CULTURA

Costellazioni, Rivoluzioni, Cospirazioni: un ritratto di Enrico Nestore Legnazzi

Uno studente frequentatore di caffè, osterie e redazioni di giornale; un caporale male armato a Sorio e Montebello; un fuori corso stimato dai docenti; un astronomo di notte; uno stampatore clandestino di giorno; un accademico poco accademico; un illustre sconosciuto. Questa in sintesi la vita di Enrico Nestore Legnazzi (Brescia 1826 – Padova 1901).

Nel 1847 Il giovane Enrico ha vent’anni e studia a Padova dove è iscritto alla Facoltà di Matematica e la sera fa gruppo con altri ragazzi. I giovani si ritrovano nei caffè e nelle osterie a bere, cantare, scherzare. È lo stesso Legnazzi a raccontarci come era la città allora e qual era il suo rapporto con gli studenti, nel suo libro intitolato L’8 Febbraio 1848 in Padova. Commemorazione letta nell’aula magna della r. Università di Padova l’8 febbraio.

Gli studenti del 1847 erano 2.400 ed apparivano tali e quali li descrisse il Fusinato. Vivevano divisi per compagnie. Burloni e affaccendati a portare attorno la spensierata e balda giovinezza dei loro venti o ventidue anni […] Alla sera li accoglieva il caffè o l’osteria, e fra un bicchiere di vino e la giovialità cordiale, rifacevano il verso ai professori, raccontavano barzellette, alternavano le note gaie del poeta con osservazioni acute in argomenti di scienza

Ma non ci sono solo le serate goliardiche e spensierate, Legnazzi e i suoi amici in quegli stessi locali in cui si ride e si scherza, leggono di nascosto le poesie di Foscolo e Berchet o le pagine proibite della Giovine Italia. Fingono di giocare a carte o alla morra quando nei loro ritrovi entrano le forze dell’ordine ma poi riprendono e parlare di speranze, ideali e libertà. È in questo clima che il gruppo degli universitari di cui fa parte anche Enrico matura l’idea di organizzare in città una grande manifestazione anti-austrica per il 6 di febbraio del 1848. Sono giorni particolari, a Palermo è già scoppiata l’insurrezione, a Torino Carlo Alberto sta per concedere la Costituzione, si sta scivolando velocemente verso quelli che nei libri di storia vengono chiamati “I moti del ‘48”.

La morte di uno studente di filosofia, Giuseppe Placco, è il pretesto per organizzare un enorme corteo funebre che sfida apertamente il regime attraverso l’abbigliamento dei partecipanti e la loro moltitudine: Legnazzi parla di 5.000 persone che accalcavansi nella via di San Giovanni, ove era la casa del defunto. Tra queste 400 studenti che, nonostante i divieti, vestivano all’italiana. Con pantaloni larghi di velluto nero, giubba, mantello gettato con brio su di una spalla, cappello con la fibbia e piuma nera. Il corteo percorre le vie e le piazze arrivando anche a bloccare il transito di un alto esponente militare, il generale d’Aspre. La repressione della manifestazione arriva la sera stessa con l’irruzione dei soldati austriaci presso due caffè frequentati dagli universitari.

In un crescendo di provocazioni, si arriva all’assedio dell’università, coi soldati austriaci al portone pronti a irrompere e gli studenti asserragliati all’interno. Enrico è naturalmente con loro e ci racconta in presa diretta tutte le fasi del parapiglia, il segnale dell’insurrezione dato alla cittadinanza attraverso la campana dell’università, la sassaiola e gli spari davanti al Palazzo del Bo sulla strada che prenderà il nome di via VIII Febbraio 1848. Agli scontri prendono parte anche alcuni popolani, si tratta di carrettieri, macellai, fabbri, facchini. Ecco come Legnazzi ci descrive il loro “apporto” alla causa nazionale:

Un padovano, certo Giovanni Zoia, mugnaio, un tipo di popolano dal collo poderoso, dai muscoli d’acciaio, afferrato alle spalle un giovine tenente degli Usseri, bellimbusto e protervo, alzatolo da terra, gli ficca con un ginocchio il filo della schiena sugli scalini del caffè Pedrocchi

Nella mischia c’è anche Antonio Legnazzi, il fratello di Enrico, che armato di catenaccio atterra vicino all’università un ufficiale degli Jäger. C’è chi si difende roteando a molinello i tavolini dei caffè, c’è chi sfugge alla cattura facendosi passare per cameriere del Pedrocchi. C’è chi scappa tra le vie, sotto i portici, nel ghetto ebraico:

"Era la caccia allo studente. Le strade si fecero in breve deserte e nella oscura notte le truppe austriache, divise in plotoni, si misero a percorrere la città, con tutto l’apparato della loro forza militare. Vinsero il numero e le armi, ma trionfò l’idea della patria."

Il nostro testimone conclude così il racconto della giornata dell’8 febbraio. Si tratta di un racconto fatto in presa diretta della giornata che segna la svolta nella vita di Enrico e di tanti suoi amici e compagni.

Non passano molti giorni che gli studenti, e con loro alcuni docenti, si organizzano in una legione universitaria che andrà a battersi a Sorio e Montebello contro le truppe austriache. Ma il battesimo delle armi non è fortunato. Dopo la sconfitta, Enrico ripiega verso Venezia ritornata Repubblica, per poi arruolarsi nell’esercito sardo agli ordini di Re Carlo Alberto e prendere parte ad altre sfortunate battaglie a Mortara e Novara.

Il combattimento notturno nelle contrade nella piazza e nelle case di Mortara fu un vero macello! Fu un errore imperdonabile del generale in capo di accettare battaglia a ridosso di una città […] In questo transito il mio battaglione, che alla mattina contava 539 uomini, tra morti, feriti e prigionieri, fu quasi distrutto: fatti alcuni metri di strada e seduti sui mucchi di ghiaia ci contiamo: siamo in 72 e quasi tutti feriti.

Enrico ha rimediato un proiettile a una costola durante questa battaglia, ma quando viene a sapere dell’insurrezione di Brescia, la sua città, prova ugualmente a raggiungerla anche perché negli scontri ha perduto la vita sua madre e suo padre è stato arrestato. Viene però a sua volta catturato e arruolato a forza nell’esercito austriaco, nel corpo dei perlustrati, milizia a cui venivano assegnati malviventi, disertori e oppositori politici che, dopo essere stati addestrati colle verghe, il bastone e il digiuno (sono parole di Enrico) venivano poi spediti nelle periferie più remote dell’impero. Ma Enrico riesce a corrompere qualcuno e a fuggire, colmo dei colmi, trovando posto in una diligenza piena di ufficiali nemici.

>Raggiunge Padova all’inizio del 1850 e qui vive per anni ai margini dell’università. Cerca ma non può ottenere né incarichi né la laurea, dato che non può giustificare in alcun modo il buco nel suo curriculum tra il 1848 e il 1849. Quando nel 1852 Alberto Cavalletto, già capitano di Enrico Legnazzi a Sorio e Montebello, viene arrestato come capo del gruppo che cospira a Padova contro l’Austria, Enrico evita per un soffio una lunga e penosa detenzione solo grazie al silenzio del vecchio compagno d’armi che, invece, la subirà per anni. Legnazzi, infatti, è affiliato al “Comitato segreto di Padova” sin dal 1850 e sarà lui negli anni successivi a riorganizzarlo e a tenere i collegamenti con gli altri gruppi clandestini e con il Piemonte. Condurrà questa doppia vita per anni.

Nel 1854 riesce finalmente a laurearsi e ad ottenere il posto di assistente presso l’Osservatorio astronomico di Padova. Questo incarico gli consentirà, da una parte, di sopravvivere un po’ meglio (in precedenza si guadagnava da vivere dando ripetizioni) e, dall’altra, di poter continuare sotto copertura più solida la sua attività cospirativa. Nel 1859 però torna a combattere gli austriaci a viso aperto, a San Martino e Solferino, sebbene arruolato nell’esercito francese (lo testimonia una decorazione ricevuta successivamente da Napoleone III). Nonostante si arrivi meno di due anni dopo alla nascita del Regno d’Italia, il Veneto ancora non ne fa parte e l’assistente astronomo Legnazzi, tra una costellazione e l’altra, continua a lavorare per la causa italiana. Nel 1862 una delle sue missive segrete viene però intercettata.

Enrico è nuovamente nei guai: inizia per lui una lunga carcerazione, prima nell’isola di San Giorgio a Venezia, poi a Verona. E qui l’atmosfera si tinge di giallo: le autorità austriche non riescono a far collimare tutti gli elementi

Manca la prova schiacciante, fatta sparire, si scoprirà poi, da un amico di Legnazzi, la sera stessa dell’arresto.

È grazie a questo aiuto che dopo diversi mesi di carcere Enrico viene finalmente liberato. Ma ha perso tutto: casa, lavoro, prospettive di carriera. Alla soglia dei 40 anni gli resta solo una cosa, prendere parte nel 1866 alla Terza Guerra d’Indipendenza. Sarà un’altra amara sconfitta che tuttavia porterà, sebbene in maniera poco gloriosa, alla cessione del Veneto al Regno d’Italia e ribalterà la situazione personale di Enrico che, nel 1867, potrà diventare professore a tutti gli effetti all’università di Padova.

Accanto all’impegno accademico, Legnazzi prosegue con altri mezzi il suo impegno politico: non più la guerra, non più la cospirazione, non c’è più da ribaltare l’ordine costituito, bensì va consolidato, legittimato e conservato quanto si è portato a casa nel 1866. Legnazzi diviene “l’anima” di due importanti associazioni che si vanno a costituire nel 1868 e nel 1869 proprio con queste finalità, si tratta di due società di mutuo soccorso, quella dei Veterani del 1848-49 della provincia di Padova, e la società di Solferino e San Martino, entrambe attive nell’assistenza ai soci e in una azione costante di “pedagogia nazionale”, allo scopo, come da frase attribuita a Massimo d’Azeglio di “fare gli italiani” una volta fatta l’Italia.

Legnazzi muore nel 1901 a Padova, per un infarto, mentre è ancora attivo nell’associazionismo e nell’accademia. La sua, come si è visto, è una biografia poco nota, se non dimenticata, ma tutta da riscoprire perché emblematica del ruolo dell’università di Padova nella prospettiva europea della Primavera dei popoli e in quella nazionale del Risorgimento italiano.

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