SOCIETÀ

Torna la febbre dell’oro (ma attenti al mercurio)

Una fortunata réclame dice che un diamante vale per sempre, ma anche l’oro non scherza. Soprattutto da quando la guerra in Ucraina ha fatto schizzare ancora più in alto le quotazioni del più classico dei beni rifugio. La cavalcata del metallo giallo viene però da molto più lontano: se alla fine del 2014 le quotazioni erano sotto i 30 euro al grammo, nell’agosto del 2020 avevano già superato i 55; lo scorso 8 marzo hanno poi sfondato quota 60 euro, per poi scendere nei giorni successivi. Si tratta comunque di sette volte il valore registrato alla fine degli anni ’90, e siamo appena all’inizio di una fase di instabilità della quale non si vede ancora la fine.

Non si tratta appunto solo della guerra: è da qualche anno che il trend delle materie prime, per una serie di fattori, segna stabilmente la lancetta verso l’aumento. E l’oro ovviamente fa la sua parte, anche perché da millenni è usato come riserva di valore da tutti i Paesi del mondo: solo nello United States Bullion Depository, meglio conosciuto come Fort Knox (Kentucky), sono custodite circa 4.580 tonnellate del prezioso metallo, per un valore che oggi si aggira intorno ai 250 miliardi di dollari. Tanto che alcuni Stati stanno addirittura pensando di sfruttare la congiuntura per vendere parte delle loro riserve aurifere.

Oltre a giacere nei caveau l’oro, per quanto durevolissimo, è anche un oggetto di consumo che portiamo letteralmente addosso: dalle fedi nuziali a braccialetti, orecchini, collane, tanto che gran parte della produzione oggi va proprio in gioielli. Le sue eccezionali caratteristiche fisiche lo rendono infine fondamentale anche in ambito scientifico e tecnologico; senza oro niente computer, veicoli spaziali, motori di aerei a reazione e telefonini: ogni smartphone ne contiene circa 0,035 grammi, per un controvalore di due euro.

Qual è il problema? Che l’oro è prezioso anche perché è raro; tutto quello scoperto finora starebbe in un cubo con un lato di 28 metri, e la maggior parte è già stato estratto: su 244.000 tonnellate scoperte appena 57.000 si trovano ancora nelle parti più profonde del sottosuolo, di solito meno accessibili rispetto a quelle già sfruttate. Per questo negli ultimi anni si sta tentando di tornare a scavarlo anche in posti dove da tempo non era più conveniente farlo: ad esempio nella Grass Valley in California, dove le estrazioni erano cessate nel 1956.

Con gli accordi di Bretton Woods, che hanno regolato il sistema monetario internazionale dal 1944 al 1971, il prezzo dell'oro era fissato a 35 dollari l'oncia (poco più di 31 grammi), rendendo la sua estrazione di fatto non redditizia negli Stati Uniti: ora però, a oltre 1.900 dollari l’oncia, è tutto un altro discorso. Questo non significa che sia semplice tornare a produrre a pieno ritmo; l’estrazione infatti comporta enormi quantità di rifiuti minerari, nei quali sono presenti altri metalli pesanti e sostanze tossiche come piombo, mercurio e arsenico; per questo sia l’apertura di nuovi siti estrattivi che l’ammodernamento di quelli vecchi incontrano inevitabilmente l’opposizione della popolazione residente.

Un problema evidentemente meno pressante in altre parti del mondo, ad esempio nella regione amazzonica di Madre de Dios in Perù, dove una vera e propria febbre dell'oro è esplosa negli ultimi anni. qui viene praticato un tipo di estrazione artigianale e su piccola scala, spesso illegale, che assieme a quella di altri 70 paesi rappresenta circa il 20% della produzione globale ma che purtroppo, oltre a mettere a rischio la sopravvivenza della foresta e delle comunità indigene, è anche la più grande fonte al mondo di inquinamento da mercurio.

Il mercurio è infatti usato per “catturare” l’oro presente nelle sabbie e nei detriti; successivamente l’amalgama viene riscaldato, in modo da concentrare l’oro vaporizzando il mercurio, che così viene rilasciato nell’ambiente, accumulandosi sia sul terreno che nel tetto di foglie che copre la foresta equatoriale. Un vero problema perché si tratta di una neurotossina pericolosa per l'uomo e gli animali, che negli ecosistemi acquatici può facilmente trasformarsi in una sostanza ancora più velenosa: il metilmercurio.

Secondo uno studio recentemente pubblicato su Nature, basato su una scrupolosa raccolta dati condotta per mesi, nelle aree vicine ai siti estrattivi peruviani è emersa una concentrazione di mercurio superiore di 15 volte alla media, con gravi rischi per la popolazione e l’ecosistema. Una situazione in parte già nota al governo peruviano, che già nel 2016 ha dichiarato l'emergenza sanitaria dopo che è stato riscontrato un livello di mercurio pericolosamente alto nel 40% delle persone testate nei villaggi vicini alle attività estrattive. Il mercurio sembra inoltre essere entrato nella catena alimentare, con effetti difficili da prevedere nel medio-lungo periodo: in particolare la ricerca prende in esame alcune specie di uccelli, concludendo che quantitativi crescenti di mercurio rischiano di pregiudicare le loro capacità di sopravvivere e di riprodursi.

Tra tanti elementi sconfortanti c’è almeno un elemento positivo, ma solo a metà. Se infatti da una parte emerge il ruolo mitigatore della foresta, che cattura e trattiene il mercurio tenendolo fuori dai sistemi acquatici, dall’altra con la corsa all’oro cresce anche la colonizzazione, con il conseguente disboscamento e il pericolo che le sostanze nocive accumulate nelle biomasse tornino tutte insieme nell’ambiente. Il giallo dell’oro non sembra insomma andare d’accordo con il verde, tanto che negli ultimi anni è partita una vera e propria campagna contro il dirty gold, con tanto di appello a non acquistare da compagnie che non garantiscono il rispetto dei diritti umani e delle norme sulla sostenibilità ambientale. Basterà?

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