CULTURA

Gino Rossi in una raccolta di lettere e scritti

Uno scrivere franco e diretto; un pennino che scorre sicuro, senza sbavature di inchiostro, di idee, di pensiero.

Si ricompongono, dopo decenni di deformazioni e fantasiose amplificazioni, i dettagli caratteriali ed espressivi di Gino Rossi, pittore fra i più importanti del Novecento non solo a Venezia, non solo in Veneto.

Con il libro Gino Rossi. Lettere e scritti dispersi (Canova edizioni, Treviso), i due curatori Flavia Scotton e Nico Stringa, da molti anni studiosi dell’artista, hanno portato a termine un mirevole lavoro di archiviazione e raccolta degli scritti del grande pittore veneziano. Una pubblicazione che mette a disposizione del lettore, in un solo volume, centocinquantatré lettere e alcuni scritti commentati e ordinati cronologicamente, altrimenti rari da reperire e studiare. Tra questi quaranta missive inedite (che accrescono le centodiciassette pubblicate nell’introvabile lavoro di Luigina Rossi Bertolatto del 1974, che per anni ha costituito la sola traccia fondamentale sulla vita di Rossi) che, come dei toponimi, vanno a integrare la cartina muta e misteriosa della vita dell’artista.

Un percorso creativo, quello di Gino Rossi che, come narra la sua “leggenda”, è segnato – e definitivamente interrotto – dal crollo nervoso che lo conduce alla reclusione in manicomio nel 1926, dove vi rimane, inoperoso, sino al 1947, anno della morte. Un’esperienza artistica breve quindi, che lo conduce a una produzione di un centinaio di opere appena, ma di eccezionale apertura europea, distante – al punto da risultare stravagante, “fuori luogo”, per molti – dalla pittura diffusa in quegli anni in laguna.

Lo vediamo tornare a Burano, dopo le esperienze parigine e in Bretagna (dove dipingono i Nabis), come un moderno Sérusier italiano; per poi proseguire determinato – come il suo scrivere – sempre in avanti, in un “continuo crescendo”, verso altri sviluppi della pittura. Lo stile si evolve, imprevedibile, verso altri lidi: dai ritratti quasi “scultorei” dei pescatori di Burano; ai paesaggi che si animano di una nuova espressività cromatica; a una maniera più cupa, “nera”, che coinvolge ritratti a figura intera; a nature morte che, seguendo stimoli francesi, dispongono gli oggetti in composizioni di diletto neocubista; alle composizioni finali, i piccoli visionari cartoncini degli ultimi anni. Celeberrime alcune sue opere come La fanciulla del fiore (1909), Douarnenez (1910) o La grande descrizione asolana (1912).

Scopriamo insomma, per tornare all’epistolario, che leggerlo nella sua interezza e complessità, significa smentire molti schemi, molte idee preconcette sull’artista, per osservarne da vicino la complessità caratteriale, le prese di posizione, le esigenze, le confidenze, l’ironia. Scritti che non “svelano” l’opera, non la giustificano, lasciandone intatto il mistero. Un carattere “pratico” della scrittura che si arricchisce di riferimenti e persone al punto da nominarne (leggiamo dall’indice dei nomi), moltissimi, oltre duecento. Un ventaglio di personalità e conoscenze davvero significativo che la dice lunga sulla complessità intellettuale di Rossi. Egli si rivolge al grande amico Arturo Martini, a Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Felice Casorati, Filippo Tommaso Marinetti, Medardo Rosso, per citarne solo alcuni, tutti corrispondenti di un epistolario di cui non conosciamo le risposte, oggi purtroppo disperse.

Lettere che raccontano soprattutto del sodalizio intenso e fecondo con Nino Barbantini, giovane segretario dell’Opera Bevilacqua La Masa e direttore della Galleria Internazionale di Ca’ Pesaro, col quale mostra un’intesa intellettuale rara, e una posizione critica comune nei confronti di una Biennale incapace di essere, in quegli anni, davvero internazionale e aggiornata. E poi le importantissime esposizioni di Ca’ Pesaro, dove Rossi esordisce ed espone per anni. Lettere che svelano senza patetismi – ma questa è la parte più conosciuta della corrispondenza – una vita al limite del sostentamento, alla quale rimedia lo stesso Barbantini per un periodo, con un assegno mensile. Rossi, si sa, sopravvive più di qualche inverno senza stufa, non sa come vestirsi e calzarsi, come pagare l’affitto.

Se nella prima parte dell’epistolario Rossi è al corrente delle esposizioni, delle posizioni della critica e degli artisti, perché viaggia, può verificare da sé, più tardi, col precipitare della situazione economica, la sua posizione periferica a Noventa Padovana e a Ciano del Montello, lo induce a una corrispondenza sempre più fitta e interessata. Egli vuol sapere i nomi dei commissari e delle giurie di accettazione delle esposizioni, quali sono gli artisti ammessi; egli stesso è responsabile della Corporazione delle Arti Plastiche per le provincie di Padova e Treviso, si fa attivo organizzatore dei giovani artisti trevigiani nelle esposizioni di Ca’ Pesaro.

E infine gli scritti polemici, le battaglie pubbliche, che lo espongono contro l’ambiente artistico più conservatore di Venezia. Un ultimo capitolo che descrive un Gino Rossi inedito, “scrittore”, che con la carta stampata guadagna un ruolo (che forse non ci aspetteremmo) di portavoce, anche con la scrittura, di una nuova modernità artistica a Venezia.

POTREBBE INTERESSARTI

© 2018 Università di Padova
Tutti i diritti riservati P.I. 00742430283 C.F. 80006480281
Registrazione presso il Tribunale di Padova n. 2097/2012 del 18 giugno 2012