Quando i pinguini cambiano il comportamento dei puma
Le feste appena trascorse hanno ricordato ai più fortunati quanto sia bello riunirsi intorno a un tavolo e mangiare tutti insieme. Certo, c’è bisogno della cucina adatta, dei tortellini della nonna o dell’arrosto della zia: quando il cibo è gradevole, diventa un buon lubrificante sociale, che fa passare alle persone momenti preziosi in compagnia.
Anche i puma della Patagonia sembrano pensarla in questo modo, e ultimamente hanno imparato a procacciarsi anche l’equivalente dell’arrosto. Roviniamo tutta l’atmosfera se diciamo che il lubrificante sociale dei puma sono i pinguini?
C’è un’idea piuttosto radicata, quando si parla di grandi predatori: che siano animali territoriali, fondamentalmente allergici ai loro simili, e nella maggior parte dei casi è così.
“ Tendenzialmente il puma è solitario, territoriale, elusivo, poco incline alla tolleranza. Un felino che vive di distanze, che organizza il proprio spazio con attenzione e che considera la presenza di un altro adulto un problema da risolvere
Come moltissimi altri comportamenti, però, anche queste tendenze vengono influenzate dal contesto e uno studio osservazionale pubblicato su Proceedings of the Royal Society B, spiega quanto basti cambiare una variabile apparentemente marginale per modificare un comportamento. E la variabile, in questo caso, è proprio la presenza dei pinguini.
Quando il puma non c’è, i pinguini ballano
Ma come mai i puma hanno modificato la loro socialità? La storia comincia con una classica operazione di rewilding in Patagonia, uno dei vari territori che, nel Novecento, ha visto l’eradicazione sistematica dei grandi predatori terrestri, in particolare del puma (Puma concolor). In passato, infatti, la presenza di grandi carnivori è stata considerata incompatibile con diverse economie locali, non solo in Patagonia, e l’espansione dell’allevamento ovino ha portato all’eliminazione sistematica di questi animali. Il puma è stato perseguitato, cacciato, eradicato, e ci sono state delle conseguenze: la sua assenza ha avuto effetti profondi, alcuni immediati, come l’aumento degli allevamenti, altri meno rapidi. Tra questi ultimi c’è l’espansione delle colonie di pinguino di Magellano lungo la costa continentale: senza predatori terrestri, questi uccelli marini hanno trovato nuove opportunità di nidificazione sulla terraferma, e hanno trasformato porzioni di costa nella loro nuova casa.
Il rewilding
Nel 2004 è nato il Parco Nazionale di Monte León, con l’obiettivo di ripristinare le condizioni ecologiche precedenti alla colonizzazione europea, ma non in modo pedissequo. È il rewilding, un approccio alla conservazione che punta a rimettere in moto i processi ecologici: l’idea non è ricostruire un ecosistema passato, ma reintrodurre specie più tipiche e ridurre le pressioni umane, lasciando che siano poi le interazioni tra le specie a riorganizzare il sistema.
Leggi anche: Ripristinare gli ecosistemi in aree antropizzate: una sfida per il presente
In passato l’approccio era diverso, e si credeva che, reintroducendo una specie, si sarebbe potuti tornare a un equilibrio precedente all’eradicazione, ma molti studi hanno manifestato dei dubbi: riportare i lupi a Yellowstone, per esempio, non ha ristabilito la flora locale, messa in crisi dalla presenza di molti erbivori che proliferavano grazie all’assenza di predatori.
In Patagonia i puma sono tornati, e hanno cominciato a predare i pinguini. Del resto sono predatori generalisti, capaci di mangiare praticamente qualsiasi cosa si muova. Qualcosa però è cambiato: la sorpresa è stata l’effetto di questa nuova dieta sul loro comportamento.
Tanti pinguini e meno competizione
La colonia di Monte León ospita circa 40.000 coppie riproduttive di pinguini, concentrate in appena due chilometri di costa e presenti sulla terraferma per più di metà dell’anno, da settembre ad aprile. Dal punto di vista ecologico è quella che si chiama una marine subsidy: una risorsa marina che entra in un ecosistema terrestre.
Quando il cibo è abbondante, facile da ottenere e concentrato in uno spazio ristretto, generalmente i predatori tendono a ridurre i movimenti, e a tollerare di più la presenza dei conspecifici, perché il costo di difendere la risorsa supera il beneficio, visto che possono trovarne facilmente ancora: ed ecco che i puma sono diventati molto più concilianti con i loro conspecifici, un po’ come quando vai a una festa, il tavolo è pieno di panini e pizzette e non senti il bisogno di buttarti sugli stuzzichini guardando male chi vuole precederti.
Lo studio
Come facciamo a sapere che le cose sono andate così? I ricercatori hanno seguito 14 puma adulti per diversi anni, da settembre 2019 a dicembre 2023, utilizzando collari GPS che registravano la posizione degli animali ogni tre ore. A questi dati hanno affiancato una rete di fototrappole, analisi dei siti di predazione e modelli spaziali sofisticati. Questo approccio ha permesso di confrontare non solo individui diversi, ma anche lo stesso individuo in momenti diversi dell’anno, distinguendo i periodi in cui i pinguini erano a disposizione da quelli in cui migravano e scomparivano dalla terraferma.
Quello che emerge, innanzitutto, è un cambiamento nel modo in cui i puma usano lo spazio. Quando i pinguini sono presenti, i puma che li predano riducono drasticamente l’estensione dei loro spostamenti. Le loro aree di attività diventano più compatte, più stabili nel tempo. Gli individui tornano più volte negli stessi punti, mostrano una notevole fedeltà alla colonia costiera e trascorrono più ore nelle stesse zone, il che è interessante perché i pinguini sono piccole prede e a differenza di altre non necessitano quindi di molto tempo per essere consumate.
I puma si incontrano di più
Il risultato più interessante, comunque, riguarda la socialità. Come dicevamo, i puma sono tradizionalmente considerati carnivori solitari, con interazioni limitate alla riproduzione o comunque a situazioni molto specifiche. In presenza dei pinguini, invece, succede qualcosa di diverso: nel corso dello studio sono stati registrati 295 incontri tra puma adulti, un numero sorprendente per una specie considerata solitaria. I puma che predano pinguini si incontrano circa cinque volte più spesso rispetto a quelli che non lo fanno, e la maggior parte di questi incontri avviene nelle immediate vicinanze della colonia e coinvolge soprattutto femmine adulte, cioè proprio gli individui che, in altri contesti, difendono il territorio con maggiore convinzione.
Non si tratta di cooperazione intraspecifica, i puma non cacciano insieme e non condividono le prede come fanno per esempio i lupi e i leoni. Quello che emerge è piuttosto una sospensione dell’ostilità: gli individui occupano lo stesso spazio nello stesso periodo senza che questo degeneri in conflitto come succede di solito, si tollerano senza problemi, e questa tolleranza non nasce da un’improvvisa vocazione sociale, ma da un semplice calcolo energetico.
I pinguini come lubrificante sociale
Qui infatti entra in gioco la resource dispersion hypothesis, una teoria che spiega come la distribuzione delle risorse influenzi i movimenti degli animali e anche il loro grado di tolleranza reciproca perché, come dicevamo prima, difendere il cibo e la zona di caccia diventa poco conveniente. Il territorio smette di essere uno spazio da spartirsi, almeno temporaneamente finché i pinguini non migrano.
È a questo punto che la metafora dei pinguini come “lubrificante sociale” smette di essere una battuta e diventa uno strumento interpretativo: i pinguini fanno ai puma qualcosa di simile a quello che l’alcol e il buon cibo fanno agli esseri umani in certe situazioni sociali. Non cambiano la natura dell’individuo, non trasformano un introverso nell’anima della festa, come i pinguini non trasformano un puma solitario in un felino cooperativo. Semplicemente del buon cibo abbondante rende tollerabile la vicinanza di persone che, a stomaco vuoto e a mente lucida, eviteremmo accuratamente. O attaccheremmo, se fossimo dei puma.
In pratica cambiano i comportamenti manifestati finché la risorsa rimane presente (ed ecco forse perché si torna a casa quando lo zio più goloso finisce il panettone e il prosecco).
Quando i pinguini migrano, i puma viaggiano
Quando i pinguini migrano, il comportamento cambia. I puma ampliano il raggio d’azione, si spostano di più, esplorano territori più vasti. È come se l’assenza della risorsa principale rendesse improvvisamente necessario rimettersi in movimento, riattivare strategie di caccia più classiche, tornare a una vita fatta di lunghe distanze. In almeno un caso documentato, un puma ha lasciato il parco per raggiungere un’altra colonia a 45 km di distanza, un dettaglio che dice molto sulla forza di attrazione esercitata dai pinguini (e sui suoi gusti alimentari, a quanto pare). In pratica, finché c’è il buffet aperto, nessuno si muove per cercare altro, ma quando rimangono solo le briciole ci si industria per la sopravvivenza. E si diventa più aggressivi con chi compete per il cibo.
Una densità di puma mai vista
Questa dinamica ha effetti che vanno oltre il comportamento individuale e si riflettono sull’intera popolazione. Il Parco Nazionale di Monte León ospita oggi la più alta densità di puma mai documentata per la specie, con circa 13 individui indipendenti ogni cento km², un valore che supera di oltre il doppio le stime massime precedenti, anche considerando solo gli individui adulti e utilizzando modelli estremamente conservativi.
Ma cosa succede quando i pinguini migrano? È come alle feste di Natale in cui uno zio particolarmente goloso finisce panettone e prosecco e in breve il resto della famiglia si eclissa? No, a quanto pare i puma hanno più creanza: la loro densità rimane elevata anche nei periodi in cui i pinguini sono assenti, segno che la colonia ha agito come un fattore scatenante, inserendosi in un contesto già favorevole fatto di abbondanza di altre prede, come i guanachi. Questo risultato, però, smentisce studi precedenti, quindi andrebbe approfondito nelle dinamiche.
Un equilibrio da proteggere
Il caso di Monte León è un esempio particolarmente istruttivo di quanto sia fuorviante pensare al rewilding come a un semplice ritorno al passato. I puma non hanno semplicemente ripreso il loro posto in un equilibrio antico, ma stanno entrando in ecosistemi nuovi, plasmati da decenni di cambiamenti, e stanno rispondendo in modo flessibile a combinazioni di risorse che prima non esistevano. Il risultato è la nascita di un equilibrio diverso, in cui le categorie nette tra “animale solitario” e “animale sociale” iniziano a sfumare.
Pensare ai pinguini come all’arrosto/prosecco dei puma fa sorridere, ma serve anche a fissare un’idea importante: il comportamento animale non è granitico, è una risposta dinamica alle condizioni ecologiche. Basta una risorsa inattesa per rimescolare carte in tavola (specie se imbandita). E questo vale non solo per i puma della Patagonia, ma per molti dei sistemi che oggi cerchiamo di “ripristinare” senza accettare fino in fondo che, una volta rimessi in moto, potrebbero sorprenderci.