SCIENZA E RICERCA

Scienza e comunicazione: alla ricerca di un delicato equilibrio

di Daniele Mont D'Arpizio

La ricerca scientifica ha conseguenze fondamentali sulla società, ma vale anche il contrario: spetta infatti all’opinione pubblica decidere se sostenerla, ignorarla o addirittura contrastarla. Diventa allora sempre più importante per gli scienziati imparare a comunicare in maniera efficace, senza timidezze ma anche senza arroganza. Proprio al tema della ricerca di un delicato equilibrio tra scienza e comunicazione è dedicato l’intervento dell’immunologa Antonella Viola durante il Cicap Fest 2018.

Comunicare bene la scienza oggi è particolarmente importante, anche perché sempre più spesso i ricercatori per avere finanziamenti devono rivolgersi a privati o a charities, che a loro volta vivono di donazioni – spiega a Il Bo Live la scienziata, che oltre a insegnare presso l’università di Padova è anche direttore scientifico dell'Istituto di Ricerca Pediatrica –. È quindi importante per gli scienziati aprirsi e comunicare: il problema è che troppo spesso si parla scienza senza rispettarne i tempi e i modi, con una comunicazione sensazionalistica che crea aspettative che poi vengono deluse. Se ogni volta ad esempio dici che hai trovato la cura per il cancro, prima o poi la gente smette di crederti”.

Per dare informazioni corrette su nuovi farmaci e stili di vita bisognerebbe sempre aspettare i trial clinici su grandi gruppi di popolazione

Sono tanti gli esempi di comunicazione incompleta quando non letteralmente deviante: “È scorretto esaltare le proprietà anticancro del luppolo, senza specificare che anche una sola una birra aumenta il rischio di tumore, come del resto vale per tutti gli alcolici. Oppure continuare a pubblicizzare gli integratori agli antiossidanti, quando oggi le nuove linee guida di prevenzione contro il cancro suggeriscono di evitarli”. Proprio la vicenda di bustine e pillole contro i radicali liberi è a suo modo emblematica: all’inizio la sperimentazione in laboratorio sembrava infatti indicare un innalzamento del livello di protezione contro i tumori, “salvo scoprire che questi prodotti possono addirittura favorire crescita tumorale – continua Viola –. E adesso non sarà facile convincere le persone a smettere di prenderli”.

Anche qui è mancato il rispetto dei modi e dei tempi della ricerca: “Per dare informazioni corrette su nuovi farmaci e stili di vita bisognerebbe sempre aspettare i trial clinici su grandi gruppi di popolazione: la sperimentazione in laboratorio o una casistica di 10 pazienti non bastano”. E prima? “Non si dovrebbe parlare pubblicamente dell’efficacia una terapia: non dovrebbe nemmeno uscire sui giornali”.

L’opinione pubblica non può decidere sulla correttezza delle formule di Einstein o delle leggi che regolano la divisione cellulare

Comunicare correttamente la scienza riguarda oggi l’intera società: “Ovviamente l’opinione pubblica non può decidere sulla correttezza delle formule di Einstein o delle leggi che regolano la divisione cellulare, ma sulle loro applicazioni sì. E in questi ambiti i ricercatori devono dialogare con i politici e la società civile in maniera costruttiva ed evitando ogni chiusura. Non possiamo imporre diktat scientifici, ma solo spiegare quello che dice la scienza”.

Il problema nasce quando alla base delle decisioni vengono poste informazioni incomplete o addirittura false. “Porto ad esempio la recente decisione della Corte di Giustizia dell'Unione Europa di parificare a quello degli Ogm il trattamento degli organismi ottenuti con la tecnica Crispr/Cas9, di fatto rendendone impossibile l’utilizzo nell’agricoltura. Il punto è che in questi casi non si ottengono Ogm perché non c’è inserimento di Dna estraneo ma solo una mutagenesi. Che si usa da sempre ed è presente anche in alimenti che mangiamo regolarmente, ma prima era ottenuta con metodi molto meno sicuri e precisi, come l’irraggiamento o l’utilizzo di sostanze chimiche. È ovvio che in questo caso il problema è soprattutto di tipo economico e commerciale, ma non si dovrebbe usare la scienza per imbrogliare cittadini”.

La questione è fondamentale perché sempre più spesso la società sarà chiamata a decidere su casi analoghi: “Pensiamo all’intelligenza artificiale o all’editing genetico: si può usare per creare il supersoldato ma anche per curare. La scelta dipende dallo schema culturale adottato ed è questo che va discusso: questa però è politica, non scienza. E noi non possiamo essere paladini democrazia solo quando non ci fa comodo”.

D'altra parte la scienza, a differenza di quanto spesso si dice, è tutt’altro che estranea ai valori della democrazia: “Credo in una scienza democratica, anche se con le sue specificità – conclude Viola –. Del resto il fatto che io non possa eleggere il presidente della Repubblica Francese non significa che la Francia non sia una democrazia. Anche nella scienza c’è una comunità e conta il consenso intorno ai propri risultati: per questo costantemente li pubblichiamo sottoponendoli ai nostri colleghi, in quello che io ritengo un processo altamente democratico”.

La sfida diventa quella di formare cittadini sempre più informati e preparati, che abbiano strumenti per prendere decisioni e non cadere nelle trappole: si tratti di Stamina, di vaccini oppure di olio di palma.

 

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