SOCIETÀ

Il Perù sceglie il suo presidente, ma il voto è contestato e alimenta tensioni

L’arrivo al fotofinish nelle elezioni presidenziali in Perù sta portando turbolenze e tensioni, incertezze e timori: in un groviglio di accuse e di ricorsi, di appelli alla calma e di grida allo scandalo, con una società sempre più polarizzata, estremizzata, spaccata esattamente a metà. Ma in testa, anche se d’un soffio, c’è Pedro Castillo, 51 anni, leader di Perù Libre, comunista, insegnante, una figura (finora) di secondo piano che i sondaggisti inizialmente avevano quasi snobbato, arrivato poi a sorpresa al ballottaggio grazie al voto compatto delle zone rurali, di montagna. 

L’Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe), dopo aver conteggiato (non troppo velocemente) il totale delle schede, ha certificato che Castillo ha ricevuto più voti della sfidante Keiko Fujimori, 46 anni, leader di Fuerza Popular, emblema dell’estrema destra populista, molto radicata nei grandi centri urbani, figlia dell’ex presidente-dittatore Alberto Fujimori (pluricondannato per crimini contro l’umanità e corruzione, tuttora in carcere), anche lei rincorsa da gravissime accuse di corruzione dalle quali sta cercando di difendersi. Per l’esattezza 44mila in più (50,12% contro 49,87%). Un’inezia in un paese di 33 milioni di abitanti e oltre 25 milioni di elettori, ma queste sono le regole della democrazia. E la distanza, pur minima, è ormai incolmabile. «Un nuovo tempo è cominciato», ha twittato Castillo, che parla già da presidente, anche se la proclamazione ufficiale non è ancora avvenuta (probabilmente bisognerà aspettare i primi di luglio). Keiko Fujimori l’ha presa malissimo: e ha chiesto al Giuria Nazionale delle Elezioni (JNE) di annullare i risultati di 802 seggi elettorali, l’equivalente di 200.000 voti, senza però portare alcuna prova a sostegno delle sue affermazioni. Una strategia simile a quella adottata pochi mesi fa da Donald Trump, con risultati piuttosto deludenti: ma qui siamo in Sudamerica, non negli Stati Uniti. E la storia insegna che può bastare anche una sola scintilla per accendere una rivolta.

«C'è una chiara intenzione di boicottare la volontà popolare», ha dichiarato Keiko Fujimori, nota anche con lo pseudonimo di “Señora K”. «Chiediamo soltanto elezioni pulite e che tutte le irregolarità siano riviste». Per poi, in una successiva conferenza stampa, accusare apertamente Perù Libre di aver “rubato voti”: «La mia è una battaglia contro il comunismo», ha detto. Il partito di Castillo respinge qualsiasi accusa e chiede rispetto per il voto: «Il nostro unico obiettivo è la difesa del quadro democratico. Ma oggi – ha aggiunto - comincia la vera battaglia per porre fine alle grandi disuguaglianze del nostro Paese». Più esplicito Pedro Francke, consigliere economico di Castillo del presidente in pectore: «Il tentativo di Keiko Fujimori di non riconoscere i risultati delle elezioni presidenziali in Perù genera instabilità, danni economici e sociali e nervosismo nei mercati». Mentre Dina Boluarte, candidata alla vicepresidenza di Castillo, ha dichiarato: «La richiesta di nuove elezioni rischia di provocare reazioni violente». E nessuna traccia di irregolarità emerge anche dai report degli osservatori internazionali. L’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha invitato tutte le parti a mantenere la calma, sostenendo che le decisioni prese dalle istituzioni elettorali «devono essere rispettate». Pochi giorni fa il JNE ha pubblicato un documento della Missione di osservazione dell’Unione interamericana delle organizzazioni elettorali (Uniore) in cui «riconosce che il processo elettorale svolto il 6 giugno è stato organizzato correttamente e con successo in conformità con gli standard nazionali e internazionali». Lo stesso presidente ad interim del Perù, Francisco Sagasti, è intervenuto in difesa del processo elettorale, assicurando che si è svolto «in modo ordinato, calmo e senza alcuna battuta d'arresto che giustifichi l’uso di una parola enorme come frode». Anche Iván Lanegra, segretario generale dell’Associazione civile per la trasparenza del Perù, ha rifiutato che si possa parlare di una presunta frode elettorale nel quadro delle elezioni presidenziali, chiedendo ai candidati e ai membri dei rispettivi partiti di «essere molto responsabili in questo momento: qualsiasi frase o espressione che viene usata in queste ore può generare una situazione che non vogliamo raggiungere».

Aleggia il rischio di un colpo di stato

Il timore della “scintilla” è evidente. La destra radicale, che ha capito di aver perso la partita, seppur d’un soffio, ha ormai messo nel mirino i due organi elettorali (l’Onpe, che organizza le elezioni e conta i voti, e il JNE, che risolve i contenziosi e proclama il vincitore ufficiale), tentando di minarne la credibilità. E proprio oggi l’assemblea plenaria del JNE esaminerà in diretta tv, altri 12 ricorsi presentati (per incongruenza dei voti riportati, per cifre illeggibili o perché prive delle firme dei responsabili del seggio), dopo averne già respinti 10 la scorsa settimana. Ma un deputato di destra, Jorge Montoya, militare in pensione, ha comunque avanzato richiesta formale di annullamento delle elezioni affermando che il sistema elettorale peruviano «non offre più fiducia». Con lui si sono schierati altri 63 generali e ammiragli in pensione, tutti fujimoristi, il che ha spinto il ministero della Difesa a scrivere in una nota che «questo gruppo non rappresenta le forze armate peruviane». Il quotidiano El Economista, in un articolo titolato “Keiko Fujimori gioca col fuoco”, riporta una dichiarazione di Lucia Dammert, analista politica e docente di Relazioni Internazionali a Santiago del Cile, dove vive: «Quando perdi un’elezione devi accettare i tuoi errori. Ora in Perù si sta organizzando un tentativo di colpo di stato per impedire che la decisione del popolo abbia luogo. Un gruppo, principalmente di Lima, ha creato una narrativa dannosa per il paese e per la democrazia». Un altro analista peruviano, Hugo Otero, sostiene che la posizione assunta dai 64 generali «è sediziosa, ma il Paese è calmo. Sono gruppi politici della vecchia destra stile Pinochet che hanno capito che Keiko non sarà presidente e vogliono sostituire l’ammiraglio Montoya come presidente di transizione».

Il tutto per tutto della Señora K

Vecchi metodi: da queste parti non è una novità. La mossa del “tutto per tutto”, quando la partita è già persa e quando in ballo c’è troppo per alzare sportivamente le braccia in segno di resa. Perché qui non si parla solo di politica o di Perù: la questione è la sopravvivenza (politica) personale. La Señora K, che attualmente si trova in una sorta di “libertà vigilata”, è esattamente in questa situazione. Rischia almeno trent’anni di carcere perché coinvolta in diverse inchieste penali per aver ricevuto in passato finanziamenti illegali dalla società di costruzioni brasiliana Odebrecht (al centro del più colossale scandalo di tangenti nella storia del Sudamerica), per le quali ha già scontato due lunghe detenzioni preventive. E la settimana scorsa, in piena bagarre elettorale, il procuratore peruviano José Domingo Perez ha chiesto di nuovo l’arresto preventivo per la leader dell’estrema destra peruviana. Il magistrato (che sospetta l’esistenza di un’organizzazione criminale all’interno di Fuerza Popular) la accusa di essere entrata in contatto con  testimoni legati all’inchiesta. Lei reagisce rabbiosa: definendo “assurda” la richiesta del pm e promettendo che non si sarebbe lasciata distrarre dalla battaglia per ottenere il riconteggio dei 200mila voti contestati. Ma è evidente che una sua vittoria alle presidenziali avrebbe congelato, come prevede la legge peruviana, qualsiasi processo penale a suo carico. Ora invece si trova senza protezione: lei e le lobby che la sostengono. Per colpa di quel pugno di voti in meno.

Sull’altro versante festeggia Pedro Castillo e con lui i poveri, gli emarginati, i contadini delle zone più rurali e tutti coloro che chiedono un cambiamento radicale della politica peruviana, martoriata da decenni di scandali, con una corruzione talmente radicata da aver travolto i principali protagonisti (compresi tutti i presidenti che si sono succeduti alla Casa de Pizarro), da trent’anni a questa parte. Lui stesso figlio di agricoltori,  abituato a girare a cavallo, cappello a larghe falde in testa, ultraconservatore in materia di diritti civili (è contrario all’aborto e alle unioni gay), ha presentato un programma che ha messo sull’allerta le grandi aziende minerarie del Paese. Con uno slogan che sembra uscito dai manuali  della sinistra radicale: “No más pobres en un país rico“ (non più poveri in un paese ricco). La sua intenzione è convocare un’assemblea costituente per approvare una nuova Costituzione che attribuisca maggiori poteri allo Stato in economia. Ma nell’immediato, è verosimile un brusco aumento delle tasse sui profitti minerari e una possibile nazionalizzazione di alcuni settori. La borsa di Lima ha registrato perdite a due cifre, dovute non soltanto all’incertezza politica. Anche lo scrittore Mario Vargas Llosa si è schierato al fianco della Señora K : «Non vogliamo che il Perù continui ad impoverirsi e che gli uomini d'affari vengano espulsi, costretti ad andarsene». Secondo molti analisti, tuttavia, anche se Castillo dovesse essere eletto Presidente del Bicentenario (200 anni dall’indipendenza peruviana, conquistata il 28 luglio 1821), e tutto lascia presumere che così sarà (tentazioni golpiste permettendo) il suo sarà un mandato debole, fragilissimo, proprio per la frammentazione politica del Congresso, che potrebbe paralizzare qualsiasi tentativo di riforma. Mentre ci sono urgentissime questioni da affrontare: dall’economia in caduta libera, alle enormi difficoltà sanitarie dovute alla pandemia (il Perù è il Paese con il più alto tasso di mortalità al mondo per Covid-19), fino alla povertà: il salario medio è di 930 sol al mese, pari a 195 euro. E un peruviano su 5 non ha più un lavoro. Intervistato da Agensir, il vescovo Alfredo Vizcarra, del vicariato apostolico di Jaén, nella regione di Cajamarca, spiega perché Castillo ha prevalso: «La gente è stanca di essere dimenticata. Le fasce più trascurate chiedono servizi sanitari, educazione, scelte economiche eque». Intanto migliaia di sostenitori di Castillo, contadini, allevatori, ma anche commercianti e studenti, affollano le piazze non soltanto a Lima per manifestare e “vigilare” sulle decisioni del Tribunale elettorale. L’altra metà del Perù resta in attesa minacciosa.

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