CULTURA

Le mie epidemie, mezzo secolo di emergenze sanitarie

Possibile che il titolo non sia necessariamente, in un periodo in cui tutti speriamo di poterci di occupare di altro e non più solo ed esclusivamente di pandemia, tra i più invoglianti ancorché suggestivo di memoriali di altra epoca. Ma, quando lo avete tra le mani, “Le mie epidemie” scritto dall’epidemiologo Donato Greco con la giornalista scientifica Eva Benelli (edizioni Scienza Express, 2021), non lo mollate tanto facilmente. Perché Greco non è un epidemiologo dell’ultima ora e perché le storie che racconta sono molto avvincenti, legate a fatti che una parte di noi ricorda bene perché hanno popolato, con impatti diversi e in tempi diversi, le vicende mediatiche della nostra epoca, e perché attraverso queste storie Donato Greco ci fa anche capire quanto l’epidemiologia sia cresciuta, come scienza e come pratica, nel nostro paese negli ultimi decenni arrivando, per fortuna, alla pandemia che abbiamo appena vissuto con una serie di approcci metodologici e con un bagaglio di conoscenze preziose per affrontare emergenze di diversa scala. Che hanno aiutato a capire e gestire quello che stava succedendo, per quanto la scala di questa pandemia avrebbe richiesto una preparedness che sappiamo bene, ormai, non era stata messa in campo in modo adeguato.

Per la verità comunque, di Covid19, in questo libro, si parla poco e solo per mettere in prospettiva quanto abbiamo capito, come collettività, di cosa significhi prevenire e gestire una pandemia in base alle esperienze passate e per lanciare lo sguardo avanti, alle possibili pandemie future. 

I racconti di Greco si concentrano perlopiù su diverse storie e sulla storia. Su come il nostro paese ha imparato ad attrezzarsi, epidemia dopo epidemia, per applicare un metodo preciso, utile e necessario per capire da dove viene il microorganismo che la malattia l’ha fatta partire, come si è trasferito, attraverso cosa e in che condizioni, e come è dunque gestibile, prevenibile, curabile quando lo è.

 

...d'altra parte noi non sapevamo niente sul colera né avevamo idea dell'estensione del contagio

1973, il colera a Napoli

Per chi è della generazione di chi vi scrive, questo libro svela nei dettagli un passaggio fondamentale. Quello fatto ai tempi dell’epidemia del colera di Napoli, nel 1973, quando Donato Greco sta facendo il servizio militare e viene richiamato d’urgenza al Cotugno di Napoli dove era, prima della leva obbligatoria, assistente di ruolo. Al Cotugno c’è un picco di pazienti con gastroenteriti acute, e sostanzialmente nel giro di pochissimo Greco si trova nell’occhio del ciclone. L’epidemia di colera è scoppiata ma le istituzioni italiane non sono affatto attrezzate. Non sanno nemmeno come trattare la malattia.

Nei primi giorni ci sono indicazioni contrastanti sulle terapie da adottare e sulle misure di contenimento. Non si dice chiaramente che la malattia si trasmette solo via orofecale né si attua la reidratazione per via orale, successivamente riconosciuta come la terapia più efficace contro il colera. Medici e infermieri sono bloccati nell’ospedale, in quarantena assieme ai malati e a chiunque passi di lì anche per caso, come un turista austriaco che si è rivolto al pronto soccorso per dolori addominali che nulla avevano a che vedere con il colera.

C’è poi il solito can can mediatico: “I media sono scatenati e l’ignoranza la fa da padrona: emergono esperti di colera da tutte le parti, ognuno con la propria teoria o la propria terapia, si rivivono i tempi delle pandemie di colera dell’ottocento”. (Vi ricorda qualcosa?)

Ci sono anche diverse note di colore, nel racconto di Donato Greco, come la visita del capo dello Stato. “Arriva in gran corteo il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, bardato di tutto punto con camice, calzari, guanti, mascherina e cappello chirurgico. Eppure non si fida, un fotografo riesce a scattare la foto che farà il giro d’Italia e forse del mondo: entrando in reparto, Leone fa le corna con la mano destra dietro la schiena.” Insomma, a Napoli e in Italia il colera scatena il caos.

Ma il punto chiave è che l’epidemiologia, come scienza, in Italia ancora non esiste di fatto. Non c’è un dipartimento di epidemiologia all’Istituto Superiore di Sanità. E sono pochi, pochissimi, i medici attrezzati per capire come fare il tracciamento e l’analisi sul campo di una epidemia. A Napoli la chiave di volta sono gli americani, che sono presenti con la loro base navale e che hanno degli esperti della Naval Medical Research Unit, l’unità di ricerca medica della marina statunitense che è affiliata al sistema internazionale dei CDC, i Center for Disease Control di Atlanta, uno dei riferimenti mondiali in tema di controllo delle malattie. E loro, che hanno centri in tanti paesi dove gli americani sono stanziati per ragioni di controllo geopolitico, la conoscenza di molte malattie ce l’hanno di prima mano. Così, non solo vaccinano il personale e di fatto avviano pure la campagna vaccinale in città, ma soprattutto lanciano, coinvolgendo lo stesso Donato Greco, una indagine sul campo per chiarire i meccanismi di trasmissione e l’origine dell’epidemia. E da lì si conferma il legame tra il consumo di cozze crude e la diffusione del vibrione.

Ogni anno in Italia vengono notificati circa 5000 casi di salmonellosi umana, negli anni '80 erano 30.000

Nasce il laboratorio di epidemiologia

Questo episodio, che per molti di noi appartiene ai ricordi di infanzia visto il clamore con cui l’epidemia faceva parlare di sé sui media nazionali, nei fatti è anche l’inizio della storia dell’epidemiologia italiana. Da lì iniziano i percorsi formativi strutturati di persone come l’autore, che partecipa a seminari e corsi negli Stati Uniti e presso l’Organizzazione mondiale della sanità. Nel giro di pochi anni si apre anche il Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica all’Istituto Superiore di Sanità, diretto da Duccio Zampieri e nel quale Greco entra come ricercatore dopo un concorso nel 1978, lo stesso anno della riforma dell’intero sistema sanitario nazionale italiano. Nel 2004, quando Greco lascia la direzione di quello che nel frattempo è diventato il Centro Nazionale di Epidemiologia, i ricercatori sono più di 200. Nel 2015 il Centro è stato poi chiuso e le sue competenze distribuite in altri dipartimenti dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il colera torna a fare capolino in Italia nel 1994, a Bari. E anche in questo caso la causa sta nel consumo di pesce crudo, probabilmente lavato e tenuto in fresco sui banchi del mercato con acqua contaminata, ‘pescata’ in una zona di mare nella quale sbocca una cloaca. A volte i microbi arrivano da vie insospettabili, come i tubi delle doccie. Così Greco si ritrova a esaminare i bagni e gli impianti idraulici di un hotel della riviera romagnola, nel 1980, dove si era annidata la Legionella. Oppure a ricostruire l’intera filiera che porta dai singoli ingredienti ai piatti serviti a un matrimonio a Paestum, nel 1981, dove la Salmonella rovina la festa. Ci sono situazioni che hanno fatto meno notizia, come i casi di Peste bubbonica nel Casentino o quelli di Lebbra, che persiste anche nel nostro paese, pur in un numero di casi estremamente ridotto. 

Il racconto di Donato Greco si intreccia anche con le vicende geopolitiche internazionali, come la diffusione della polio in Albania, prima a causa dell’interruzione dei rapporti con la Cina che fino al 1976 aveva fornito al paese un vaccino antipolio solido, in confetti di zucchero, e poi del crollo del regime di Enver Hoxha, che ha portato al collasso di quello che rimaneva del sistema sanitario. In Albania tornano molte malattie non più presenti da tempo, oltre alla polio: epatite B, morbillo, tifo e colera. Ci vuole un grande sforzo internazionale per riportare la situazione sotto controllo e l’Albania viene poi certificata polio-free nel 2002. 

Rinunciare all'indagine di campo vuol dire perdere l'occasione di riconoscere la realtà

Ci sono molti riferimenti personali, in questo libro, e omaggi a maestri e compagni di viaggio e di lavoro. C’è anche un ricordo molto doloroso, quello della morte di Matthew Lukwiya, giovane direttore sanitario di un ospedale in Uganda dove Greco si trova per aiutare nella gestione dell’epidemia di Ebola del 2000. E ci sono ricordi più allegri, come le tante avventure sul campo assieme ai colleghi, per tracciare i percorsi, le dinamiche di contagio e di diffusione delle malattie. 

Ma, soprattutto, c’è la dimensione globale dell’epidemiologia che emerge, e un auspicio. Che nelle epidemie presenti e future non si rinunci, mai, all’indagine sul campo, unica arma davvero efficace per contrastare la diffusione delle malattie. “Il cluster epidemico, quindi, rappresenta per la sanità pubblica un evento prezioso: una occasione unica per capire cose non capite in anni di sorveglianza o di studi biologici” scrive Donato Greco, nelle ultime pagine del libro, “Anche se l’evento o la malattia in questione sono cose già note e ben studiate, la singola epidemia ha sempre una sua impronta unica. (...) Questi sono i motivi per cui l’indagine va sempre e comunque condotta, con metodo scientifico rigoroso, contrastando le tentazioni di rifiutare un lavoro che può apparire ovvio o inutile”. 

 

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