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Salute pubblica: “Profitto e cure non vanno d'accordo”

L'Articolo 32 della Costituzione italiana recita che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure agli indigenti”.

In Italia la salute è un diritto, che viene tutelato dalla Costituzione. Nel 1978 venne istituito il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), con riferimento a tre principi fondamentali. L'universalità: tutti i cittadini hanno uguale diritto ad accedere alle prestazioni del Ssn; la solidarietà: tutti contribuiscono a finanziare il Ssn, in base al proprio reddito, con un criterio di progressività nella tassazione; l'uniformità: le prestazioni fornite dal Ssn devono essere della stessa uniforme qualità, per tutti i cittadini, in tutte le Regioni.

Secondo i dati Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), l'Italia spende per curare un cittadino circa 3400 dollari l'anno, la Francia 4600, la Germania 5500, gli Stati Uniti 9400.

La spesa più alta è negli Stati Uniti, nonostante qui sia in vigore un modello di sanità privata basata su sistemi assicurativi. Ed è molto diversa da quella italiana anche la concezione che sta alla base della sanità. Così come l'istruzione, la sanità non è trattata come un diritto, bensì come un prodotto, dalla cui qualità si può ricavare un profitto. Per quasi 180 milioni di statunitensi l'assicurazione è stipulata dal datore di lavoro, quasi 20 milioni hanno un'assicurazione privata, mentre il governo si fa carico della salute dei poveri, dei disabili e di chi ha più di 65 anni, 55 milioni di persone in tutto. Tuttavia per afroamericani e ispanici i tassi di mortalità infantile e l'aspettativa di vita sono quelli dei Paesi poveri. Un paradosso notevole per il Paese più ricco e con la ricerca biomedica più avanzata del mondo.

Uno dei maggiori problemi che la sanità italiana (ma non solo) dovrà affrontare nei prossimi anni è il previsto invecchiamento della popolazione: la domanda di sanità crescerà e le richieste dei pazienti dovranno portare a un progressivo ripensamento dell'organizzazione e della gestione dell'offerta sanitaria, come ad esempio una maggiore collaborazione tra medicina ospedaliera e territorio.

C'è chi sostiene che al Ssn vada affiancato un “secondo pilastro”, privato, che aiuti a soddisfare la domanda di sanità che il sistema pubblico da solo non riesce a sostenere. Un'inchiesta del Corriere della Sera del maggio 2018 mostra che già 8 milioni di lavoratori dipendenti in Italia sono assicurati dal datore di lavoro e circa 3 milioni di italiani hanno una polizza individuale che costa tra gli 800 e i 3600 euro l'anno.

Tuttavia secondo Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, membro del Consiglio Superiore di Sanità e autore di La salute (non) è in vendita” (Laterza, Bari-Roma, 2018), la privatizzazione della sanità reca più insidie che vantaggi per la salute dei cittadini: “hanno capito che dalla salute della gente ci si può guadagnare: questa è un'idea sbagliata e pericolosa”.

Oltre a difendere la sanità pubblica, Remuzzi spiega anche come si possa migliorare il sistema già esistente, che l'anno scorso ha compiuto 40 anni: “dobbiamo separare la politica dalla gestione sanitaria, dobbiamo chiudere i piccoli ospedali, dobbiamo chiudere l'intramoenia (le prestazioni private all'interno delle strutture pubbliche, ndr), dobbiamo far fronte all'invecchiamento della popolazione”.

Intervista a Giuseppe Remuzzi, autore di "La salute (non) è in ventida". Riprese e montaggio di Elisa Speronello

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