SOCIETÀ

Il prosecco non si beve il sovranismo

Se si vuole capire quali possono essere le conseguenze di un’agenda politica basata sull'ostilità verso gli immigrati è utile guardare, oltre allo spread dei titoli di stato e alle statistiche economiche, quello che sta avvenendo nel territorio del prosecco. Una volta un semplice prodotto locale che aveva difficoltà a superare i confini del Veneto è oggi particolarmente apprezzato a livello internazionale. I numeri di questa trasformazione sono sorprendenti: il prosecco, sommando DOC e DOGC, supera i 500 milioni di bottiglie l'anno con un giro di affari di 2,5 miliardi di euro, grazie al lavoro di 13.500 produttori, 1.380 cantine e 300 imbottigliatori. Una quota significativa di prosecco viene esportata: il 70% nel caso della DOC (che produce oltre 400 milioni di bottiglie) e 45% in quello della DOCG (circa 90 milioni di bottiglie). Se andiamo a vedere nei primi mesi del solo 2017, il prosecco rappresenta oltre il 50% del vino spumante italiano esportato e da solo conta per l’11% del valore di tutto l’export del vino italiano. I mercati principali sono Regno Unito e Stati Uniti, ma l’Europa nel suo complesso è e rimane uno sbocco importante.

il prosecco rappresenta oltre il 50% del vino spumante italiano esportato

Questi risultati sono però messi a rischio dal "sovranismo" dell'attuale governo per almeno tre motivi. Il primo riguarda l’immagine del prodotto. La fortuna del prosecco è stata quella di aver incontrato il gusto di una clientela giovane. Quelli che per molti sono difetti, un vino semplice e dal gusto non troppo impegnativo, sono diventati dei grandi pregi a livello internazionale. La semplicità e la facilità d’uso del prosecco, che con grande flessibilità può passare dall’aperitivo al pasto, lo hanno trasformato in un prodotto lifestyle: più in linea con il frettoloso stile di vita contemporaneo di altri vini della stessa tipologia (ad esempio lo champagne) e in più con il vantaggio di non richiedere una particolare preparazione del consumatore. L’immagine complessiva del prodotto è quindi molto positiva ed è ulteriormente rafforzata dall’associazione con i valori culturali tradizionalmente riconosciuti al made in Italy. Tuttavia, questa immagine positiva può essere messa a repentaglio se nei media internazionali passa l’idea dell’Italia come un paese chiuso e intollerante. Per quale ragione un consumatore internazionale dovrebbe comprare un prodotto da un Paese che odia gli stranieri? Deve essere questa la domanda che si è fatta Astoria, importante azienda del prosecco, e che ha portato al lancio di una campagna di comunicazione contro l’intolleranza razziale. Il vino, come molti altri prodotti made in Italy, è interessante in quanto legato ad una cultura e a dei valori. Se li mettiamo pesantemente in discussione, rischiamo di perdere non solo l’anima ma anche il portafoglio.

Il secondo motivo riguarda la produzione stessa del prosecco. Senza il contributo degli immigrati diventa molto difficile vendemmiare. Molti imprenditori in questo periodo si stanno lamentando della difficoltà di reperire manodopera per i lavori in vigna. E’ il caso di Graziella Cescon che ha dovuto mettere al lavoro 70 richiedenti asilo per riuscire a chiudere la vendemmia. A ciò si sono aggiunte anche le ulteriori complicazioni che il nuovo decreto dignità ha creato nella gestione del lavoro intermittente e stagionale. Si potrebbe obiettare che si tratta di una situazione temporanea perché a breve la tecnologia ci consentirà di avere dei robot intelligenti capaci di sostituire molto lavoro manuale. Paradossalmente questo potrebbe aggravare il problema perché a quel punto avremo bisogno di tecnici qualificati in grado di controllare e far funzionare i robot e in un paese in decrescita demografica come l’Italia non è detto che siamo in grado di formarne (sovranamente) a sufficienza. Probabilmente saremmo obbligati a importare questi profili professionali dall’estero.

Il terzo aspetto è invece legato al delicato equilibrio tra il prosecco e il suo territorio. Il prosecco, per quanto possa vantare delle radici storiche è un prodotto nuovo. Un’invenzione collettiva risultato di una felice combinazione tra capacità imprenditoriali, rielaborazione di tecniche produttive note e azione politica. Le colline trevigiane, che una volta erano ricoperte di cespugli e rovi, oggi ospitano ordinati filari di Glera, il vitigno da cui nasce il prosecco. Gli operatori del settore oltre a produrre il vino hanno creato, attraverso il loro paziente lavoro, anche il paesaggio che tanto oggi viene apprezzato e che si vuole conservare attraverso la candidatura a patrimonio Unesco. Questa capacità di innovazione è evidente anche nella gestione del delicato passaggio dell’allargamento della zona DOC, che oggi comprende tutte le provincie del Friuli e del Veneto (tranne Verona e Rovigo) e la conseguente costituzione della zona DOCG per l’area del Conegliano-Valdobbiadene e per i colli Asolani. Per una volta la politica ha saputo guidare un processo difficile e ha trovato una soluzione che ha permesso di garantire una maggiore capacità di produzione del prosecco (sempre più richiesto a livello internazionale come abbiamo visto) e allo stesso tempo di proteggerne l’originalità, bloccando i tentativi di imitazione. Un successo anche del presidente della regione Veneto Zaia, che gestì questa transizione quando era ministro delle politiche agricole. Se però si dovesse continuare ad insistere sulla strada della chiusura internazionale, si corre il rischio di distruggere il territorio invece di rafforzarlo. Il mercato italiano da solo non è oggi sufficientemente grande per assorbire l’attuale produzione.

C’è voluto quindi molto lavoro (economico, sociale e politico) per costruire il prosecco e il suo territorio che tanti oggi invidiano. E’ un peccato rimettere in discussione questo successo per un’agenda politica che di fatto va contro agli interessi del territorio. Finché c’è prosecco c’è speranza recita il titolo di un recente film italiano di successo. Il rischio è che non sia più né prosecco né tantomeno speranza.

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