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Sanità a impatto zero: una via necessaria per renderla globale e accessibile a tutti

Quando si parla di cambiamento climatico e di crescita di paesi in via di sviluppo spesso si rischia di creare un corto circuito. È possibile una crescita a impatto zero? È possibile incrementare la qualità della vita dei Paesi più poveri senza impattare ancora di più sul nostro clima? Il paradigma di sviluppo a cui siamo abituati è chiaro, lo conosciamo da centinaia di anni ed ora sappiamo anche che non è sostenibile per il nostro pianeta, o meglio non lo è se la nostra specie vuole cercare d’avere un futuro desiderabile.

Questa premessa per cercare di capire se e come un aiuto ai Paesi più poveri, soprattutto dal punto di vista sanitario, possa essere sostenibile dal punto di vista ambientale. Un articolo, uscito su The BMJ, ha analizzato proprio questi aspetti partendo dal presupposto che i sistemi sanitari dei paesi a medio reddito stanno producendo notevoli emissioni di carbonio.

Uno dei target dell’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile, precisamente il 3.8, è proprio quello di conseguire entro il 2030 una copertura sanitaria universale, compresa la protezione dai rischi finanziari, l'accesso a servizi essenziali di assistenza sanitaria di qualità e l'accesso a farmaci essenziali sicuri, efficaci, di qualità e a prezzi accessibili e vaccini per tutti. Per raggiungere questo target però, bisogna fare i conti, anche in questo caso, con la questione della produzione di CO2.

Conseguire una copertura sanitaria universale, compresa la protezione da rischi finanziari, l'accesso ai servizi essenziali di assistenza sanitaria di qualità e l’accesso sicuro, efficace, di qualità e a prezzi accessibili a medicinali di base e vaccini..

Secondo lo studio uscito su The BMJ, la quantità totale di gas serra emesso nell’ambiente dai sistemi sanitari di tutto il mondo si aggirerebbe circa a 2-2,4 gigatonnellate di anidride carbonica. In termini percentuali significa tra il 4 ed il 5% circa delle emissioni globali totali. Un dato che, se non cambia il modello di sviluppo o di utilizzo delle risorse energetiche, è destinato a crescere con l’incremento di assistenza sanitaria globale.

Un aumento che, secondo gli autori dello studio, se seguisse l’intensità media delle emissioni attuali anche per quanto riguarda i Paesi LMIC (low and middle income countries), comporterebbe altri 382 milioni di tonnellate di CO2 emesse all’anno. Questo considerando che, secondo, l’Oms, la fornitura di una copertura sanitaria universale potrebbe richiedere la costruzione di almeno 415.000 nuove strutture.

Le emissioni dei sistemi sanitari, secondo i ricercatori, sarebbero dovute a diversi fattori. In primis ci sarebbe l’inefficienza delle reti energetiche che obbligherebbero le strutture sanitarie a ricorrere a generatori di energia elettrica per forza di cose molto inquinanti. La seconda è che i mezzi di trasporto sono ancora legati ai combustibili fossili.
 

In particolare uno studio di 21 indicatori compilati da 78 LMIC, e rappresentativo in tutto di 129.557 strutture sanitarie, ha messo in luce che il 50% delle strutture manca di acqua corrente e il 59% manca di servizi energetici affidabili, con le conseguenze che abbiamo detto precedentemente. Un secondo studio infine, ha dimostrato che meno di due terzi degli ospedali che forniscono cure chirurgiche in 21 diversi LMIC avevano una fonte di elettricità continua o un generatore.

Insomma quella della crescita e del rendere accessibile la sanità a livello globale, mantenendo anche una sostenibilità ambientale è una sfida non banale. "Non si tratta solo di strutture - hanno dichiarato gli autori dello studio -, ma anche di prodotti, viaggi, fornitori e modelli di assistenza. Ad esempio, le cure primarie hanno emissioni più basse di carbonio rispetto alle cure ospedaliere.” Proprio su questo punto si focalizza lo studio, dicendo che “le tendenze attuali per quanto riguarda la costruzione di ospedali dovrebbero cambiare” Secondo gli autori c’è un approccio eccessivamente focalizzato sull’ammissione dei pazienti nelle strutture. Questo comporta più emissioni di CO2 rispetto ad un’eventuale cura domiciliare del paziente.

Gli autori poi concludono dicendo una cosa che sembra banale ma troppo spesso nel concreto non lo è. “Il modo più razionale ed economico per ottenere l'accesso universale e ridurre le emissioni è investire nel mantenere le persone sane, cioè promuovere l'alfabetizzazione sanitaria, facilitare stili di vita più sani, rilevare i casi prima e avvicinare i servizi alle case dei pazienti”.

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