CULTURA

Perché “C’è ancora domani” rivela il cinema che vincerà

C’è ancora domani, il film con cui Paola Cortellesi ha debuttato alla regia, non è certo immune da difetti. Il maggiore, forse, è l’avere affrontato un tema drammatico (la sottomissione di una donna a un marito violento nella Roma postbellica) utilizzando un registro melodrammatico. Perché Ivano, il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea, è un cattivo dickensiano: al risveglio, la moglie lo saluta con un sorriso e lui per tutta risposta la schiaffeggia. Perché Delia (cui dà il volto Cortellesi) è l’archetipo della moglie virtuosa e succube, incapace di fiatare, ma all’improvviso si trasforma in un genio del male, escogitando un espediente da Bond girl pur di evitare alla figlia un futuro di sofferenze. Perché molti tra i personaggi principali sono troppo perfetti, o troppo imperfetti, per essere credibili: il meccanico-principe azzurro, il militare afroamericano di buon cuore, pronto a eseguire un attentato per solidarietà umana, il nonno dispotico, gli aspiranti consuoceri, che sembrano usciti da un numero di avanspettacolo coevo alle vicende narrate. Perché la fotografia è un radioso bianco e nero troppo estetizzante per rappresentare una storia di miseria e squallore, e la colonna sonora è a dir poco invadente. E l’obiezione secondo la quale il registro fiabesco è ricercato, con intermezzi stranianti come le percosse danzate, non vale a dissipare la sensazione che siamo di fronte a un intreccio di generi dall’esito piuttosto discutibile.

Ma questa fiaba capitolina della disperazione e del riscatto sta riscuotendo uno dei maggiori successi di pubblico da decenni a questa parte per un film italiano: il traguardo dei 35 milioni di euro di incassi è stato superato, e non è finita. Un trionfo del tutto in controtendenza, che sembra chiudere simbolicamente una stagione, quella pandemica, in cui il popolo dei cinefili aveva già levato la nenia funebre per lamentare due morti: la sala cinematografica e il cinema di produzione italiana. Certo, sull’italianità più o meno spuria di C’è ancora domani possiamo discutere: si argomenta, non a torto, che produzione e distribuzione del film (Wildside e Vision) siano di compagnie controllate da colossi internazionali, ma è assolutamente innegabile che un’opera concepita e realizzata in Italia da cast e crew di casa nostra abbia saputo dissipare la cappa plumbea che sovrastava il settore dal covid in poi.

C’è ancora domani corona un anno, il 2023, segnato dal ritorno in massa degli italiani al cinema, trainato da una stagione, quella estiva, in genere poco propizia a grandi numeri. Il totale degli incassi 2023 è poco sotto i 500 milioni di euro (495 milioni 692mila): un valore pari al +61% rispetto al 2022, ma soprattutto non più abissalmente lontano dai valori pre-pandemia (circa -11% sul 2018 e -22% rispetto all’eccellente 2019). E la quota dei film di produzione o coproduzione italiana nel 2023 è di circa 120,5 milioni di euro, pari al 24,3% degli incassi complessivi: un valore che supera la media degli ultimi anni pre-pandemia (119 milioni e 20,6% tra il 2017 e il 2019).

Terminata l’analisi dei dati, urge una riflessione qualitativa. L’aspetto di maggior rilievo è che C’è ancora domani è l’unico film italiano, tra gli storici campioni del botteghino, che non appartiene al genere comico, o se preferite di commedia pura (in cui la risata può anche convivere con la satira o l’analisi sociale, ma le sovrasta nettamente, ed è il principale obiettivo di chi ha pagato il biglietto). Se guardiamo alla classifica del box office, tra i primi cinquanta film per incassi (al lordo della rivalutazione) quelli italiani sono appannaggio di un club ristrettissimo: Zalone - Nunziante, Aldo Giovanni e Giacomo con Venier e Genovese, il clan dei cinepanettoni ormai scomparsi (Parenti - Boldi - De Sica e compari), Pieraccioni, Miniero. Caso a parte, con La vita è bella e Pinocchio, sua maestà Roberto Benigni, indubitabilmente comico per nascita ma irriducibile a un genere che non sia, semplicemente, il suo. C’è ancora domani, invece, nel gergo hollywoodiano si definisce una dramedy, una commedia drammatica, che assomma le caratteristiche di due generi distinti. È un dramma, perché la storia principale è fosca e angosciosa, e racconta le sofferenze di un intero nucleo familiare (Delia e i tre figli) oppresso da un uomo brutale e cinico, egoista e feroce. Ma è anche una commedia, perché i momenti cupi sono continuamente alternati a sequenze di alleggerimento, connotate da umorismo che, in alcuni casi, sfocia in un crescendo comico che arriva a sfiorare il farsesco (in particolare, ma non solo, con la figura del nonno Ottorino). È quindi un caso rarissimo di film nazionale “non-comico” o “non-commedia pura” che entra nel gotha delle pellicole di maggiore successo nel nostro paese (oggi è quinto fra gli italiani e al nono posto in assoluto, con “soli” due milioni di euro a separarlo dall’ottavo posto di Il re leone).

Esiste un precedente equiparabile a C’è ancora domani? No, se guardiamo ai soli film (una trentina) al vertice assoluto della graduatoria di incassi, oltre i 25 milioni di euro. Sì, se pensiamo a un’altra “dramedy” italiana che, oltre a ricavi comunque straordinari (17,4 milioni) ha ottenuto il record dei remake all’estero: Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, di cui finora sono state prodotte oltre due dozzine di versioni dal Messico all’India, dalla Cina all’Indonesia al Giappone. Genovese, già autore di commedie con incassi record come La banda dei babbi Natale e Immaturi, realizza nel 2016 con Perfetti sconosciuti un “film da camera” (interamente girato in una casa, e in particolare intorno al tavolo di un salotto) di cui è anche autore del soggetto e coautore della sceneggiatura. L’espediente narrativo è semplice, ma di grande efficacia: due coniugi invitano a cena cinque amici sulla quarantina (due coppie e un single); un po’ per gioco un po’ per sfida, si decide di passare la serata posando i propri telefoni sul tavolo e permettendo a tutti di ascoltare e leggere chiamate e messaggi che arriveranno a ciascuno dei presenti. Una scelta che provocherà rivelazioni scioccanti, sconquassi familiari e il vacillare di antiche amicizie.

C’è ancora domani e Perfetti sconosciuti sembrano, a prima vista, opere diversissime. Il film di Cortellesi, un bianco e nero ambientato nel Dopoguerra, ha come soggetto la quotidianità oppressa di una figura femminile in apparenza senza chance di riscatto: è cinema che ambisce a toccare tematiche alte, la condizione femminile, le pari opportunità, i diritti civili e politici, la violenza di genere. Perfetti sconosciuti, ambientato in una casa borghese contemporanea, si inserisce nel filone che potremmo definire “cena con massacro”: un ritrovo casalingo di parenti o amici si trasforma in una resa dei conti, con il disvelamento di traumi occultati, sfoghi di disperazione repressa, vendette. Uno schema molto frequentato, ricco di esempi illustri anche recenti, da Segreti e bugie di Mike Leigh a Festen di Thomas Vinterberg a Carnage di Roman Polanski. Ma, a ben guardare, i due film hanno diversi punti in comune.

Il principale è la commistione di generi, più riuscita nel film di Genovese, meno in quello di Cortellesi, ma comunque ben chiara. Entrambi hanno due facce, una cupa e una brillante, con battute e momenti esilaranti. Se nel caso di C’è ancora domani la comicità è spesso fin troppo caricata rispetto al tono di fondo, a volte quasi un film nel film (si pensi alla sequenza grottesca della morte del nonno), in Perfetti sconosciuti la commedia si esprime in un timbro umoristico intinto nella romanità: molti dei protagonisti ostentano un fortissimo accento della Capitale, e ciò intride il tipo di humour che viene utilizzato, romanissimo anch’esso, un botta e risposta basato su rapidità e cinismo, sfottò e distacco, ben noto a un pubblico cinematografico abituato da decenni alla cadenza regionale più usata nel nostro cinema. Ma in entrambi i casi, la risata o il sorriso cedono il passo, e sono funzionali, al tema “serio”: da un lato la violenza e l’iniquità verso le donne, la solidarietà femminile, la conquista dei diritti; dall’altro il ruolo pervasivo e alienante della tecnologia digitale, la labilità dei rapporti di coppia e di amicizia, la ferocia nascosta di chi ci è vicino. Commistione di generi che in C’è ancora domani è ancora più intricata, mischiando, come dicevamo, mélo, impegno civile, atmosfere favolistico-surreali (potremmo definirla, azzardando, “dramedy politico-sentimentale”). Non è un caso se il film di Cortellesi ha attratto un pubblico piuttosto variegato (ovvio, visti gli incassi) ma con una prevalenza di donne dai 35 anni in su, e con una robusta fascia di spettatrici over 60: platea più vicina a tematiche che coniugano condizione femminile e sentimenti privati (su Perfetti sconosciuti non disponiamo purtroppo di dati di profilazione). Quanto al finale, entrambi optano per un happy end piuttosto incongruo e favolistico, ma inevitabile (una chiusura drammatica avrebbe virato decisamente il genere verso il drama più che la comedy).

L’elemento decisivo è la capacità di Genovesi prima e Cortellesi poi di individuare con perfetto tempismo due temi (violenza di genere / tecnologia e alienazione) al centro della sensibilità e del dibattito pubblico al momento dell’uscita del film. Attualità, dunque, trattata in modo popolaresco (comicità e mélo, da una parte; umorismo cinico e brillante romanità dall’altra) ma senza perdere d’occhio la qualità, che in C’è ancora domani si fonda su un casting notevole, una fotografia seducente, una protagonista magistrale; in Perfetti sconosciuti su una sceneggiatura di altissimo livello (un successo mondiale, si diceva), con dialoghi rapidissimi e acuminati (non a caso se n’è tratto un adattamento teatrale che oggi è in scena, e scommetteremmo che anche questo varcherà i confini nazionali). In entrambi, un cast eccellente e un particolare sforzo introspettivo, che porta lo spettatore a una identificazione immediata: da un lato gli oppressi, ma dotati di un ricco mondo interiore e di una pulsione verso il giusto, di Cortellesi, dall’altro gli umanissimi imperfetti di Genovese, ipocriti e feroci dietro la patina di amabile rispettabilità. Dovendo tirare le somme: paga, al di fuori del registro comico-commedia pura, la commistione alto/basso, dramma/risata, tecnica raffinata/tono popolare, introspezione/analisi sociale, sentimenti privati/dimensione pubblica. Qualche punto in comune, per caso, con la classica commedia all’italiana?

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