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In Salute. Obesità infantile: importante educare ai temi della salute dai primi anni di vita

Nei giorni scorsi l’Organizzazione mondiale della Sanità ha reso disponibili i dati relativi alla prevalenza di sovrappeso e obesità nella popolazione in età scolare della Regione europea dell’Oms. Le indagini, che si collocano nell’ambito della Childhood Obesity Surveillance Initiative giunta al suo quinto ciclo, sono state condotte tra il 2018 e il 2020 da oltre 30 Paesi su un campione complessivo di circa 411.000 bambini e bambine. Ebbene, ne è risultato che il 29% di chi ha un’età compresa tra i 7 e i 9 anni  è in sovrappeso o obeso, con una prevalenza del 31% tra i ragazzi rispetto al 28% delle ragazze. L’obesità, in particolare, interessa il 12% del campione. 

Il rapporto mette in evidenza prevedibili differenze da Paese a Paese: l’Italia, in particolare, si colloca tra le nazioni con i valori più elevati di eccesso ponderale nei bambini. Dell’argomento abbiamo parlato con Annamaria Staiano, presidente della Società italiana di pediatria e professoressa di pediatria generale e specialistica all’università degli Studi di Napoli “Federico II”.  

Obesità infantile e stili di vita in Italia

Si dirà innanzitutto che anche il nostro Paese – come avviene ormai da anni – ha partecipato all’iniziativa promossa dall’Organizzazione mondiale della Sanità, attraverso il sistema di sorveglianza Okkio alla Salute. Dall’indagine, condotta in Italia nella primavera del 2019 su un campione di oltre 50.000 studenti di terza elementare, è emerso che i bambini in sovrappeso sono il 20,4% e quelli obesi il 9,4%, compresi i gravemente obesi che sono il 2,4% del totale. A stabilire  i criteri diagnostici per la definizione di sovrappeso e obesità in età pediatrica sono le tabelle di riferimento internazionali, pubblicate dall’Oms. “Fino a 24 mesi si fa riferimento al rapporto peso/lunghezza – spiega Staiano –: si parla di sovrappeso quando tale rapporto è superiore al 97° percentile e di obesità quando è superiore al 99° percentile. Nei bambini e ragazzi di età compresa tra i 24 mesi e i 18 anni, la diagnosi si basa invece sull’indice di massa corporea (Body mass index, Bmi): in questo caso parliamo di sovrappeso quando il Bmi è superiore al 75° percentile, di obesità quando è superiore al 95° percentile”.

Il sistema di sorveglianza italiano fa emergere cattive abitudini alimentari tra i più piccoli: l’8,7% non fa colazione quotidianamente, il 35,6% fa invece una colazione sbilanciata in termini di carboidrati e proteine e il 55,2% a metà mattina consuma una merenda abbondante e non adeguata. Ancora, il 25,4% dei bambini consuma bibite gassate e zuccherate ogni giorno (in diminuzione però rispetto agli anni precedenti), mentre il 48,3% e il 9,4% mangiano rispettivamente snack dolci e salati più di tre giorni a settimana. Frutta e verdura vengono consumate meno di una volta al giorno dal 24,3% dei bambini e i legumi meno di una volta a settimana dal 38,4%. 

Per quel che riguarda l’attività fisica che, insieme a una corretta alimentazione, contribuisce a uno stile di vita sano, l’indagine rileva che il 73,6% dei bambini non si reca a scuola a piedi o in bicicletta e che il 44,5% trascorre più di due ore al giorno davanti al televisore, al cellulare, al tablet, o con i videogiochi. 

Intervista completa ad Annamaria Staiano, presidente della Società italiana di pediatria. Servizio di Monica Panetto, montaggio di Barbara Paknazar

Obesità infantile, complicanze sulla salute e terapie

Uno scorretto stile di vita può contribuire all’insorgere di una condizione di sovrappeso o obesità nei più piccoli. E l'obesità, a sua volta, può essere responsabile di numerose patologie altrimenti sconosciute nell’infanzia, come l’insulinoresistenza, l’ipertensione, le malattie cardiovascolari, l’iperlipidemia. “Un bambino obeso su 20 – argomenta Staiano – presenta un alterato metabolismo del glucosio o prediabete, e più del 25-30%  dei bambini obesi presenta un alto livello di trigliceridi o bassi livelli del colesterolo HDL (il cosiddetto colesterolo ‘buono’), con maggiore rischio di sindrome metabolica e arteriosclerosi. Infatti, la prevalenza di steatosi epatica  non alcolica nei bambini obesi è del 38-46% rispetto al 3-10% della popolazione generale”. 

La cura dell’obesità nei più giovani passa attraverso un approccio multidisciplinare, sottolinea la docente: “Il trattamento cardine dell’obesità è basato su un percorso di cambiamento dello stile di vita, che si ottiene grazie al lavoro sinergico di vari professionisti: il pediatra dovrebbe agire come care manager e punto di riferimento della famiglia, coadiuvato dall’attività di altri specialisti come i dietisti per l’impostazione del piano alimentare personalizzato del paziente, gli  educatori motori perché l’attività fisica deve essere costante, gli psicologi per il supporto psicologico, specie nei casi più severi. Proprio i casi più severi talvolta richiedono anche un regime ospedaliero per la valutazione e il trattamento, e per la gestione delle eventuali complicanze”. Dunque pediatra endocrinologo, epatologo, cardiologo, neuropsichiatra infantile o, nei casi molto gravi, chirurgo bariatrico lavorano in équipe per la cura del bambino.

L’importanza della prevenzione

Riconoscere con tempestività condizioni di sovrappeso o obesità nei bambini (e intervenire con gli opportuni trattamenti) risulta fondamentale. Ma è altrettanto fondamentale contrastare a monte questi rischi, attraverso la prevenzione. “Particolare enfasi deve essere posta nel promuovere uno stile di vita sano, caratterizzato da un’alimentazione equilibrata e da un’attività fisica regolare. Purtroppo invece ancora oggi è poco accettato il fatto che un bambino debba svolgere un’attività fisica per almeno 60 minuti al giorno, tanto più chi ha problemi di obesità. L’attività fisica è veramente importante”. E quando si parla di movimento non ci si riferisce solo allo sport, ma anche al gioco, a una passeggiata, ad attività all’aria aperta. Allo stesso tempo, non dovrebbe essere dedicata più di un’ora al giorno a televisione e videogiochi.

Le sane abitudini dovrebbero interessare tutto il nucleo familiare e in particolare i bambini fin dai primi mesi di vita, così da prevenire l’insorgenza di sovrappeso e obesità negli anni a seguire. “Del resto si sa che il 20% dei lattanti obesi diventano bambini obesi, il 40% dei bambini obesi diventano adolescenti obesi e l’80% degli adolescenti obesi diventano adulti obesi, per questo la prevenzione deve iniziare quanto più precocemente possibile”. E parlando di prevenzione va detto che la dieta mediterranea rimane sempre il regime alimentare più adatto, anche per i più piccoli. “Sono numerosissime le evidenze che confermano che le popolazioni che seguono questo tipo di dieta hanno un’aspettativa di vita più lunga e una ridotta incidenza di numerose patologie croniche, non solo dell’obesità”.

La scuola come luogo di promozione di sane abitudini alimentari

In tema di prevenzione, scuola e famiglia ricoprono un ruolo fondamentale. “La Società italiana di pediatria da tempo supporta l’introduzione dell’educazione sanitaria in ambito scolastico fin dalla tenera età. Favorire l’educazione sui temi della salute dai primi anni di vita rappresenta un tassello fondamentale per promuovere il benessere dell’individuo nelle età successive. La scuola deve essere il centro in cui costruire salute, in cui trasmettere quei concetti che possono prevenire l’instaurarsi nelle età successive di malattie croniche e fra queste dell’obesità”. Sull’importanza della scuola per la promozione di sane abitudini alimentari nei più piccoli, si soffermano anche  le Linee di indirizzo per la prevenzione e il contrasto del sovrappeso e dell’obesità adottate nel nostro Paese lo scorso 27 luglio. Il documento fornisce indicazioni, oltre che per l’età adulta, anche per l’età pediatrica, sottolineando proprio l’importanza della scuola nella definizione delle abitudini alimentari dei più piccoli, attraverso l’informazione e il trasferimento di conoscenze utili per l’adozione di stili di vita sani. “La Scuola – si legge nel documento – si rivela essere, in particolare, il luogo di elezione per realizzare un’efficace educazione alimentare attraverso il proprio radicamento territoriale, la specifica ricchezza interculturale, il dialogo e l’osservazione continua e quotidiana con i ragazzi, con il presidio costante e interdisciplinare del percorso formativo, con la possibilità di costruire connessioni cognitive mirate”.

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