SCIENZA E RICERCA

Pietro Greco e quella volta della notizia sulla "fusione a freddo"

Ci eravamo parlati martedì 15, mi aveva raccomandato di finire il podcast sugli Stati Uniti prima del 23, avevamo scherzato su quando avremmo potuto rivederci: gli avevo detto che secondo me il presidente della regione Campania Vincenzo de Luca avrebbe soppresso anche i traghetti da Ischia a Napoli per evitare assembramenti natalizi e Pietro si era fatto una bella risata. Giovedì notte ci ha lasciati.

Avevo incontrato Pietro per la prima volta davanti a una zuppa di pesce, sul lungomare di Trieste, in una giornata di sole settembrino: lui e Daniela Minerva mi avevano invitato a collaborare al Master in comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste. Era il 1999 e di una istituzione per formare giornalisti scientifici c’era un gran bisogno: nel giornalismo italiano si trattava di una razza pressoché sconosciuta. C’erano Giovanni Caprara al Corriere, Franco Prattico a Repubblica, Daniela Minerva all’Espresso, forse guardando bene si poteva arrivare a una dozzina di redattori, non di più, in tutta Italia. Poi c’erano, purtroppo, battaglioni di giornalisti che pensavano di poter scrivere di scienza senza neanche sapere le tabelline.

Non c’è bisogno di spendere troppe parole sull’umiltà e la gentilezza di Pietro, conosciute da tutti, ma forse è utile ricordare quanto radicalmente diverso fosse da tutti gli altri che pretendevano di fare lo stesso mestiere. Non si può parlare di scienza senza studiare ha ripetuto Pietro mercoledì scorso nella sua purtroppo ultima lezione: “All’interno di una redazione sei travolto dalla quotidianità –ha detto- non hai tempo di studiare, vivi alla giornata. Se vuoi diventare un buon giornalista scientifico devi avere delle basi, devi studiare non una ma diverse scienze: un po’ di matematica, un po’ di fisica, un po’ di chimica e anche, ovviamente, di biologia, neuroscienze e quant’altro”.

E Pietro, imperturbabile, aggiungeva che non solo devi avere le basi ma devi anche sapere, nelle varie scienze “dove la scarpa fa male”, cioè quali sono i problemi insoluti (era una citazione di Einstein che Pietro amava molto, l’aveva usata per il titolo di un suo utilissimo libro, Einstein e il ciabattino).

Cosa succedeva, invece, nelle redazioni? Succedeva, e succede, che la scienza venga descritta come la fabbrica dei miracoli, una macchina misteriosa, sempre in azione per darci nuove meraviglie: eterna giovinezza, cibo in abbondanza, energia pulita e gratuita. Oggi il tema della cosiddetta fusione nucleare fredda è fortunatamente dimenticato ma questo esempio di incompetenza e credulità va invece ricordato.

Era il marzo 1989 e il chimico inglese Martin Fleischmann annunciò di avere scoperto il modo di produrre energia da fusione nucleare per mezzo di una semplice pila elettrolitica ad acqua pesante, deuterio più ossigeno. Naturalmente non era vero ma l’ansia di scoprire una fonte inesauribile e gratuita di energia era troppo forte: tutto il mondo ne parlò, Fleischmann venne invitato al CERN di Ginevra di fronte a una platea di fisici tra cui il premio Nobel Carlo Rubbia. E i media italiani come reagirono? Al Tg1 la conduttrice fece una breve intervista al chimico inglese garantendo ai telespettatori “si apre l’era dell’energia infinita e gratuita”. Sul Corriere della sera l’inviato a Ginevra iniziò il suo articolo scrivendo “Martin Fleischmann ha espugnato il CERN, la cittadella della fisica nucleare alla periferia di Ginevra (…) ha battuto la diffidenza e lo scetticismo che si erano diffusi nei giorni scorsi” (1 aprile 1989). 

Sulla pagina scientifica dell’Unità, al contrario, Pietro Greco andò a Ginevra, parlò con numerosi fisici e concluse scrivendo che “troppe sono le lacune nella procedura sperimentale. Scarsa accuratezza nel rilevamento dei neutroni (…) troppa sconcertante ingenuità in un chimico di chiara fama, mister Fleischmann”. Insomma, mentre gli ingenui colleghi pendevano dalle labbra di qualcuno che non capivano, Pietro aveva immediatamente individuato il punto chiave: le lacune nella procedura, la scarsa accuratezza nell’esperimento di Fleischmann e Pons, ovvero la violazione della regola n.1 per qualsiasi scienziato. Nei mesi e negli anni successivi questo sarebbe stato dimostrato dall’impossibilità di replicare i loro “risultati” e di fusione fredda non si sarebbe più parlato. In quella primavera del 1989 Pietro aveva solo 34 anni ma era già qualcuno di completamente diverso, nelle redazioni e fuori, non a caso la SISSA pochi anni dopo chiamò lui a dirigere il master in Comunicazione della scienza. 

Ma Pietro era non solo un giornalista e uno storico della scienza (Telmo Pievani ha ricordato i suoi quattro volumi su “La scienza e l’Europa”, pubblicati tra il 2015 e il 2019) era anche un militante della lotta contro l’ignoranza della nostra classe dirigente. Ne avevamo parlato in varie occasioni a Trieste e, finalmente, Pietro si decise a scrivere un pamphlet su questo tema, dopo le scandalose dichiarazioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel 2010: “Con la cultura non si mangia”. Ne uscì un delizioso libretto in collaborazione con Bruno Arpaia, La cultura si mangia! in cui i due autori difendevano scienza e cultura dai “pregiudizi e le arretratezze di buona parte del Paese rispetto a tutto ciò che sa di pensiero, di riflessione, di elaborazione culturale, di sguardo lungo sui nostri destini”. Era il 2013 e non avevamo ancora visto ministri semianalfabeti, manifestazioni contro i vaccini e leader politici che invitano a non indossare la mascherina nel mezzo di un’epidemia che in Italia ha già fatto quasi 70.000 morti.

Negli ultimi anni, con noi qui a Il Bo Live, Pietro era diventato, se possibile, ancora più appassionato nello scrivere, nello spiegare, nell’insegnare. I suoi articoli e i suoi podcast sono lì a dimostrarlo. Lo capiamo solo oggi ma in un certo senso era come se sentisse di avere poco tempo per tutte le cose che sentiva di dover fare.

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