CULTURA

Dante in musical, un’impresa cui non basta la Provvidenza

Quiz: perché un imprenditore immobiliare, presidente di una società sportiva grazie a cui ha ottenuto notevoli successi e scalato le massime cariche federative del calcio italiano, decide un investimento di parecchi milioni in un musical? In Italia non è consueto che industriali amanti di sport e politica si lancino in imprese culturali solitarie, soprattutto se non hanno dimensioni finanziarie berlusconiane. Da noi il mecenatismo trova forti limiti in normative fiscali poco incentivanti e nella scarsa propensione delle imprese medio-piccole a finanziare eventi importanti ma dall’incerto destino economico. Così desta molta curiosità la missione a lunghissimo termine di Gabriele Gravina, già presidente del pluripromosso Castel di Sangro e da poco capo della Federcalcio, nel proseguire l’avventura iniziata nel 2007 con La Divina Commedia, opera-musical di grande ambizione e notevole impegno produttivo. Avventura per molte ragioni: l’audacia, nella nazione di Dante, di allestire uno spettacolo musicale ispirato a un’opera letteraria altissima (a Broadway o nel West End sarebbe ordinaria amministrazione); la non eccelsa qualità media della produzione di musical in Italia, operazione di solito troppo costosa per affrontare il ridotto mercato interno; la difficoltà, infine, a trovare artisti sufficientemente poliedrici e preparati ad esibirsi nel genere teatrale più complesso che esista.

Del resto, le anomalie della Commedia graviniana sono molteplici: dopo l’esordio del 2007, per dodici anni lo spettacolo ha conosciuto più edizioni fino ad arrivare al restyling di quest’anno, mantenendo alcune caratteristiche di fondo: un nutrito cast di giovani (ventiquattro tra attori e corpo di ballo), in gran prevalenza al debutto da professionisti; un apparato tecnico-scenico piuttosto costoso rispetto alla povertà media degli allestimenti nazionali (solo i costumi sono oltre 200); una squadra di forte matrice cattolico-clericale, con due sacerdoti (il compositore Marco Frisina e il librettista Gianmario Pagano) nei ruoli creativi chiave. Nel curriculum artistico di Frisina e Pagano, in effetti, campeggiano esperienze legate a produzioni di catto-kolossal come la “Bibbia” televisiva di Lux Vide. Ci sono poi elementi di puro lusso: nella prima edizione, la mano di Carlo Rambaldi per alcune creazioni sceniche, in quella di oggi la voce (registrata) di Giancarlo Giannini nel ruolo di poeta-narratore. C’è, infine, l’autorevolissimo avallo della Società Dante Alighieri, che ha apposto il suo logo (oltre, è il caso di dirlo, alla sua benedizione) al progetto del Dante-musical.

Il problema è che, se anche si investe con generosità per acquistare qualche ingrediente prezioso, quando mancano professionisti abbastanza esperti per dar vita a uno spettacolo che abbia qualche fondamento drammaturgico e musicale il risultato non può non essere un pasticciaccio. Le musiche, anzitutto: Frisina non manca certo di abilità nello spaziare tra i generi, alternando suggestioni di canto gregoriano, rock, musiche tribali, a volte azzeccando qualche scena. Ma manca del tutto la cultura del musical, che impone l’inserimento di canzoni (o arie, nel caso di un’opera-musical come la Commedia si autodefinisce) di immediata orecchiabilità e memorizzazione, e armonizzate da una coerenza interna. Il libretto poi si fonda su un colossale equivoco. Nessuno immaginava che si sarebbe usato il testo dantesco nelle migliori edizioni critiche come base di uno spettacolo musicale; ma qui si sceglie di prendere a prestito qualche terzina, se non qualche singolo verso, annegandolo in una prosa modesta, alternando nella stessa frase citazioni dirette e narrazione moderna, senza apparente criterio. Dal momento che lo spettacolo è concepito per il grande pubblico, compresi molti studenti, occorreva almeno che il testo (in assenza di qualunque velleità filologica) accompagnasse la platea nella comprensione, almeno sommaria, della struttura e dei personaggi principali; ma il risultato rinuncia anche a questo obiettivo, accontentandosi di basarsi sui registri gravi di Giannini e sulle suggestioni visive. Di tutta l’opera, infatti, a salvarsi è proprio la parte scene-luci, basata su video 3D che costituiscono il nerbo della scenografia, con esiti di un certo impatto. Ma qui a mancare è la regia di Andrea Ortis, che non riesce ad assicurare una visione armonica che eviti tonfi di gusto, come per certi costumi ed elementi di scena (Ugolino come un pupazzo ridicolo e disarticolato) o scenografie (l’enorme ciambellone celeste da cui emerge Beatrice, la piattaforma stile “Star Wars” che fa salire Dante dall’oscurità). Quanto al cast, se i balli sono eseguiti dignitosamente, i protagonisti sono da dimenticare: ad eccezione di qualche ruolo femminile minore, gli interpreti sono imbarazzanti sul piano recitativo e ancor più su quello canoro.

In sintesi, la Divina Commedia in musical è un lavoro di costoso dilettantismo, che raggruppa un team unito, forse, da valori e ambienti di riferimento comuni più che da esperienza specifica nel settore. Un’operazione che si fonda, probabilmente, su obiettivi non strettamente economico-produttivi, ma che negli anni ha comunque raggiunto un milione e mezzo di spettatori, studenti per un terzo. Rimane da chiedersi come mai, alla Società Dante Alighieri, si siano presi la briga di avallare un testo in cui l’originale “e di salire al ciel diventa degno” diventa “e di salire al ciel diventa adatto”.

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