi idealmente agli oppositori. Un bluff, l’ennesimo. Il dittatore non si arrende. E la Bielorussia è una polveriera sul punto di esplodere.

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