SPAZIO SALUTE

In risposta all’articolo: “Quale scientificità nella medicina tradizionale?”

La risposta breve alla domanda dell’articolo è: “nessuna”. Viene però da chiedersi quale scientificità ci sia nell’articolo in questione, e che ci faccia un simile articolo su una rivista blasonata come Il Bo, che dovrebbe supportare la medicina evidence-based e non l’olio di serpente. C’è da preoccuparsi.

Esaminiamo brevemente l’articolo. Alessandra Saiu parte ricordando l’inserimento di un capitolo sulla medicina tradizionale cinese nella recente classificazione delle malattie della Oms e apprezza l’apertura dimostrata dall’istituzione. Il problema è che la decisione è stata ferocemente criticata in tutto il mondo, a cominciare da Nature e Scientific American, che definisce l’iniziativa “un egregio fallimento nel pensiero e nella pratica basati sull’evidenza”, mentre esultano invece i praticanti di rimedi non ortodossi.

L’articolo si avvale di una intervista allo storico della Medicina Fabio Zampieri, dell’Università di Padova, che ha al suo attivo articoli peer reviewed sulla selezione naturale in medicina, e da cui non ci si sarebbe aspettati una propensione per metodi non evidence-based come la medicina tradizionale cinese. Zampieri sostiene che “L’apertura dell'Oms in questo senso deriva dal fatto che le medicine tradizionali hanno un costo di molto inferiore rispetto alla medicina occidentale”. Questa frase è discutibile e fuorviante.

Parlando di prezzi, se è vero che i farmaci testati possono costare da pochi euro per una scatola di Ibuprofen generico a migliaia di euro per terapie ad hoc, lo stesso vale per la medicina tradizionale, che in occidente può costare da una quindicina di dollari per un rimedio contro il mal di testa a migliaia di euro per qualche grammo di corno di rinoceronte, che qualcuno in Vietnam usa per curare il cancro, con l’aggravante che la cheratina non cura nulla. E con l’ulteriore aggravante che una frase del genere su un giornale edito da una università, nell’epoca della post verità e dell’assenza del fact checking, acquista immediatamente un’aura di credibilità, col messaggio “medicine tradizionali economiche, Bigpharma dispendioso”. Ci si augura che sia un messaggio almeno in buona fede. Ma andiamo avanti.

Zampieri aggiunge che “Le tradizionali, da un punto di vista terapeutico si basano spesso su sostanze vegetali, cioè sull'uso della fitoterapia”. Sembra che Zampieri non si sia accorto degli infiniti allarmi che dilagano in tutto il mondo sulla devastazione compiuta sulla biodiversità da parte delle medicine tradizionali. Solo quella cinese e del sud-est asiatico sta facendo estinguere rinoceronti, tigri, pangolini, asini, cavallucci marini, orsi, moschi (un raro tipo di cervo), tartarughe e molte altre specie. A queste si aggiungono oltre una cinquantina di specie di animali africani, dagli elefanti agli avvoltoi, uccisi allo stesso scopo. Una ecatombe di specie a rischio in nome di medicine la cui efficacia non è mai stata dimostrata. Non che le piante se la passino meglio, perchè il prelievo eccessivo di piante rare per la medicina tradizionale sta causando altrettanti problemi. Come ciliegina sulla torta, c’è l’ulteriore rischio di tossicità e di effetti collaterali di queste erbe e parti di animali, che, insisto, non sono mai stati sottoposti al vaglio del metodo scientifico per distinguerli dai placebo e per studiare possibili effetti indesiderati. E’ vero, c’è il caso della Artemisia, la cui efficacia come antimalarico è stata scoperta dalla medicina tradizionale, ma anche un orologio fermo dá l’ora esatta due volte al giorno.

Ma non si tratta solo di un attacco alla biodiversità, ma di uno al principio stesso di metodo scientifico. Dice Zampieri: “la scientificità si riduce al fatto che le erbe o il farmaco di origine vegetale utilizzati, dimostrino di essere ugualmente efficaci nel trattamento di una patologia, rispetto ai farmaci chemioterapici (chimici) utilizzati dalla medicina occidentale”. Non è cosi’ che funziona. Non solo devono essere ugualmente efficaci, ovvero diversi da un placebo, ma anche privi di effetti collaterali e di provenienza non illegale. E questo, salvo il caso dell’Artemisia e pochi altri rimedi, non è mai stato dimostrato. Soprattutto non alla luce dell’immenso fatturato mondiale, che supera i cento miliardi di euro. Ma è peggio di così. “La scienza”, dice Zampieri “ha il compito di verificare quanto un fenomeno sia riproducibile e di spiegarne il meccanismo alla base. Discipline che hanno resistito per millenni hanno, in questo senso, dimostrato il loro carattere scientifico perché il tempo ha selezionato e scremato una serie consistente di interventi aventi una efficacia riproducibile. Mi dispiace, professore, ma il metodo evidence-based non è quello. Altrimenti dovremmo ammettere che il ginseng abbia una qualche efficacia terapeutica, dato che è stato usato per millenni praticamente per curare tutto, ma nemmeno i ricercatori cinesi meglio intenzionati riescono a fargli passare il vaglio scientifico.

Compito del giornalista, si dice di solito, non è solo riportare passivamente le notizie ma verificarle, e in questo articolo ci sono notizie palesemente errate. Una frase dell’articolo mi è suonata particolarmente strana, e non ha retto al vaglio di una mia brevissima verifica. La frase in questione è: “col governo di Mao Tse-Tung, ci sono state una riscoperta e una rinascita delle pratiche tradizionali cinesi, lo stesso Mao soffriva di cataratta e si fece curare in questo modo, ed effettivamente è guarito”. Ora, uno storico della medicina dovrebbe sapere che Mao morì pressoché cieco, sordo ed affetto da SLA, e che il suo biografo ufficiale era anche il suo medico. Ma soprattutto, Mao non guarì mai dalle cataratte, è una informazione che chiunque può verificare in pochi secondi. Secondo un articolo peer reviewed (traduco dall’inglese)“Quest’ultima [la cecità] era dovuta a cataratta bilaterale, ma solo a luglio del 1975 accettò una limitata rimozione della cataratta destra. Con l’aiuto di un paio di occhiali acquisì una limitata capacità di leggere. Morì prima che la cataratta sinistra potesse essere rimossa”.

Così come per le cataratte di Mao, il dubbio viene anche per l’affermazione sulla comprovata efficacia dell’agopuntura. L’articolo linkato, questo (chiaramente non verificato dalla redazione) parla di tutt’altro. Il secondo link citato non porta invece a un articolo sull’efficacia dell’agopuntura nelle malattie cardiovascolari, come ci si aspetterebbe, ma all’indice di un libro sulle cure alternative, dall’omeopatia ai funghi medicinali. Ci sono invece varie review su giornali peer reviewed che sostengono la mancanza di evidenza nell’efficacia dell’agopuntura, tipo questa, questa, questa o questa. Le meta analisi soffrono delle incongruenze metodologiche negli studi usati.

L’articolo prosegue esaltando l’efficacia terapeutica delle preghiere, del rosario, della musica, delle medicine antiche (quelle di quando la vita media era sui trent’anni), come opportunità di miglioramento delle conoscenze scientifiche.

Raramente ho letto qualcosa di così grossolanamente antiscientifico, persino negli angoli più bui del web. C’è di tutto in giro, è, vero, dagli alieni ai respiriani che si nutrono di aria e luce come le piante, ma che questo finisca su un giornale con una credibilità è preoccupante, perché da ora in poi verrà utilizzato come dimostrazione della “comprovata efficacia” delle varie medicine alternative, in virtù dello stesso principio di autorità per cui se lo dice la OMS è vero a prescindere. Un precedente pericoloso, che andrebbe rimosso all’istante. È evidente che l’intento dell'articolo non era quello di difendere il metodo evidence-based.

 

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