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In Salute. Dermatite da contatto: mascherine, disinfettanti e altro ancora

Nel corso dell’ultimo anno – accanto allo sforzo del mondo scientifico per trovare farmaci e vaccini – sono state introdotte varie misure per prevenire e contenere la trasmissione del virus Sars-CoV-2. Indossare una mascherina – a lavoro, sui mezzi pubblici, nei negozi e in qualunque altro luogo in cui non sia garantito l’opportuno distanziamento sociale – e lavarsi frequentemente le mani sono diventati ormai gesti usuali nella nostra quotidianità. Abbiamo imparato che bisogna strofinare le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi o, in caso di impossibilità, utilizzare prodotti disinfettanti che contengano una percentuale di alcol. Ma a queste mutate abitudini – da cui non si può prescindere in questo particolare momento storico – come reagisce la nostra pelle?

“L’impiego di mascherine – spiega Anna Belloni Fortina, direttrice della Scuola di specializzazione in dermatologia e veneorologia dell’università di Padova e direttrice del Centro regionale di dermatologia pediatrica e genodermatosi – può frequentemente causare follicoliti sotto l’area della mascherina stessa, perché lì si crea un ambiente caldo-umido. Oppure può dare luogo a dermatiti irritative nel punto dello sfregamento, in corrispondenza del nasello, della parte vicina al naso. Se si indossa una mascherina per 12 ore è molto probabile che insorga non solo una dermatite irritativa, ma addirittura un’abrasione”. Si pensi, per esempio, agli operatori sanitari. La docente sottolinea, inoltre, che i gel disinfettanti possono essere irritanti e sensibilizzanti e provocare secchezza della pelle e un’alterazione della superficie cutanea. In quest’ultimo anno la frequente disinfezione delle mani e l’impiego di mascherine hanno determinato una maggiore prevalenza di dermatiti da contatto. “Le dermatiti delle mani, però, non sono state così frequenti come ci aspettavamo. Probabilmente le sostanze utilizzate, immesse sul mercato, non sono così aggressive”. Diversamente nei bambini, che hanno una pelle più sottile, i casi di dermatite causate dall’impiego di questi prodotti sono stati molto numerosi.

Tra le malattie cutanee, le dermatiti – infiammazioni della pelle dette anche eczemi – sono in assoluto le più frequenti. Le forme più diffuse sono la dermatite atopica, una forma genetica, costituzionale, tipica soprattutto della popolazione infantile (ma che può colpire anche adolescenti e adulti), e la dermatite da contatto. A livello europeo e americano la dermatite atopica interessa circa il 15% della popolazione pediatrica, mentre il Giappone arriva addirittura al 25%.

“Le dermatiti da contatto invece – continua Belloni Fortina – sono delle infiammazioni dell’epidermide, e in parte anche del derma, causate dal contatto con un agente esterno. In genere si tratta di sostanze chimiche, ma possono essere anche condizioni fisiche, come le radiazioni ultraviolette, le radiazioni ionizzanti, i raggi X, oppure possono essere di natura biologica, nel caso in cui la malattia sia causata per esempio dal contatto con piccoli animali, insetti. Quando dunque entriamo in contatto con una di queste sostanze esterne, possiamo sviluppare una forma di dermatite di tipo irritativo che dipende dalla quantità di sostanza che entra in contatto con la nostra pelle, oppure di tipo allergico, se il nostro sistema immunitario viene stimolato a produrre linfociti specifici nei confronti di tali sostanze”. La manifestazione clinica è la stessa, ma nel primo caso siamo di fronte a un’infiammazione cutanea dovuta a una sostanza irritante, nel secondo caso invece a una reazione del sistema immunitario alla sostanza in questione. In generale non si tratta di una patologia pericolosa per la vita, ma è estremamente fastidiosa e alle volte visibile, causa prurito e può provocare malessere al soggetto con un impatto anche significativo sulla qualità di vita.  

A provocare la malattia possono essere sostanze di vario tipo contenute in prodotti di uso comune, impiegati per l’igiene personale e delle superfici, come i detergenti, i disinfettanti, i detersivi, che possono andare ad alterare la barriera cutanea e causare una dermatite irritativa da contatto.

Intervista completa ad Anna Belloni Fortina, direttrice della Scuola di specializzazione in dermatologia e veneorologia dell’università di Padova. Montaggio di Elisa Speronello

“Le sostanze invece più frequentemente causa di dermatite allergica da contatto sono i metalli pesanti, nichel, cromo, cobalto, le gomme o i derivati della gomma, i profumi e tutte le sostanze profumate anche vegetali, i disinfettanti in generale e i conservanti presenti in quasi tutti i prodotti cosmetici, nei prodotti usati normalmente nella nostra igiene personale e anche nell’igiene dell’ambiente”.  

Anche l’ambiente circostante e la stagionalità possono influire sull’insorgere di questo tipo di patologie. “Le condizioni che favoriscono le dermatiti da contatto – spiega Anna Belloni Fortini – sono gli ambienti umidi, quindi in primavera e in estate il sudore facilita la penetrazione delle sostanze attraverso la superficie cutanea. E il caldo umido può facilitare da una parte l’irritazione cutanea e dall’altra la sensibilizzazione cutanea, dunque provocare una dermatite o accelerare un processo di sensibilizzazione, una allergia da contatto”. Pure il Dna fa la sua parte: specie chi soffre di dermatiti allergiche da contatto, infatti, può avere una predisposizione genetica a sviluppare questo tipo di patologia. E chi ha una pelle particolarmente secca, invece, con alterata superficie cutanea, può andare incontro più facilmente a dermatite irritativa.  

La diagnosi di dermatite da contatto è una diagnosi clinica, che viene poi confermata da patch test. Un esame, questo, che permette di differenziare le dermatiti irritative da quelle allergiche. Per superare questi tipi di patologia è sufficiente eliminare la sostanza irritante o allergizzante ma tale soluzione, che può apparire quasi scontata, potrebbe invece risultare anche molto difficile da perseguire se si considera che numerose sostanze, come i metalli pesanti per esempio, sono ubiquitarie. “La terapia d’attacco è di tipo steroideo – sottolinea Belloni Fortina –, si prescrive cortisone topico, perché di fatto è l’unico trattamento efficace. La terapia topica va ad agire direttamente sul sito interessato e quindi è la cura ideale. Ciò che è fondamentale, tuttavia, non è tanto intervenire sull’infiammazione in sé, ma cercare di capirne la causa”. È necessario dunque indagare con il paziente le possibili sostanze con cui è venuto in contatto, non necessariamente a ridosso della manifestazione cutanea ma fino a due giorni prima.

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