SCIENZA E RICERCA

Coppia fissa o amore libero? Una classifica dei mammiferi più monogami

Homo sapiens non è la specie più monogama del regno animale, ma rientra comunque nella top ten dei mammiferi più inclini a mantenere rapporti di coppia stabili. Ciò è quanto emerge da uno studio condotto da Mark Dyble, del Dipartimento di archeologia dell’Università di Cambridge, che ha stilato una classifica dei tassi di monogamia in 35 specie di mammiferi.

Gli esseri umani, in particolare, si trovano al settimo posto tra i mammiferi che tendono ad accoppiarsi preferibilmente con un solo partner, subito dopo i castori e poco prima dei gibboni dalle mani bianche. Tale posizione in classifica ha qualcosa di sorprendente, soprattutto se confrontata con quella dei nostri parenti evolutivi più prossimi: i grandi primati, come gorilla e scimpanzé, che non sembrano essere grandi sostenitori della coppia fissa.

Dyble ha utilizzato un modello computazionale applicato a un ampio set di dati genetici ed etnografici. I primi provengono dall’analisi di alcuni campioni di dna antico rinvenuto in nove siti archeologici dell’Europa continentale, dell’Anatolia e della Gran Bretagna; i secondi dalle genealogie di 94 società preindustriali, per un totale di 103 società umane in tutto il mondo; a questi dati se ne aggiungono altri raccolti da ricerche precedenti su 34 specie di mammiferi non umani.

L’autore si è concentrato sui legami di parentela tra oltre 200.000 coppie di fratelli e sorelle, di cui 197.658 umane e 61.163 non umane. Per ogni coppia individuata, l’autore ha valutato se si trattasse di fratelli germani (nati dagli stessi due genitori) o “fratellastri” (che avevano in comune il padre, ma non la madre, o viceversa). 

Questo perché, secondo il suo ragionamento, un elevato tasso di fratelli germani all’interno di una specie rifletterebbe la tendenza, da parte degli individui che ne fanno parte, ad accoppiarsi preferibilmente con lo stesso partner. Al contrario, nelle specie in cui la maggior parte delle coppie di fratelli o sorelle hanno in comune un solo genitore, è verosimile che i modelli di accoppiamento più frequenti siano quelli non monogami.

Basandosi sui risultati di quest’analisi, Dyble ha diviso le specie in due grandi gruppi: quelle tendenzialmente monogame e quelle non monogame.

All’interno del primo gruppo troviamo anche gli esseri umani. Nonostante nella nostra specie i tassi di monogamia varino molto tra le diverse popolazioni (per esempio, la percentuale di fratelli germani era solo del 26% tra quelli individuati in un sito neolitico in Gran Bretagna e addirittura del 100% in altre popolazioni antiche), il tasso medio di monogamia della nostra specie è risultato pari al 66%.

Ci troviamo, come accennato in apertura, al settimo posto tra le undici specie tendenzialmente monogame, tra i castori (tra i quali è stato osservato il 73% di fratelli germani) e i gibboni dalle mani bianche (dove tale quota è del 63,5%). Tra le specie monogame troviamo anche i suricati (60%), i licaoni (85%) e, al primo posto in classifica, il topo cervo della California (100%).
Tra le specie non monogame compaiono invece i gorilla (6%), gli scimpanzé (4,1%), i delfini (4%) e, all’ultimo posto, la pecora Soay (0,6%).

Come sottolinea l’autore, è curioso che tra i nostri “parenti” più stretti, come i gorilla e gli scimpanzé, i fratelli germani siano rari. Ciò suggerisce che la transizione verso la monogamia rappresenti, per Homo sapiens, un evento evolutivo insolito, che potrebbe aver caratterizzato la nostra specie fin dalle origini, contribuendo al suo successo.

Questa evidenza, secondo Dyble, sembra supportare una teoria discussa da tempo in questo filone di ricerca, secondo la quale la monogamia e la capacità di instaurare legami di coppia stabili rientrano tra quei tratti che distinguono gli esseri umani dagli altri grandi primati (come l’andatura bipede e lo sviluppo di un cervello di grandi dimensioni), che avrebbero favorito la nascita di società complesse, cooperativeorganizzate. È stato inoltre documentato che le specie animali più inclini ad accoppiarsi sempre con lo stesso partner mostrano tassi più elevati di comportamenti altruistici, durata maggiore della vita post-riproduttiva e la presenza di ampie reti familiari.

Dai risultati di Dyble emerge anche un’altra particolarità di Homo sapiens: la nostra sembra l’unica specie tendenzialmente monogama a essere allo stesso tempo anche monotocica (in cui da ogni gravidanza nasce solitamente un solo figlio e non una cucciolata) e capace di vivere in gruppi sociali ampi, in cui più individui di sesso femminile si riproducono all’interno della stessa comunità.

Bisogna infine tenere conto che i risultati della ricerca vanno interpretati con cautela. Il numero limitato di specie analizzate e l’uso di genealogie etnografiche – che possono contenere errori o attribuzioni imprecise di parentela – rendono le conclusioni di Dyble indicative, ma non definitive.

Inoltre, come sottolinea l’autore, lo studio misura solo la monogamia riproduttiva, non quella sessuale in generale. Sebbene queste due dimensioni tendano a coincidere nella maggior parte dei mammiferi, lo stesso non vale per gli esseri umani, tra i quali le norme sociali, le pratiche culturali e le tecnologie di controllo della fertilità fanno sì che i modelli di accoppiamento non riflettano esattamente quelli di riproduzione.

In definitiva, come conclude Dyble, il principale valore dello studio sta soprattutto nell’aver mostrato l’efficacia di un approccio che approfondisce la monogamia basandosi sulla natura dei rapporti di parentela tra fratelli e sorelle. Questo metodo potrebbe aprire nuove prospettive di ricerca e aggiungere nuovi punti di vista al dibattito – ancora aperto – sul ruolo della monogamia nella storia dell’evoluzione umana.

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