CULTURA

Effetto Domino: il Veneto raccontato da Rossetto

Sono parecchi i film ambientati nel Veneto ma pochi quelli che parlano del Veneto. Le eccezioni di Carlo Mazzacurati e pochi altri (Il Garrone di Primo amore, Segre, in fondo anche il Padovan dell’infelice titolo Finché c’è prosecco c’è speranza per fare nomi) confermano la regola. E direi che anche in letteratura il bilancio non è migliore.

È difficile uscire dallo stereotipo scenografico (Venezia), dalla convenzione del paesaggio, dalla finta tradizione del dialetto, per cogliere invece le caratteristiche di una mentalità, di comportamenti, di un tessuto sociale che ha due caratteristiche salienti, l’identità e il cambiamento e i loro rapporti. Certo, l’identità è un terreno scivoloso perché l’inquinamento soprattutto politico l’ha fatta scadere in un cupo localismo che sta tra il folclore e le increspature di superficie, in quella che Andrea Zanzotto ha definito la "falsa difesa delle radici".

Difficile allora cogliere caratteristiche specifiche senza cadere nel banale. Eppure gli elementi per una rappresentazione originale ci sono, e qui intervengono i cambiamenti. Il Veneto li ha subiti o provocati già in un recente passato, dovuti soprattutto al passaggio –incontro o scontro- tra una cultura tradizionalmente legata la mondo contadino e una prodotta dall’industrializzazione. Come altre regioni, certamente, ma con caratteristiche almeno in parte diverse, se non altro per i tempi brevi del mutamento, tra permanenze legate al passato e i tentativi di adeguamento, difficile e magari scomposto, al nuovo. Ora però quel mutamento è passato, e il “piccolo ma bello” si è rivelato fragile e improduttivo.

Ora i nuovi assetti economici, quella che si suol denominare la globalizzazione, impongono nuovi strumenti di indagine e nuovi modi di rappresentazione

Ora i nuovi assetti economici, quella che si suol denominare la globalizzazione, impongono nuovi strumenti di indagine e nuovi modi di rappresentazione. È l’obiettivo che si propone con Effetto domino, con ottimo esito, Alessandro Rossetto, che già con il film di esordio, Piccola patria, aveva centrato il segno di una “venetità” basata sulle apparenze e sul denaro. Dietro a Effetto domino c’è il romanzo di un padovano, Romolo Bugaro (il retroterra conta), e una casa di produzione (iI cinema è anche investimenti) da vent’anni attenta al territorio.

Amo tutto quello che cresce

Il regista guarda al nuovo mutamento. Qualche traccia del vecchio contrasto tra vecchio e nuovo rimane, la villa del protagonista- vero simbolo di stato- ha ancora al suo fianco un rudere agricolo abbandonato, ma è solo una traccia. Ma il nuovo ideale è la crescita ("amo tutto quello che cresce" afferma il personaggio interpretato da Marco Paolini), il tentativo di sfruttare la crisi del vecchio modello di investimento edilizio a favore della nuova crescita demografica degli anziani: dall’hotel al residence per benestanti. Il quadro di fondo è ancora quello di falso , serve l’idea di tramonto confortato. Un’aria di morte camuffata da benessere. Ma la fragilità del piccolo ma bello lascia il posto al crollo del nuovo, rinforzato dall’arrivo di capitai esteri. La finta longevità della medusa resta un sogno (le sequenze del progetto realizzato). Resta solo la fuga (la figlia del protagonista)?

Fare il racconto di questo trapasso non era facile. Lo schematismo di un sociologismo ad orecchio (molto diffuso) era dietro l’angolo, Rossetto e i suoi sceneggiatori lo evitano, puntando su una buona solidità narrativa, scandita in capitoli (avrei però evitato in più di un caso la voce fuori campo che spiega o sottolinea), che trae forza dalla mistione tra realtà e finzione o, meglio, tra attitudine documentaristica ( dimostrata in passato dal regista) e sviluppo di racconto, e da una capacità figurativa (le inquadrature “esatte”) non frequente nel cinema italiano di questi anni. Uno stile per il cambiamento.

 

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