SCIENZA E RICERCA

Carlo Bernardini, la fisica e il rapporto tra scienza e politica

Oggi, 6 maggio 2019, a Roma presso l'Aula Marconi del CNR, in Piazzale Aldo Moro 7, dalle ore 10.00 alle 17.30 si tiene il convegno "Carlo Bernardini: la scienza mai separata dalla società. L’importanza di aggiornare senso e valore della conoscenza". 

Carlo Bernardini è un fisico che ha animato non solo una felice stagione della sua disciplina in Italia, ma è stato protagonista del dialogo sempre più stretto fra scienza e società. 

Lo ricorda per noi Francesco Lenci.

Così Carlo ricorda il suo stato d’animo dopo la morte di Bruno Touschek

La scomparsa improvvisa (non perché non temuta, viste le condizioni di Bruno, ma perché rifiutata) di un amico eccezionale è un evento che si ricorda con difficoltà. Lì per lì, la cosiddetta "elaborazione del lutto" procura piccole distrazioni. Ma poi viene il buio dell'assenza, l'impossibilità di sperare, il pensiero di quale sarebbe stata la sua opinione, a rendere tutto più morto della morte fisica. Io non voglio parlarne. Mi emoziono e mi turba la mia emozione. 

Provando io pure sentimenti analoghi, ho deciso di ricordare Carlo con le Sue stesse parole, poche tessere del grande bellissimo mosaico della vita di Carlo (quasi tutte le cose scritte da Carlo che citerò sono prese dal Suo “Fisica vissuta” (Codice 2006)) 

Ringraziamenti, inizio “Fisica vissuta” 

Infine, dovrei esprimere gratitudine a molti maestri e amici, scomparsi o viventi: lo ho già fatto mille volte, con la massima sincerità e loro lo hanno saputo. Per di più, questo libro parlerà di loro, perché è giusto che chi ha approfittato della loro intelligenza e saggezza lo dichiari e registri con più minuziosa riconoscenza di un semplice “grazie”. Ma quelli che voglio semmai ringraziare, nel loro variegato anonimato, sono i miei studenti, sia quelli che si rallegravano apertamente delle mie lezioni (qualcuno c’era), sia quelli che mi seguivano con diffidenza. Per loro, ho speso il mio tempo con tutto l’impegno e la passione di cui ero capace, perché mi hanno fatto capire che insegnare è l’arte più nobile del mondo, quella che conserva e trasmette il pensiero umano dopo averlo distillato, lucidato, raffinato, in modo che la “compressione” non ne alterasse la qualità. Ogni insegnante è un caso a sé e si potrebbe dire che è inutile raccontare la sua arte perché è irripetibile: ma questa banalità è anche falsa, perché equivarrebbe a non esemplificare l’importanza di una didattica che cerchi di dare il meglio di sé e che invece, spesso, è relegata tra i mestieri poveri e, ormai, poco amati della società. 

In Senato (metà anni '70) 

Mi offrirono di entrare al Senato della Repubblica come indipendente di sinistra. Amaldimi disse: "Se te la senti, non ti sconsiglio..." ma non sembrava entusiasta. Tecceesclamò: "Ah! ora fanno senatori porci e cani!" e si interrogò sul perché non lo avessero chiesto a lui. Lucio Lombardo Radice mi incoraggiò. Bruno Touschekmi chiese "Will youmakelawsfor allmankind?", ma era incuriosito. Conobbi Enrico Berlinguer, con il quale feci la mia prima sortita pubblica all'EUR. Lo studio della retorica cominciava a essere utile. Quando Berlinguer incominciò a parlare dell’austerità, mi buttai senza esitazione dalla sua parte, pur rendendomi conto delle difficoltà di un simile concetto, apparentemente adiacente a moralismi di varia estrazione. Ci fu un convegno, a Roma, al Teatro Eliseo, in cui rimasi deluso: sembrava che tutti i convenuti si adoperassero per spingere verso i possibili fraintendimenti. Ma non fui capace di aprire bocca; potevo solo dire che ciò che Berlinguer sosteneva mi era parsa molto ragionevole oltreché a me congeniale, ma la cosa non interessava nessuno. Fui eletto: il mio collegio comprendeva Botteghe Oscure. Presi il posto di un carissimo amico e collega bolognese, il fisico Protogene Veronesi. Rifiutai il gruppo della sinistra indipendente: troppo simile a una Facoltà universitaria. Chiesi di entrare come indipendente nel gruppo comunista. Incominciai a conoscere gente di una dimensione diversa: Ferruccio Parri, Giovanni Spadolini, Edoardo Perna, Arrigo Boldrini, Enzo Modica, Luigi Anderlini, Franco Calamandrei, lo storico Paolo Brezzi, il biologo Giovanni Giudice e tantissimi altri. Poi, feci molta amicizia con Renato Guttuso a cui sottraevo disegnini su foglietti del Senato (finché mi regalò  una bella litografia).  Mi investì un flusso alluvionale di persone nuove, con  molte delle quali stabilii un buon rapporto. Persino con i ministri, prima Franco Maria Malfatti e poi Franca Falcucci; dei quali dicevamo peste e corna ma di cui rimpiangiamo la competenza a fronte delle arroganti improvvisatrici che ci troviamo oggi nel codazzo berlusconiano. 

La nascita dell’USPID (anni '80) 

L’arsenale di bombe americane e sovietiche era cresciuto enormemente e, tra bombe H, bombe N, missili a testata multipla, mine e ordigni tattici e via discorrendo aveva raggiunto dimensioni terrificanti. Quando una cosa che incombe è gigantesca, la gente non la vede più (come la storia dell’omino che non vede l’elefante se sta proprio sotto la sua pancia). Edoardo Amaldi, Francesco Calogero e Carlo Schaerferano già molto attivi, specie con il Movimento Pugwashnato dal Manifesto di Einstein-Russell sul controllo delle armi. Facemmo alcune riunioni e, sull’esempio della Union of ConcernedScientistsamericana mettemmo in piedi una Unione scienziati per il disarmo (USPID). Chiamai il mio amico Danesina Castiglioncello e gli proposi di ospitare un Convegno Internazionale, ogni due anni, al Castello Pasquini. Beppe aderì con entusiasmo. Mi detti da fare per ottenere un po’ di soldi dalle presidenze di Camera e Senato, con l’aiuto di Anderlini: sia Nilde Iotti che Giovanni Spadolini ci aiutarono, sicché potemmo organizzare viaggi degli ospiti e traduzioni simultanee. .... I Convegni di Castiglioncello andarono molto bene, anche se la stampa non fu granché generosa. Avemmo dalla nostra parte un personaggio straordinario come lo storico Giuseppe (Beppe) Boffa, del PCI, che simpatizzò ben presto con Edoardo Amaldiche lo stimava molto. Ci aiutò anche Giorgio La Malfa e, naturalmente, l’infaticabile Anderlini. Vennero: JoRotblatt, che prenderà il Nobel per la pace insieme con il Movimento Pugwashdi cui sarà leader indiscusso; Jack Steinberger, un grande fisico, Nobel, americano fuggito al CERN; la famiglia di esperti russi Arbatove tantissimi altri. Io, guadagnai un amico (sin dai primi anni ’80), Francesco Lenci, fisico pisano, che mi riportò a quei rapporti di stima e rispetto reciproci che avevo avuto negli anni d’oro di Frascati. 

Sapere (1982-2013) 

Raimondo Coga, editore della rivista Sapere con la sigla editoriale “Dedalo”, su sollecitazione di Giovanni Berlinguer (mio collega di Facoltà) mi offrì di dirigerla. La rivista, nata nel 1935 da Hoepli, aveva passato molte mani fino a finire in quelle di un collettivo fatto (nel linguaggio insostituibile dei miei figli) di “casinisti”. Certo, non potevo dirigere Sapere da solo e a casa mia. L’editore mi consentì una sede a Roma e una aiutante, Daniela Minerva  e incominciammo. Fu faticoso, ma ci facemmo conoscere. Di lì a poco, misi insieme l’Archivio Storico Audiovisivo (Paola Scarnati), l’Unione Scienziati per il Disarmo (USPID, appena fondata), Sapere e Sergio Piccioni e producemmo un fascicolo di Lezioni sul Disarmo accompagnato da videocassette (Nuova Italia) che girarono per le scuole. L’Archivio Disarmo di Anderlinimi assegnò una “Colomba d’oro” per la pace, disegnata da Consagra, di cui ancora oggi sono molto fiero. Le cassette delle vecchie lezioni sul disarmo sono un prezioso unicum di cui ancora mi compiaccio: se non altro perché, tra le tante, c’è anche quella di Edoardo Amaldiche resterà nella storia degli ordigni nucleari e della loro proliferazione come l’esperienza di un grande Maestro. 

Della direzione di Sapere, non approfittai per sostenere il nucleare a spada tratta o per resuscitare il “progresso”. L’editore Sansoni offrì a me e Daniela di scrivere un libro sui problemi legati alla scienza, e noi scrivemmo a quattro mani L’ingegno e il potere, che uscì nel 1992. Poi Daniela accettò di entrare a L’Espresso. Ma la nuova redazione di Sapere nacque dal vivaio che lei aveva costituito per non lasciarmi nelle peste: guadagni irrisori, sì, ma ottime opportunità (per giovanissimi) di entrare come free lance in altre più lucrose imprese di testate di prestigio. In qualche modo, avevamo costituito una “scuola autogestita” di giornalismo scientifico: come non esserne fiero? Effettivamente, i giovani redattori/redattrici, prima fra tutte Marina Bidetti, hanno fatto un bel giornale e la concorrenza lo sa; e li alletta, li adesca. Ma loro, a Sapere, si sentono più liberi di esprimersi: se qualcuno mi chiede quanto vale la libertà di far circolare le proprie idee, posso calcolarlo dalla differenza tra ciò che darebbe una rivista di grande tiratura e ciò che dà Coga. Combattevo con Coga perché aumentasse il budget, però con scarso successo. Ma il giornale andava, sebbene con una diffusione da samizdat, da foglio underground. Il solo filtro era la qualità scientifica, le opinioni erano libere purché non insensate. Gente importante chiedeva di scriverci, e questo ci ripagava completamente. 

L’Osservatorio sulla Ricerca (2002) 

Tuttavia, la mia fortuna non mi ha mai abbandonato. Ho ritrovato un piccolo gruppo, Rino Falcone, Giulio Peruzzi e l’immancabile Francesco Lenci. Abbiamo deciso di fare la parte di Davide in uno scontro con il Golia berlusconiano: ci siamo messi a mobilitare gente, con qualche successo; per me, anche questa volta, la “comunità di vedute” con gli altri tre è stato un balsamo contro l’invecchiamento. Ormai, vediamo i fedifraghi e i venduti nel nostro ambiente come se li radiografassimo. Poi, in questi ultimi anni, ho avuto i miei piaceri e le mie felicità: ho scritto un libro con Tullio De Mauro, ho parlato a lungo con Emilio Garroni, ho ascoltato l’immensa dottrina di Francesco Valentini. Gente come questa, vi conviene cercarla nei libri. Emilio è appena scomparso, nascondendo la sofferenza fisica dietro la pazienza filosofica. Mi ha insegnato un punto di vista straordinario: un’opera d’arte si può gustare infinite volte, un’idea intelligente una volta sola: una perché, quando è stata capita, non serve ripeterla. Detta e capita, l’idea perde il brillamento della sorpresa, invece il quadro o la sonata o la poesia ridestano ogni volta la folgorazione del primo impatto.

Conclusione

Figli e nipoti sono diventati un universo. Quello in cui mi sento a mio agio. Pensano come me (quasi: guai se non fosse quasi), facciamo giochi di parole, ridendo; scherzi, facezie d’ogni tipo (per esempio: tiriamo a Campari). Sono interessato a tutto ciò che fanno, lontanissimo come è da ciò che so e so fare. C’è chi suona strumenti preziosi, di cui ho nostalgia per non avere avuto il coraggio di farlo io stesso; c’è chi compone al computer, e neanche questo saprei fare; e meno che mai leggere il persiano e la storia di Timurin originale, o restaurare un tempio romano sepolto o un affresco di cinquecent’anni fa. Lo dico perché questo mi fa sentire un vero ricco; uno dei più ricchi del mondo, se aggiungiamo gli amici che ho e ho avuto. 

Vorrei saper fare ancora una buona teoria fisica, un calcolo brillante e, possibilmente, elegante, ma non ne sono più capace, per un motivo che non mi è chiaro. Deve essere il famoso “affievolimento della creatività”: si manifesta con una grande capacità di riconoscere le sciocchezze che fanno gli altri unita all’incapacità di proporre spregiudicatamente cose nuove. L’ultima cosa tecnicamente buona la feci con due fisici teorici che godono di un meritatissimo rispetto, Luciano Maiani e Massimo Testa. Perciò, ho scelto di tuffarmi nella storia della fisica, perché Edoardo Amaldimi aveva convinto della sua importanza e perché nessuno la fa conoscendo anche la fisica. 

Rivisito il mio mondo passato, come se fosse un mio possedimento, ben sapendo che è solo uno dei migliori condominii del mondo e che me ne spettano frazioni di milionesimo. Mi viene in mente una vecchia formula medievale che io, ateo, ho sempre apprezzato per la sincerità liberatoria che mi sembra manifesti: dixi, et servavi animam meam

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