SCIENZA E RICERCA

Messaggi nella Galassia

Un nuovo progetto propone di inviare messaggi radio verso stelle in cui può essere nata una vita intelligente in grado di ricevere e analizzare il messaggio. Il tentativo non è nuovo. Nel 1979 un messaggio in codice binario fu inviato dal radiotelescopio di 305 metri ad Arecibo verso un gruppo di circa 100 mila stelle, distanti 25 mila anni luce. Nel 1999 e 2003 altri due messaggi verso stelle vicine sono stati inviati dal radiotelescopio ucraino di 70 m ad Evaptoria, in Crimea. Parallelamente, dal 1960 diversi progetti alla ricerca di civiltà extraterrestri (SETI) hanno ascoltato - invece di trasmettere – un grandissimo numero di singole stelle in diverse direzioni del cielo, sperando di captare un messaggio radio da parte di una civiltà aliena. Tentativi senza alcun successo, finora. Il nuovo progetto trae spunto dal fatto che oggi si conoscono quasi 5000 pianeti intorno a migliaia di stelle, e alcuni di essi possono avere acqua liquida in superficie e ospitare eventuali forme di vita. Viene proposto oggi di utilizzare strumenti più potenti, il radiotelescopio cinese FAST di 300 metri e la batteria di 42 radiotelescopi del SETI Allen Telescope Array in California.

La voglia di comunicare degli esseri umani non si è fermata ai messaggi radio. Le sonde Pioneer 10 e 11 e Voyager 1 e 2 della NASA, che viaggiano ormai fuori dal Sistema Solare, portano sullo scafo delle targhe con immagini e un disco microsolco con immagini e suoni della Terra, due messaggi tangibili per eventuali esseri intelligenti che catturino queste sonde spaziali. Messaggi simili viaggiano nella sonda New Horizons, ormai oltre Plutone.

Questi tentativi di contatto con esseri alieni intelligenti hanno però delle importanti limitazioni, anche se uno degli scopi di queste ricerche è promuovere nuovi meccanismi e linguaggi di comunicazione, come l’uso del codice binario o il linguaggio di Dutil e Dumas usato per il messaggio di Evaptoria, che include simboli matematici. Ma studiare il modo di comunicare con una civiltà che non ha nulla in comune con noi permette di riflettere su cosa è veramente importante nella trasmissione e quale approccio utilizzare in caso di contatto con alieni. Come ci insegna la Storia delle civiltà terrestri, comunicare con popoli che hanno valori e linguaggi diversi non è facile, e può portare a incomprensioni e disastri.

Uno dei problemi nasce dal fatto che tutti questi messaggi sono mappe a 2 dimensioni, e contengono disegni di oggetti tridimensionali, come la doppia spirale del DNA o il disegno di un uomo e una donna nudi. Questi disegni per essere correttamente interpretati presuppongono la conoscenza della prospettiva. Un essere umano disegnato di fronte come una serie di linee può essere interpretato come una colonia strutturata di esseri viventi filamentosi anziché un oggetto solido. Se noi guardiamo questo disegno, sappiamo già che c’è un “dentro” e un “fuori”, un “pieno” e un “vuoto”, ma lo sappiamo perché abbiamo già avuto l’esperienza visiva di un essere umano.  Bisogna presupporre che l’alieno intelligente sia simile a noi, qualcosa che non è per nulla scontato.

Sulla Terra esiste un fenomeno detto “evoluzione convergente” per cui specie che si sono evolute indipendentemente hanno sviluppato organi simili: le ali per mammiferi, insetti e uccelli, per esempio. Certo è possibile che gli alieni abbiano occhi come le specie terrestri, poiché la luce delle stelle è la maggiore sorgente di energia su ogni pianeta. Perciò il disegno di occhi o il loro concetto potrebbe essere universale. Ma i pianeti extrasolari hanno una grande varietà di ambienti, e moltissime stelle emettono molta energia nell’infrarosso, per cui gli occhi degli abitanti intorno a queste stelle, adattati alla luce infrarossa, potrebbero essere così diversi da non essere identificabili in uno schema a due dimensioni. Diversi satelliti del Sistema Solare sono completamente coperti da oceani ghiacciati, e molti pianeti extrasolari con acqua in superficie potrebbero non avere terre emerse e quindi specie terrestri, ma solo acquatiche. Su un pianeta coperto solo da oceani, polpi o delfini intelligenti userebbero ricevitori radio? E conterebbero i numeri in base 10 o 20 come fanno gli esseri umani, sulle dita delle mani (oggi) e anche dei piedi (come i Maya)? 

Nella storia terrestre alcuni filosofi e antropologi hanno affrontato lo studio delle culture definite “primitive”, antiche o isolate rispetto al resto del mondo. Rousseau teorizzava il mito del “buon selvaggio” per natura, non corrotto dal progresso, stimolando scrittori del XVIII e del XIX secolo a creare romanzi con “selvaggi buoni”. L’antropologo Levi-Bruhl, studiando le culture primitive solo da resoconti di viaggio di altri esploratori, descriveva il pensiero di questi popoli come dotati di una logica infantile, che credevano alle apparizioni, e alle metamorfosi tra umani e animali senza connessione tra causa ed effetto. Questo tipo di idee fu adottato più o meno implicitamente dalla colonizzazione europea, che riteneva gli abitanti indigeni come esseri umani inferiori, da educare come i bambini portando loro nuove idee e credenze religiose. E gli alieni? Certamente non si può supporre che la cultura e tecnologia di chi riceve un messaggio radio terrestre sia inferiore alla nostra, perché altrimenti nessuno di loro sarebbe in grado di decifrarlo.  Nel caso dei messaggi verso gli alieni si assume tacitamente una loro superiorità culturale, che permetta loro di capire il balbettio dei nostri segnali.

Nonostante questa pretesa superiorità dei nostri interlocutori alieni, a me pare assolutamente vano il tentativo di comunicare concetti terrestri. A parte i numeri (su base binaria e decimale), qualche operazione aritmetica, anche la composizione del nostro DNA appare soggettiva. Esistono virus come il Batteriofago T4 che ha un DNA con una base diversa da quella delle altre specie. Le forme di vita terrestri poi utilizzano solo alcuni amminoacidi perché utilizzano un codice comune di associazione 3basi-1amminoacido, il Codice Genetico. Si ritiene che l’uso di questo codice derivi da una forma di vita “antenata” detta Precursore Universale Comune (LUCA), il cui predominio sula Terra è stato – probabilmente – casuale. Perciò non ci si aspetta che eventuali altre forme di vita su Marte o altrove abbiano lo stesso codice genetico e usino le stesse molecole per il loro metabolismo. E qui ci fermiamo, perché la prospettiva nei disegni inviati è un’invenzione umana, e i nostri popoli hanno tre concetti a cui danno la massima importanza - denaro, leggi e religioni - che variano da Stato a Stato e che perciò non sono “planetarie” o rappresentative della nostra specie. La realtà è che quando inviamo un messaggio non cerchiamo di comunicare ma di testimoniare la nostra esistenza, come se avessimo paura di essere soli, noi si come i bambini.

Non si può neppure paragonare questi tentativi ai messaggi in bottiglia affidati alle onde del mare, nella speranza che qualcuno li trovi e ci venga a cercare. Infatti le stelle destinatarie riceveranno il messaggio dopo secoli o migliaia di anni e le risposte arriverebbero dopo altrettanto tempo. Questi messaggi alla fine sono uno stimolo culturale, una riflessione per noi stessi, su come comunicare con una civiltà “extra-” e su quali informazioni sono davvero importanti. Resta sempre la vecchia domanda: siamo soli nella Galassia, noi 7 miliardi di esseri umani a cui non basta un pianeta per il desiderio di conoscenza. Soli in mezzo a 400 miliardi di stelle della Via Lattea in un Universo di miliardi di galassie? È la stessa antica paura dell’individuo, trasferita all’intera umanità.

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