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Dove sono tutti i medici?

Mancano medici. E alcune Regioni, come il Molise, il Veneto, il Friuli Venezia Giulia, decidono di richiamare in corsia i dottori in pensione per far fronte alla carenza di organico. Ad oggi il blocco del turnover ha determinato una carenza di circa 10.000 medici che nel 2025 potrebbe salire a 16.500 tra medici anestesisti, pediatri, internisti, medici d’emergenza, chirurghi generali e psichiatri. Dal 2018 al 2025 andranno in pensione 52.500 medici, il 50% di quanti sono attualmente in servizio, ma i giovani non basteranno a sostituirli. “È paradossale – ha affermato recentemente Pina Onotri, segretario generale dello Sindacato medici italiani - che, mentre ci sono centinaia di medici laureati, sottooccupati o inoccupati perché rimasti intrappolati nell’imbuto formativo, c’è chi parla di importare medici dall’estero o, peggio, di richiamare, dopo aver approvato quota 100, i medici dalla pensione”.

Mario Plebani, presidente del consiglio della scuola di Medicina e Chirurgia dell'università di Padova, parla della carenza di medici in Italia e del contributo dato dall'Ateneo. Riprese e montaggio di Tommaso Rocchi

Una delle ragioni alla base del fenomeno è proprio questa: a fronte di 10.000 medici che mediamente si laureano ogni anno, il numero di contratti di formazione post lauream è da tempo inferiore rispetto al fabbisogno e al numero dei laureati (di circa 7.000 nel 2018). In questo modo molti medici rimangono tagliati fuori dal percorso di specializzazione: circa 10.000 nel 2019, secondo uno studio dell’Associazione medici e dirigenti del Sistema sanitario nazionale (Anaao), che saliranno a 20.000 nei prossimi cinque anni. E questi medici, come è naturale che sia, cercano alternative altrove, magari all’estero regalando l’investimento fatto per la propria formazione a Paesi come il Regno Unito, la Germania, la Svizzera e la Francia, per un ammontare complessivo di circa 150/200.000 euro a medico.

Il secondo aspetto da considerare sono i pensionamenti che, stando sempre ai dati del rapporto Anaao, raggiungeranno il loro culmine tra il 2018 e il 2022 con circa 6.000/7.000 uscite ogni anno. La classe medica invecchia, principalmente a causa del blocco del turnover: nel 2015 il 67% dei medici dipendenti aveva più di 50 anni.

C’è poi da considerare la scarsa attrattività di alcune branche specialistiche: per fare qualche esempio, solo il 32,8% delle borse di specializzazione in medicina d’urgenza sono state assegnate nell’ottobre del 2018 (ottavo scaglione); il 40,2% di quelle in anestesia e rianimazione; e il 15,1% di quelle in chirurgia toracica.

A ciò si deve aggiungere anche un peggioramento delle condizioni di lavoro e un aumento dei carichi individuali. Turni notturni e festivi in crescita per ogni medico e fine settimana quasi sempre occupati tra guardie e reperibilità. L’Anaao parla addirittura di 15 milioni di ore di straordinari non pagate. “Alcune professioni – sottolinea Mario Plebani, presidente del consiglio della scuola di Medicina e Chirurgia dell’università di Padova – sono diventate molto ‘pericolose’, mal retribuite e con ritmi stressanti, e questo ha determinato una disaffezione da parte di chi ha voluto intraprendere questa carriera.  E si trova a dover tener conto anche del fatto che alcune specializzazioni mettono gravemente a rischio di contenziosi legali. In Italia ci sono almeno sei progetti di legge, mai portati avanti, sulla depenalizzazione dell’errore in medicina che molto spesso è un errore di sistema e non di negligenza del singolo professionista”.

Come affrontare la situazione? Secondo Plebani non è l’abolizione del numero chiuso la soluzione al problema. “Bisogna migliorare tutta la filiera, fin dall’inizio – sostiene Plebani –. Dunque, serve un numero adeguato di studenti ammessi ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia. In secondo luogo bisogna aumentare il numero dei contratti di formazione specialistica. Poi è necessario che il sistema sanitario capisca che è ora di rinforzare, anche in termini concorsuali, la possibilità di accedere a posizioni stabili”. Con un occhio di riguardo anche agli stipendi. “Infine, si deve pensare a una regolamentazione della depenalizzazione dell’errore medico”.

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