SOCIETÀ

La meravigliosa bambinezza del pensiero

"La Philosophy for Children, come opportunità di sviluppo del pensare e del pensamento, diventa occasione di ricerca di senso nel percorso scolastico, prima ancora che di acquisizione di abilità di pensiero". Così scrive Marina Santi, docente di Didattica e Pedagogia speciale, nel quarto volume della collana I libri de Il Bo Live dal titolo Geografie d'infanzia (2021) e da qui partiamo per tornare a parlarne in occasione di un anniversario: i vent'anni dalla prima conferenza della Philosophy for Children in Italia, nell'Aula Magna di Palazzo Bo. Era il 2003, anno in cui l'Università di Padova inaugurava il corso Philosophy for Children (P4C), nato per costruire comunità di ricerca a scuola e in altri contesti educativi. "La meta non è trasformare gli alunni in filosofi o decisori, ma far loro esperire il piacere di pensare sulle cose che contano".

Per celebrare questi traguardi, in concomitanza con la presidenza italiana di Marina Santi all’International Council of Philosophical Inquiry with Children, a inizio ottobre, una tre giorni di incontri e riflessioni ha animato la città, dalle piazze all'orto botanico. Ora all'Università di Rio de Janeiro in Brasile, per condividere esperienze e valutare la possibilità di portare anche lì un progetto di comunità di indagine filosofica, Santi fa sintesi di senso e principi: "Il cuore pulsante di P4C è la valorizzazione della meraviglia, della domanda, dell'incertezza come portato umano condiviso. Stupirsi è la condizione della felicità, il processo dello stare nel mondo attinge dalla curiosità e dalla meraviglia. La felicità non è una dimensione statica, ma è una possibilità che viene cercata dall'essere umano. Così la filosofia, che non è avere ma ricercare una saggezza".

Nata negli anni Settanta con Matthew Lipman, docente di Filosofia e Logica presso la Columbia University di New York, autore di Educare al pensiero, la Philosophy for Children lavora per costruire comunità di ricerca e condividere domande: sei disposto a cercare e, soprattutto, a ricominciare ogni volta? "I bambini ricominciano continuamente lo stesso gioco e ripropongono le stesse domande perché è quello di cui hanno bisogno: non di risposte, ma di ascolto delle domande - precisa Santi -. Noi adulti pensiamo di acquietare la meraviglia dell'infanzia fornendo risposte, in realtà i bambini ci invitano a farci domande insieme a loro. Dobbiamo garantire partecipazione e disponibilità a partire dalla genitorialità, che significa mettere al mondo delle possibilità: i genitori di oggi diventano personal trainer dei loro figli, spesso predeterminandone il successo. Ma nessuno può assicurare il successo, soprattutto se prima non viene predisposto uno spazio d'indagine e viandanza".

Il cuore pulsante è la valorizzazione della meraviglia, della domanda, dell'incertezza come portato umano condiviso
Viandanza, perché errare è un valore. Il disorientamento è una condizione del cercare, allora la P4C diventa una pratica per disorientarsi insieme. Perdersi diventa un diritto

La sostanza ruota attorno ad alcune parole-chiave. La prima è bambinezza, una condizione di continua scoperta e meraviglia che abbraccia ogni età, e la seconda è viandanza, "perché errare è un valore. Il disorientamento è una condizione del cercare". In questo senso, la P4C diventa una pratica per disorientarsi insieme. "Perdersi diventa un diritto, non solo dell'adolescenza ma di una vita intera. Il perdersi collettivo è un'opportunità".

Un bambino che si meraviglia per un profumo è già un'occasione di indagine filosofica (che può essere introdotta a partire dall'asilo nido): "Ci poniamo di fronte a lui senza la certezza di sapere cosa sia un profumo, senza una risposta da dare - questo è il profumo della mela -, ma chiedendoci a cosa somigli e a quale colore potremmo associarlo". Questo può succedere con i bambini, ma anche con gli adulti. "Proponiamo il filosofare come pratica comunitaria, come processo non come disciplina". Quel children nel nome si riferisce alla bambinezza. 

"Stiamo portando una pratica polifonica, a cui negli ultimi anni abbiamo affiancato anche il jazz, l'improvvisazione. Non facciamo dibattito, argomentare è una pratica importante ma non bisogna confondere il mezzo con il fine: l'argomentazione è un mezzo". Come esperienza di comunità, in cui non vi è individualismo né desiderio di primeggiare ma dove la competenza è distribuita per un bene comune, la Philosophy for Children sospende il tempo della quotidianità. Chi partecipa entra in un flusso in cui esiste solo il tempo del domandare, che tanto somiglia a quello del giocare. "Quando si arriva nel tempo del gioco, dell'amore, dell'incontro, si entra nel tempo del filosofare".

Questo approccio introduce una ulteriore riflessione, relativa alla democrazia del pensiero: "Non forniamo strumenti per il pensiero democratico, parliamo invece di democrazia del pensiero, un concetto ben diverso, secondo il quale tutti possono pensare. Tutti abbiamo il diritto di pensare". E Santi conclude: "Siamo sfidanti, siamo curiosi. Stiamo lavorando moltissimo sull'exattamento, la chiave di volta: la Philosophy for Children è un'occasione per attivare domande insolite in un tempo sospeso in cui possiamo permetterci di farlo inutilmente. L'educazione per sua natura è ottimista e l'ottimismo è un atto della volontà: la prima cosa da mettere in atto è un ottimismo pedagogico. Omnesomniaomnino, tutto a tutti in tutti i modi possibili. Una garanzia di libertà".

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