SOCIETÀ

Perché abbiamo bisogno di un’educazione civica alla scienza

La nostra epoca impone di confrontarsi con la gestione di problemi sempre più complessi, pensiamo ad esempio alla crisi ambientale e allo sviluppo sostenibile, o all’utilizzo etico dei modelli di intelligenza artificiale e delle biotecnologie. Alle istituzioni politiche viene richiesto sia di regolamentare e indirizzare la ricerca, sia di prendere decisioni basate sulle evidenze scientifiche disponibili in un determinato momento storico. E non solo: anche la società civile, in un sistema democratico, dovrebbe essere messa nella condizione di partecipare attivamente alla definizione di politiche le cui conseguenze si ripercuotono sulla vita dei singoli individui e sulla collettività.

Nel loro ultimo libro, Manifesto per un’educazione civica alla scienza (Codice edizioni), Mariachiara Tallacchini, professoressa di filosofia del diritto all’università cattolica di Piacenza, e Nico Pitrelli, direttore del master in comunicazione delle scienze della SISSA di Trieste, indagano le contraddizioni intrinseche al rapporto, non sempre facile, tra scienza, politica e società civile e sostengono la necessità di integrare negli attuali programmi di educazione civica tradizionali, proposti per lo più in ambito scolastico, degli insegnamenti ad hoc che spieghino i processi di acquisizione e validazione della conoscenza scientifica, le basi su cui si fonda il rapporto tra scienza e politica, e il valore della cittadinanza scientifica.

“Nonostante oggi siano stati integrati nei programmi di educazione civica tradizionali insegnamenti che trattano di ambiente, sostenibilità, informatica e digitalizzazione, tali percorsi formativi conservano ancora delle lacune fondamentali rispetto al rapporto più profondo tra scienza e società”, racconta Mariachiara Tallacchini a Il Bo Live. “Non basta infatti insegnare cosa sia la scienza e come funzioni se persiste ancora la convinzione che le regole che ci permettono di stare nella società e il sapere scientifico siano partes extra partes, e quindi indipendenti le une dall’altro. Al contrario, andrebbe promossa e trasmessa l’idea che il complesso rapporto tra scienza, diritto e politica sia frutto di una coproduzione. Per quanto nella nostra Costituzione venga riconosciuto il valore del sapere scientifico e della libertà di ricerca, non vengono indicate delle regole fondamentali che specifichino come viene acquisito, pensato e proposto ai cittadini il sapere scientifico e che esplicitino come i valori interni alla scienza siano centrali nella definizione di regole per la vita associata”.

Uno dei punti chiave in cui si articola l’ambiziosa proposta di Tallacchini e Pitrelli riguarda la necessità di prendere sul serio la conoscenza. Nel libro quest’espressione viene utilizzata per evidenziare che, per quanto il pluralismo sia vitale in una società democratica, per cui è diritto di ognuno formarsi liberamente un’opinione personale ed eventualmente discordare sulla validità di certi risultati scientifici o delle loro interpretazioni, debba comunque esserci alla base un “collante minimo di valori” rispetto al ruolo della scienza nella società.

“Se vogliamo che le nostre leggi siano davvero science-based e science-informed, dovrebbe essere condivisa l’opinione secondo cui il sapere scientifico, con tutti i suoi limiti, sia dotata di un potere maggiore rispetto alle altre forme di conoscenza”, afferma Tallacchini. Come affermano gli autori, questo collante minimo di valori include anche la consapevolezza del fatto che le istituzioni e la società siano soggette a un continuo processo di sperimentazione, per cui la scienza procede nella costruzione di evidenze solide sempre osservando ciò che accade nella realtà e, eventualmente, “correggendo il tiro”. “Siamo tutti, allo stesso tempo, sia sperimentatori sia destinatari di sperimentazione”, continua Tallacchini. “Un’educazione civica alla scienza dovrebbe diffondere questa consapevolezza e permettere alle persone di riconoscerne appieno il senso e il valore”. “Esiste una difficoltà strutturale di accogliere nel percorso di formazione della cittadinanza la complessità del tema dell'incertezza”, riflette Nico Pitrelli.  “Oltre all’aspetto formativo, che prevede anche un allenamento che insegni a porre le domande giuste di fronte all’incertezza, un’educazione civica alla scienza dovrebbe anche aiutarci a riappropriarci della sua natura sperimentale. Sarebbe perciò necessario costruire delle istituzioni in grado di riconoscere l'incertezza e spiegarne le ragioni”. “Oggi la politica si trova a fare i conti con una dura realtà: la scienza è il luogo dell’incertezza, e rappresenta un potere da costruire sulla base di un diritto di garanzia e trasparenza nei confronti dei cittadini”, aggiunge Tallacchini. “Le istituzioni dovrebbero quindi assumersi la responsabilità per ogni decisione basata su un’evidenza scientifica che non può, di per sé, essere considerata oggettiva”.

L’alfabetizzazione scientifica della cittadinanza è quindi solo una componente dell’ambizioso progetto teorico proposto dagli autori, che si rivolge non solo alla società civile, bensì anche agli scienziati e ai decisori politici. In questo senso, nel libro viene ricordata più di una volta l’importanza di quel patto di fiducia che dovrebbe essere instaurato tra scienza, istituzioni e società civile e che è apparso piuttosto traballante negli ultimi tempi, specialmente durante la pandemia.

“Il rapporto tra conoscenza scientifica e opinione pubblica è molto complesso e, in alcuni casi, problematico”, continua Pitrelli. “Pensiamo ad esempio al periodo pandemico, in cui le evidenze scientifiche hanno polarizzato più che mai le opinioni dei cittadini italiani e la decisione di aderire o meno ai risultati della ricerca sembrava essere diventata quasi una questione di fede. Eppure, la crisi della scienza moderna non è certo una novità di questi ultimi anni. La presenza strutturale dell’incertezza nella scienza ha iniziato a mostrarsi principalmente dagli anni Trenta e Quaranta del Novecento, in seguito allo “smantellamento” della fisica newtoniana. Per quanto riguarda invece le prime crepe nel rapporto tra scienza e società, queste risalgono almeno agli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, con la nascita dei movimenti ecologisti. Ripensando a queste vicende viene spontaneo domandarsi perché, con tutti gli anni di storia e di progresso scientifico che abbiamo alle spalle, venga ancora promosso l’ideale di una scienza infallibile e univoca. La nostra proposta di educazione civica alla scienza prevede quindi la costruzione di un rapporto di fiducia tra società, scienza e istituzioni basato sulla comunicazione trasparente, sulla spiegazione dei limiti del sapere scientifico e sull’esplicitazione dei compiti e delle competenze dei consulenti esperti, nonché degli eventuali conflitti di interesse. I termini di questo patto di fiducia non minano certo l'autorevolezza della scienza; ne disegnano, piuttosto, il perimetro di efficacia”.

“Non si può pretendere che la popolazione civile si fidi ciecamente delle istituzioni e della comunità scientifica, senza porsi alcuna domanda”, aggiunge Tallacchini. “Siamo ormai lontani da una visione del mondo in cui il legislatore è colui che decide e ordina, senza rendere conto a nessuno delle sue scelte. Al contrario, il difficile compito della politica deve avere inizio con un processo di apprendimento – in cui i decisori politici si istruiscono riguardo al sapere scientifico disponibile – e deve prevedere anche l’esplicitazione dei motivi su cui sono basate le decisioni prese.

Allo stesso tempo, la comunità scientifica dovrebbe superare l’autoreferenzialità e la pretesa di essere l’unica forma di conoscenza degna di questo nome. Molti scienziati rischiano di perdere la fiducia da parte del pubblico proprio perché hanno un modo sbagliato (e spesso paternalistico) di comunicare, intervenendo in qualità di esperti anche su argomenti che esulano dal loro ambito disciplinare e trascurando di chiarire il grado di incertezza dei risultati che raccontano. Al contrario, la scienza dovrebbe essere più chiara rispetto ai suoi limiti e metodi, il principale dei quali, come spiegato poc’anzi, è la sperimentazione”.

Il Manifesto di Tallacchini e Pitrelli ha inoltre lo scopo di promuovere la cosiddetta cittadinanza scientifica, che consiste in una relazione significativa tra sapere scientifico e cittadini, all’interno della quale tutti i membri della società civile sono potenziali fornitori di dati utili alla produzione di nuova conoscenza. Non si può ignorare, infatti, che il sapere scientifico venga prodotto anche grazie al confronto tra saperi esperti e non esperti: pensiamo ad esempio alle conoscenze raccolte dalle comunità locali o alle problematiche sollevate dagli attivisti del clima o dei diritti civili. Gli autori sottolineano quindi l’esigenza di costruire un nuovo approccio alla conoscenza che nasca dall’unione e dal confronto tra pareri esperti e non esperti, basato sull’umiltà.

“L’umiltà è un esercizio filosofico complesso per gli scienziati, perché consiste nella temporanea messa da parte delle proprie competenze per ascoltare i dubbi e le domande delle persone”, osserva Pitrelli. “In alcuni casi anche gli esperti dovrebbero sospendere il giudizio e raccogliere i pareri dei non addetti ai lavori per integrarli nelle attività di ricerca. Il coinvolgimento dei cittadini nel processo di produzione della conoscenza dovrebbe basarsi sul riconoscimento dei loro diritti alla cittadinanza scientifica, che non comprendono semplicemente il diritto all’informazione, ma anche quello alla partecipazione. Tali prerogative non trovano posto nell’attuale struttura delle nostre istituzioni, che sarebbe compito della politica riformare, ma sono imprescindibili in ogni società democratica”.

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