CULTURA

Dante700. Il respiro dell’Italia

Il bel paese là dove ’l sì suona: l’Italia delle città ma anche delle campagne, dei monti e delle spiagge, dei molteplici paesaggi e delle identità locali, spesso contrapposte tra loro ma unite da fili più o meno evidenti. Inizia proprio dalla sua amata/odiata Italia – lui così fieramente e dolorosamente fiorentino – il nostro percorso alla riscoperta di Dante in vista del settimo centenario della morte che ricorre l’anno prossimo. Lo facciamo affidandoci a Giulio Ferroni, critico e docente emerito di letteratura italiana all’università di Roma ‘La Sapienza’, che questo viaggio nell’Italia dantesca lo ha intrapreso concretamente, per poi raccontarlo nel recente L’Italia di Dante (La nave di Teseo, 2019).

Un itinerario che in due anni ha portato lo studioso a visitare quasi 2.000 luoghi: dalla Napoli virgiliana ai sentieri dell’Appenino, dalla Sicilia della corte di Federico II alla laguna di Venezia, fino alle spiagge e alle colline della Romagna. Una o più terzine della Commedia danno lo spunto per ogni capitolo, sviluppato poi fino ai giorni nostri sempre a cavallo tra cultura ‘alta’ e pop: così Napoli ospita la tomba di Virgilio ma anche quelle di Leopardi e dell’autore dell'Arcadia Jacopo Sannazaro, ed è la città raccontata sia dalle canzoni di Salvatore Di Giacomo che dagli scritti di Raffaele La Capria. La piccola Carpegna, 1.500 anime tra San Leo e San Marino, è citata nel canto XIV del Purgatorio ma è pure il paese dove l’immenso e disperato Marco Pantani inerpicava la sua bicicletta durante gli allenamenti, mentre la superba Genova, terra di ‘uomini diversi / d’ogne costume e pien d’ogne magagna’ (Inf., XXXIII, 151-153), è anche la città cantata da Giorgio Caproni in Litania: ‘Genova città pulita. / Brezza e luce in salita. / Genova verticale, / vertigine, aria scale’. E l’elenco è infinito, in questo poderoso volume da oltre 1.200 pagine che percorre l’Italia da Aci Castello a Zerfognano di Brisighella, dalla Sardegna all’Istria, il tutto con una continuità e una compattezza che trova proprio nella Commedia il suo fulcro.

Intervista a Giulio Ferroni di Daniele Mont D'Arpizio; montaggio di Elisa Speronello

Il discorso funziona perché viviamo ancora nell’Italia di Dante, il Paese che in un certo senso lui stesso crea con la sua poesia, e in cui l’ambiente fisico che si intreccia profondamente al fattore umano a partire proprio dalla lingua. “Dante sa benissimo che l’Italia è frantumata in linguaggi molteplici, che però hanno caratteri comuni e ben distinti dalle vicine lingue d’oc e d’oil e dal francese provenzale – spiega Giulio Ferroni nell’intervista a Il Bo Live –. Un legame forte che è radicato anche nel ricordo classico, nell’immagine dell’Italia romana codificata tra gli altri da Virgilio nell’elogio della saturnia tellus nel secondo libro delle Georgiche, e che attraverso il medioevo approda alla nuova identità linguistica che proprio Dante cerca di fissare in unità”.

Per il fiorentino l’Italia non è solo un tutto unitario ma anche un essere vivo e pulsante, e lui nella poesia non manca di personificarla: l’‘umile Italia’ nominata già all’inizio dell’Inferno e la ‘serva Italia, di dolore ostello / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello!’ (Purg., VI, 76-78). Il paesaggio diventa così lo specchio dell’anima di un Paese: “Guidato da Dante ho ad esempio scoperto un luogo incredibile come la Pietra di Bismantova – continua lo studioso –, un altopiano che sorge sopra un costone roccioso a cui il Poeta paragona la salita per il monte del Purgatorio (Purg. IV, 25-27). Da qui si vede intorno tutto l'Appennino: c’è un'aria particolarissima, si sente che un Paese come il nostro nonostante i cambiamenti ha qualcosa che respira, che persiste nei secoli”.

Dante con la sua poesia riesce a dire il senso dei luoghi, talvolta anche solo nominandoli

Continua Ferroni: “In Dante ci sono molte di queste immagini particolarissime del paesaggio italiano, che a volte sembra guardato dall’alto, a volo d'uccello. Come ad esempio nel canto XXX del Purgatorio: qui, per riferirsi allo sgorgare lento del pianto a seguito di una dura reprimenda da parte di Beatrice, il Poeta usa l’immagine della neve si forma sull'Appennino e poi man mano si scioglie. Ecco, Dante tramite la poesia riesce a dire il senso dei luoghi, talvolta anche solo nominandoli. Ed è proprio questo che mi ha spinto a intraprendere il viaggio che poi ho raccontato”.

La poesia dantesca dunque si nutre dei luoghi e dei paesaggi delle terre che ha visitato, ma allo stesso tempo definisce e ridefinisce il territorio, identificandolo persino nei suoi limiti geografici: “Di fronte a chi nega l’identità storica dell’Italia, o sostiene che essa era al tempo concepita essenzialmente come centro-nord della Penisola, possiamo invece constatare come essa per Dante comprenda chiaramente anche tutto il Sud e le isole, come vediamo ad esempio dal canto VIII del Paradiso”. Questo ovviamente non vuol dire fare dell’autore della Commedia un nazionalista nel senso moderno del termine, dato che per lui il punto di riferimento rimarrà sempre l’impero cristiano, quella che oggi chiameremmo l’Europa. “C'è però nella sua opera questa coscienza forte di un orizzonte unitario, che non è realizzato politicamente ma è comunque basato su una forte identità linguistico-culturale. E con la sua Commedia in fondo Dante non fa altro che costruire un linguaggio per tutta l'Italia: parte dal fiorentino, la sua lingua, ma poi si confronta con tanti elementi linguistici presi non solo al di qua della Alpi ma anche in tutta Europa”.

Viaggiare per il Paese con le cantiche in mano induce a riflettere su ciò che rimane di questa identità culturale nella vita delle nostre città e dei nostri paesi, specie nei piccoli centri periferici, dove i piccoli gesti del vivere quotidiano sono ancora legati a una storia comune e alla comunità e dove il lavoro umano ha prodotto attraverso i secoli forme di eccezionale bellezza artistica. “Percorrere lo spazio del passato è anche un modo di salvaguardare ciò che ne resta per offrirlo alle giovani generazioni – conclude Giulio Ferroni –. Una cosa che tutti dovremmo fare, mentre spesso purtroppo scegliamo di maltrattare il nostro ambiente”.

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