CULTURA

Esce “Dogman” di Luc Besson e vale il prezzo del biglietto

Tra i film più interessanti visti alla Mostra del cinema di Venezia c’era Dogman di Luc Besson, in uscita nelle sale il 12 ottobre (non è lo stesso film in concorso al Festival di Cannes nel 2018 per la regia di Matteo Garrone, ha solo lo stesso titolo). Dogman non è per tutti, e questo indipendentemente dai sentimenti degli spettatori verso i cani, anche se ci sentiamo di sconsigliarlo a chi soffre di cinofobia a livello serio. Quadrupedi a parte, perché contiene alcune scene molto crude.

Ognuno di noi sa quale livello di violenza è in grado di veder scorrere sullo schermo. Alcuni, per esempio, non hanno problemi quando si rimane nel regno dell’immaginazione, come nel caso di film horror soprannaturali, ma la reggono meno nelle storie realistiche. Dogman non è completamente realistico, ma più che altro per il rapporto che lega il protagonista ai suoi cani: per il resto, la storia si svolge nel mondo reale, e quindi le scene di violenza potrebbero risultare più disturbanti. Forse per chi ha un blocco verso la violenza insistita Dogman non è in effetti il film più adatto, ma a parte questo anche per chi non si sente ispirato dalla trama potrebbe valere la pena dargli una possibilità, e ora vediamo perché.

Chiariamolo subito: la sceneggiatura di Dogman è povera e piuttosto stereotipata, e i dialoghi sono ridotti all’osso. Douglas è un bambino cresciuto in una famiglia violenta: il padre tiene dei cani nel cortile per usarli per i combattimenti, picchia la moglie e i figli (soprattutto Douglas) e il fratello sembra aver ereditato la sua vena crudele. La madre in compenso li abbandona, anche dopo che il padre ha chiuso Douglas nella gabbia dei cani, dove il protagonista rimane per anni, fino a quando, mostrando a uno di loro un giornale con un’immagine della polizia, riesce a mandarlo a chiedere aiuto (questo è un esempio della mancanza di realismo: nessun cane, per quanto bene addestrato, capirebbe grazie a una foto che deve andare a cercare un poliziotto). Douglas riesce a farsi liberare dalle autorità, non prima, però, di essere diventato paraplegico per un colpo di fucile. Dopo essere uscito dalla casa famiglia che lo ha ospitato, in cui ha vissuto belle esperienze ma anche molte delusioni, dà inizio alla sua vendetta, con l’aiuto dei cani per cui lui è una sorta di pifferaio magico: c’è una specie di magia che li lega a lui, non li ha addestrati, non ha alcun bisogno di dare loro ordini, semplicemente gli animali fanno ciò di cui ha bisogno.

Si è messo molto l’accento sulla storia drammatica del protagonista, e forse è per questo che il film non ha avuto il successo che meritava (facendo la media dei voti fra stampa estera e italiana, Dogman è finito al quart’ultimo posto su 23 film in concorso). In realtà in questa pellicola c’è molto di più di un ragazzo solo e bullizzato che si consola grazie alla vendetta e all’affetto dei cani, e anzi questo aspetto è forse un po’ banalizzato da una sceneggiatura che non brilla, e che magari voleva strizzare l’occhio al bessoniano Léon e alla sua adorata pianta, senza però la stessa efficacia narrativa. La grandezza del film sta in altri due aspetti: uno salta immediatamente agli occhi, ed è la bravura di Caleb Landry Jones, l’attore protagonista, che molti davano in corsa per la Coppa Volpi: non ce ne voglia Peter Sarsgaard, la cui interpretazione in Memory è senz’altro di pregio, ma la decisione della giuria lascia con l’amaro in bocca. Landry Jones per questo ruolo oltre a dimagrire ha dovuto passare alcuni giorni con alcuni lupi per entrare nella parte, e convivere sul set con un folto gruppo di addestratori (in tutto sono stati utilizzati ben 65 cani), il che non è certo l’ideale quando si ricerca la concentrazione, per non parlare del fatto che ha interpretato un paraplegico e ha quindi dovuto costruire da zero ogni movimento che vediamo.

Nonostante tutte queste difficoltà, Landry Jones è stato pienamente credibile nel ruolo, tanto che lo hanno paragonato al Joaquin Phoenix di Joker e, anche se l’attore ha raccontato di non aver visto il film, in effetti ricorda molto quelle riuscitissime modalità di recitazione. Con la sua spiazzante tranquillità, riesce a portare le persone a solidarizzare con lui, anche se di fatto è un assassino che non si sporca nemmeno le mani, delegando tutto il lavoro a un esercito di quadrupedi. E questo non perché si prova pena per lui, ma perché ci permette di entrare nella sua testa e per qualche minuto diventa giusto vendicarsi delle persone ricche e crudeli. Probabilmente è proprio per l’interpretazione convincente del protagonista che non si prova troppo fastidio per una violenza insistita che fa parte in tutto e per tutto dell’estetica del film. La potenza di certe storie si percepisce proprio nel momento in cui gli spettatori per qualche minuto mettono in pausa i loro caratteri e i loro ideali per assumere il punto di vista del personaggio: la maggior parte delle persone nella vita reale non si sognerebbe mai di punire in modo crudele, al limite del sadico, qualcun altro, a prescindere da quello che ha fatto. Eppure per i pochi minuti in cui succede sullo schermo l’identificazione è talmente forte che scatta un più o meno inconscio “beh, alla fine ha fatto bene”.

Se la sceneggiatura, come abbiamo visto, è l’aspetto meno riuscito del film, regia e fotografia ci mettono una grossa pezza. Per descrivere il legame magico che si è instaurato tra Douglas e i suoi cani le parole non servono, e probabilmente non funzionerebbero. Le persone comuni si rivolgono ai propri animali domestici in modo affettuoso, con vezzeggiativi o con la voce che molti riservano anche ai bambini. Douglas invece impartisce ordini, la maggior parte delle volte senza parlare. Eppure lo spettatore non dubita neanche per un momento dell’autentico affetto che scorre come elettricamente da animali a uomo e viceversa. E questo non perché Douglas ha detto alla psicologa incaricata di valutarlo che loro sono tutta la sua vita (anche perché lo ha detto con tono piuttosto freddo), ma unicamente per le immagini: gli sguardi di Douglas sono più eloquenti di qualsiasi frase, e se è vero che come abbiamo detto la performance di Landry Jones era da Coppa Volpi, c’è da dire che la regia di Besson non è da meno. Non c’è una scena in più dell’essenziale, eppure quello che bisognava trasmettere arriva forte e chiaro. Le inquadrature, le immagini, i colori, la desolazione degli scenari urbani da soli raccontano una storia e la raccontano bene. Per certi versi avrebbe potuto anche essere un film muto, e il messaggio sarebbe arrivato.

È tutto questo uno spreco, perché una sceneggiatura migliore avrebbe reso più efficaci le scelte registiche? O è un pregio perché dimostra che recitazione e regia bastano a creare un buon prodotto cinematografico? Agli spettatori l’ardua sentenza, qui ci limitiamo a suggerire che la visione del film vale il prezzo del biglietto.

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