UNIVERSITÀ E SCUOLA

Libertà accademica e potere

Un simposio internazionale - il 9 maggio al Teatro Ruzante - dal titolo Parrhesia, Libertà Accademica e Potere: Sui Recenti Eventi in Turchia per esprimere - da parte di studenti, professori e cittadini di Padova - solidarietà con i colleghi turchi la cui libertà di espressione è stata recentemente violata. 

Gli eventi in questione che hanno attirato l'attenzione della comunità internazionale sulla Turchia hanno inizio con la pubblicazione della petizione dal titolo “Non saremo parte di questo crimine!”, lanciata da Accademici per la Pace, l'11 gennaio 2016. Il documento, firmato da 1.128 docenti e ricercatori turchi e stranieri, chiede alle autorità di Ankara di porre fine alle violazioni di diritti umani perpetrate contro il popolo curdo nell'Anatolia sud-orientale e invoca la ripresa dei negoziati di pace. 

Le autorità turche hanno prontamente dichiarato illegale la petizione. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan si è rivolto ai firmatari in modo sprezzante e ha immediatamente chiesto che le istituzioni del paese a tutti i livelli reagissero contro questo atto di “tradimento”. Il Primo Ministro Ahmet  Davutoğlu ha dichiarato che il documento non può essere considerato come espressione legittima della libertà di pensiero e ha ordinato agli accademici di ritirare le loro firme. Poco dopo queste dichiarazioni, il Consiglio turco per l'educazione superiore (YÖK) ha annunciato che la petizione supporta i gruppi terroristici attivi nel paese e che avrebbe preso provvedimenti contro i firmatari turchi, mentre l'ufficio del procuratore capo di Istanbul ha avviato un indagine per presunta violazione degli articoli del codice penale turco che disciplinano i reati di “insulto allo stato” e “propaganda terroristica”. Dal 15 gennaio 2016, quindi, gli accademici firmatari del documento sono stati oggetto di intimidazioni di vario genere,  indagini penali, arresti, procedimenti disciplinari nelle università, sospensioni o licenziamenti. Agli attacchi provenienti dalle autorità si sono aggiunti quelli provenienti dai media filo-governativi, da singoli cittadini, studenti e altri accademici. Un noto criminale ha perfino minacciato di morte gli studiosi firmatari pubblicamente. In alcune città minori, vere e proprie campagne diffamatorie hanno messo in pericolo la vita degli accademici, alcuni dei quali sono stati costretti a lasciare le loro città di origine.

Nonostante tutto, con l'intensificarsi della repressione è anche aumentato il supporto ricevuto dai firmatari sotto attacco. Ad una settimana dal lancio della petizione, un migliaio di altri accademici avevano apposto la loro firma.  Molte organizzazioni professionali e network di società civile hanno organizzato campagne di solidarietà e lanciato nuove petizioni sia localmente che a livello internazionale. Associazioni di studiosi e diverse ONG straniere hanno scritto lettere che invocano il rispetto da parte del governo turco della libertà di espressione e dei principi contenuti nelle convenzioni internazionali sui diritti umani.

Il 10 marzo quattro degli accademici firmatari, Esra Mungan, Meral Camcı, Kıvanç Ersoy e Muzaffer Kaya hanno tenuto una conferenza stampa per richiamare l'attenzione internazionale sulla repressione e i trattamenti illegali subiti e ribadire il contenuto della dichiarazione dell'11 gennaio. Il 14 marzo tre di loro sono stati posti sotto custodia e quindi arrestati il giorno successivo. Meral  Camcı viene arrestata il 31 marzo, in seguito al suo ritorno in Turchia.

Il 22 aprile i quattro accademici vengono posti sotto processo per “propaganda terroristica” sulla base dell'articolo 7.2 della legge anti-terrorismo, rischiando fino a sette anni e mezzo di carcere. Durante il processo gli studiosi hanno definito assurda la loro incriminazione e invocato la loro speciale responsabilità di intellettuali, per i quali dire il vero e difendere la pace è non solo un diritto civile ma anche un dovere in una società democratica. 

La corte ha deciso di rilasciare i quattro accademici e di ritirare l'accusa di propaganda terroristica nei loro confronti. Questi tuttavia non sono stati assolti, e la seduta è aggiornata al 27 settembre 2016. L'accusa ancora pendente di “insulto allo stato”, basata sull'articolo 301 del codice penale, richiede infatti uno speciale permesso del ministro della Giustizia. Procedimenti basati sullo stesso articolo 301 sono stati già in passato criticati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo secondo cui “l'interpretazione dei termini fatta dai giudici è troppo vasta e vaga”, tale da rendere la disposizione di legge “una continua minaccia all'esercizio del diritto alla libertà di espressione” (2011).

Invitando alcuni studiosi turchi che hanno firmato la petizione dell’11 gennaio e creando un'opportunità di scambio e di dialogo, l'università di Padova intende dimostrare che il suo motto “Universa Universis Patavina Libertas” non è solamente uno slogan vuoto ma rappresenta un principio che siamo chiamati a difendere e promuovere attivamente. 

Seda Ergül

Il convegno si terrà il 9 maggio dalle 14.30 alle 17.30 al Teatro Ruzante

 

 

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