SCIENZA E RICERCA

Un nuovo passo avanti per l'eradicazione della poliomielite

Siamo abituati a pensare alla poliomielite come a un flagello del passato, e in effetti sono stati fatti moltissimi passi avanti da quando è stato individuato il virus che la causava nel 1908. Sono stati introdotti due vaccini diversi tra di loro, uno a somministrazione orale, ideato da Albert Bruce Sabin partendo dal virus attenuato e un altro, creato da Jonas Salk, che va iniettato e che contiene il virus inattivato. Il vaccino di Sabin ha il pregio di essere più semplice da somministrare, ma ha un difetto non da poco: in alcuni casi può portare ad ammalarsi, perché il virus attenuato replica nell’intestino e si diffonde attraverso le feci, e durante questo processo può accumulare mutazioni e, molto raramente, ritornare all’aggressività originaria. Quindi l'uso rischia di tenere vivo il fuoco dell'epidemia. Il vaccino di Salk, invece, è molto più stabile e non rischia di sviluppare mutazioni, ma è più complicato da somministrare su larga scala, e inoltre a differenza del vaccino Sabin non protegge dall’infezione e non è quindi adatto in Paesi in cui l’obiettivo è ancora quello di bloccare la circolazione del virus.

Nonostante i due vaccini non siano perfetti, il 25 agosto del 2020 il direttore generale dell’OMS ha annunciato l'eliminazione della poliomielite dal continente africano, ma in alcune zone del mondo come l'Afghanistan la malattia è ancora presente, anche a causa del complesso quadro geopolitico. Dei tre diversi sierotipi dei virus responsabili della malattia, infatti, non è stato ancora eradicato il numero 1, e rimangono anche i tipi che, in rari casi, possono derivare dal vaccino attenuato mutato che, diffondendosi tra le persone non vaccinate, dà vita a veri e propri focolai (in questi casi si parla di polio vaccinale, mentre negli altri casi di polio selvaggia).

Adesso però i ricercatori stanno sperimentando due nuovi vaccini molto promettenti, che magari in futuro potrebbero assumere un ruolo chiave per l'eradicazione definitiva. Ne abbiamo parlato con Agnese Collino, biologa e autrice del libro La malattia da 10 centesimi. Storia della polio e di come ha cambiato la nostra società.

Servizio e montaggio di Anna Cortelazzo

Collino per prima cosa ci spiega perché nonostante i vaccini efficaci la polio non è stata ancora eradicata: il vaccino Salk, oltre ai problemi di somministrazione, è prodotto utilizzando un virus inattivato: non impedisce di contagiarsi (e quindi di trasmetterla), ma evita gli effetti più gravi di questa malattia come per esempio la paralisi. Il vaccino Sabin, invece, parte dal virus attenuato, quindi “vivo”, ma incapace di causare la malattia. In questo caso, il vaccinato non si ammala, quindi per l'eradicazione della malattia nei luoghi dove è endemica è il più indicato. Il problema è che, trattandosi di un virus vivo, in rarissimi casi può mutare e diffondersi nei non vaccinati (teniamo anche conto che in molti paesi il sistema fognario lascia a desiderare) e quindi causare la malattia (polio vaccinale). "Si tratta - precisa Collino - di un fenomeno veramente raro se pensiamo che negli ultimi 20 anni sono state somministrate 20 miliardi di dosi di questi vaccini e i casi di paralisi derivanti da un accumulo di mutazione nei virus vaccinali e dal ritorno all'aggressività originaria sono stati 2.299. È un effetto collaterale molto grave ma anche molto raro, un effetto collaterale che in qualche maniera abbiamo accettato in virtù del fatto che questo era l’unico vaccino che ci avrebbe condotto un giorno a far sparire la poliomelite dal nostro mondo". Da una parte, quindi, c'era un vaccino che non fermava la malattia, ma si limitava a scongiurarne gli effetti più gravi, dall'altro c'era un vaccino più efficace che però in rari casi poteva causare la malattia.

I nuovi vaccini, pur essendo sempre creati con il virus attenuato, cercano di aiutarci a uscire da questa impasse: il tentativo era quello di migliorare i vaccini Sabin per limitare ulteriormente la polio vaccinale: "Questo - spiega Collino - era stato già fatto nel 2021 per il ceppo 2, quello che sviluppava il maggior numero di casi di ritorno del virus vaccinale, quindi si era arrivati a sviluppare un vaccino chiamato nOPV2. Mancavano invece i nuovi vaccini per il tipo 1 e per il tipo 3 di poliomielite, per avere tutta la triade e poter quindi avere un vaccino completo di nuova generazione, un vaccino ingegnerizzato per mutare molto meno rispetto a quello originario".
Il vaccino Sabin era stato sviluppato in maniera empirica, perché non si conoscevano ancora i meccanismi di funzionamento del DNA, che è un po' il libretto di istruzioni delle nostre cellule. Come si è scoperto molti anni dopo, il suo vaccino prevedeva in realtà pochissime mutazioni del virus, che quindi aveva più possibilità di tornare pericoloso. "Oggi - spiega Collino - con le tecniche di sequenziamento che abbiamo, si è potuto prendere il vaccino nOPV2 andando semplicemente a sostituire il gene che nOPV2 codifica per il capside (l' ”involucro” del poliovirus ceppo 2), sostituendolo con il capside del poliovirus ceppo 1 e ceppo 3, in modo da mantenere tutto il resto della sequenza vaccinale che si è rivelata in realtà molto stabile e molto efficace, perché prevede più mutazioni da compiere perché il virus torni alla virulenza originaria".

Al momento i due nuovi vaccini hanno superato con successo lo stadio preclinico, con test sulle cellule e sugli animali, mantenendo la stessa efficacia del vaccino Sabin ma con una maggiore sicurezza, perché rispetto a quello mostrano anche una minore capacità di originare virus con l'aggressività originaria. Sono ora in sperimentazione clinica nella cosiddetta fase uno, durante la quale si testa la sicurezza direttamente sugli esseri umani, mentre se arriveranno alla fase due si valuterà anche l'efficacia. Purtroppo non saranno mai del tutto esenti dalla possibilità di far sviluppare una polio vaccinale, come è già successo per nOPV2, ma la speranza è che i casi siano ancora più rari e che quindi, alla lunga, si possa arrivare all'eradicazione definitiva, anche grazie a una sempre maggiore copertura: meno individui suscettibili all’infezione significa meno possibilità per il virus (anche quello vaccinale) di circolare e accumulare mutazioni pericolose, e anche se in rari casi succedesse, con adeguate coperture vaccinali il virus mutato non troverebbe individui in cui diffondersi.

"Siamo estremamente vicini al traguardo dell'eradicazione - conclude Collino - perché siamo riusciti a eliminare la polio da praticamente tutte le regioni del mondo tranne che dalla regione mediorientale e in particolare dall'Afghanistan e dal Pakistan, dove la polio selvaggia, cioè quella originaria che si trova in natura, è purtroppo ancora endemica. Abbiamo un numero di casi estremamente limitato, quindi stiamo cercando davvero di correre quell'ultimo miglio che serve per eliminare e quindi eradicare da tutto il mondo la poliomielite selvaggia, ma in realtà questo è un traguardo a metà: finché non elimineremo anche i focolai legati alla polio vaccinale non potremo dire di aver cancellato del tutto la polio in qualsiasi sua forma dal nostro mondo. È proprio per questo che scoperte come quella di questi vaccini nuovi ingegnerizzati sono così importanti, perché ci aiutano sempre di più a contenere anche questi focolai e avvicinarci sempre di più a questo traguardo che inizialmente ci sembrava più vicino ma che forse riusciremo comunque a tagliare in un futuro prossimo".

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