100 anni di Abdus Salam: la fisica al servizio della pace
Abdus Salam con le chiavi dell'ICTP (©ICTP Photo Archive)
Nel dicembre del 1979, sul palco dell’Accademia reale svedese delle scienze sono seduti tre professori di fisica: due indossano il classico frac, quello al centro invece un elegantissimo abito tradizionale pakistano completo di turbante bianco. È Abdus Salam la prima persona pakistana a ricevere il premio Nobel per la fisica e solo la seconda di fede musulmana a ottenere l’ambito riconoscimento. Assieme agli statunitensi Sheldon Lee Glashow e Steven Weinberg, Salam ha contribuito a teorizzare l’unificazione delle forze elettromagnetica e debole, un pilastro su cui si basa il cosiddetto “modello standard” della fisica delle particelle.
La storia di Abdus Salam parla di scienza, ma anche di disuguaglianze globali e di un’idea radicale: che la conoscenza scientifica debba essere un bene comune, non solo un privilegio geografico. Come ha detto egli stesso nel discorso fatto al banchetto dopo la consegna del Nobel: «La creazione della Fisica è il patrimonio condiviso di tutta l’umanità. Oriente e Occidente, Nord e Sud vi hanno partecipato in uguale misura. (...) Questa è, in effetti, la fede di tutti i fisici; più in profondità cerchiamo, più si accende la nostra meraviglia, più accecante è lo splendore per il nostro sguardo. (…) Sforziamoci di fornire pari opportunità a tutti, affinché possano partecipare alla creazione della Fisica e della scienza per il bene di tutta l’umanità.»
Dal Punjab all’Inghilterra per amore della ricerca
Abdus Salam nasce il 29 gennaio 1926 a Jhang, una città che oggi fa parte del Pakistan ma allora era India britannica, in una famiglia modesta ma che credeva molto nell’importanza dell’istruzione. Fin da giovanissimo è uno studente brillante, infatti a 14 anni ottiene il punteggio più alto mai registrato negli esami di ammissione all’università di tutto lo Stato del Punjab. Dopo la laurea a Lahore, grazie a una borsa di studio arriva al St John's College di Cambridge dove ottiene il dottorato nel 1952: in Inghilterra si specializza in fisica teorica e si distingue rapidamente per il talento matematico e la capacità di muoversi tra relatività, meccanica quantistica e teoria dei campi.
Dopo il dottorato, Salam lavora tra il Regno Unito e il Pakistan, ma è all’Imperial College di Londra che costruisce la sua carriera scientifica. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso la fisica delle particelle è un campo in fermento, ma grazie a Paolo Creminelli (fisico teorico e ricercatore dell’ICTP di Trieste) cerchiamo di capire meglio qual è il contributo scientifico più importante di Abdus Salam: “è quello per cui ha vinto il Nobel, legato alla costruzione di quello che oggi chiamiamo modello standard, cioè la teoria che — allo stato attuale — descrive praticamente tutti i dati sperimentali noti: le particelle fondamentali e le interazioni che governano l’universo. Il modello standard è il risultato di una costruzione collettiva e progressiva, ma la parte direttamente associata a Salam (insieme a Glashow e Weinberg, con cui ha condiviso il premio) è la cosiddetta unificazione elettrodebole”.
Nella fisica teorica ci sono quattro interazioni fondamentali: la gravità, l’elettromagnetismo, quella che si chiama forza debole (responsabile, per esempio, dei decadimenti radioattivi) e la cosiddetta forza forte, che tiene insieme i nuclei atomici. Nel 1967 Salam, Glashow e Weinberg lavorando in modo parallelo e indipendente “riuscirono a formulare una descrizione unificata dell’interazione elettromagnetica e di quella debole — spiega Creminelli — mostrando che fenomeni apparentemente molto diversi condividono in realtà una stessa struttura matematica; è stato uno dei tasselli decisivi nella costruzione del modello standard. Questa teoria prevedeva anche l’esistenza di nuove particelle, i bosoni W e Z, che furono poi osservate sperimentalmente al CERN di Ginevra negli anni successivi, con gli esperimenti guidati da Carlo Rubbia (che vincerà con Simon van der Meer il Nobel per la fisica nel 1984); e il quadro si è completato definitivamente nel 2012 con la scoperta del bosone di Higgs, l’ultimo elemento mancante della teoria elettrodebole”.
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Scienza e Sud globale: la nascita dell’ICTP
Ma nella vita di Abdus Salam non c’è solo la fisica, un’altra parte fondamentale della sua eredità riguarda l’International Centre for Theoretical Physics (ICTP), fondato a Trieste nel 1964 con il sostegno dell’UNESCO e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA). L’idea è semplice e rivoluzionaria, soprattutto per l’epoca: offrire a scienziati e scienziate dei Paesi a basso e medio reddito un luogo dove studiare e fare ricerca di alto livello, senza dover emigrare definitivamente.
Salam trova nel fisico Paolo Budinich un alleato fondamentale per realizzare questa impresa, infatti per entrambi il divario scientifico tra Nord e Sud del mondo non è un destino naturale, ma il risultato di scelte politiche e storiche. L’ICTP dunque diventa un laboratorio di cooperazione globale, formando generazioni di fisici, matematici e ricercatori che porteranno conoscenze e reti nei propri Paesi. Ancora oggi, il centro è uno dei lasciti più concreti e duraturi della visione di Salam, che è stato il suo primo direttore.
Come racconta Paolo Creminelli, il doppio ruolo di scienziato e diplomatico è un tratto peculiare di Abdus Salam che “riusciva a conciliare un’attività scientifica di altissimo livello con un’intensa attività istituzionale, avendo anche ruoli importanti all’interno del governo pakistano, eppure continuò a fare ricerca in modo attivo. Chi lo ha conosciuto al centro racconta spesso di questa sua doppia vita: da un lato la costruzione di reti internazionali, istituzioni e collaborazioni, dall’altro il lavoro scientifico quotidiano. È una combinazione rarissima, di solito nella carriera accademica c’è un momento in cui si passa dalla ricerca alla gestione, ma Salam riuscì a mantenere entrambe le dimensioni contemporaneamente”.
Ma che cosa rende l’ICTP di Trieste un luogo diverso dagli altri centri di ricerca? Secondo Creminelli questo luogo “è davvero un unicum: se lavori qui percepisci subito una differenza rispetto a qualunque altra istituzione scientifica, e credo che questa differenza derivi direttamente dallo spirito che Salam ha impresso al centro. È un luogo in cui passano persone da ogni parte del mondo, in modo molto concreto. Ci sono programmi esplicitamente dedicati ai Paesi in via di sviluppo: i corsi che organizziamo, per esempio, sono frequentati da studenti e ricercatori che provengono quasi esclusivamente da quei contesti. Anche nelle conferenze e nei workshop c’è sempre una quota riservata a partecipanti da questi Paesi”.
E questa multiculturalità non è solo un valore astratto, ma è qualcosa che si vive quotidianamente, come testimonia Creminelli: “negli anni sono passati di qui persino ricercatori nordcoreani o palestinesi, una cosa che difficilmente si vede in altre istituzioni europee o americane. Chi lavora all’ICTP è molto consapevole della missione del centro, che non sostituisce la ricerca individuale, ma la affianca. In ogni scelta, come quando si selezionano nuovi post-doc, l’attenzione alla provenienza geografica e all’equilibrio globale è sempre presente. Ecco perché è diverso da tutti i centri che ho visitato”.
E non è un caso che l’ICTP sia nato proprio come centro di fisica teorica, perché anche la scelta del campo di ricerca è legata a questa visione di facilitare la diffusione del sapere a livello globale. Infatti la fisica teorica per Creminelli “richiede strumenti minimi (una lavagna, carta e penna) e non grandi infrastrutture come gli acceleratori di particelle; questo la rende più facilmente esportabile nei Paesi con meno risorse e favorisce anche il rientro dei ricercatori nei loro luoghi d’origine, riducendo il rischio di fuga di cervelli”. Anche se oggi i campi di ricerca si sono un po’ ampliati e il centro “si è esteso alla matematica, alle scienze della Terra, ai cambiamenti climatici, ai terremoti. Ma l’idea di fondo è rimasta la stessa: concentrarsi su discipline che possano avere un impatto reale anche in contesti dove le grandi infrastrutture non sono accessibili”.
L’eredità di Abdus Salam, a Trieste e oltre
Dopo aver fondato e diretto il centro di fisica teorica triestino fino al 1993, il fisico pakistano torna a Oxford in Inghilterra dove muore il 21 novembre 1996. La sua salma viene portata in Pakistan e qui decine di migliaia di persone gli rendono omaggio e partecipano al funerale. Salam è sepolto nel cimitero di Rabwah accanto ai genitori: il suo epitaffio diceva originariamente “Primo Nobel musulmano”, ma il governo pakistano ha fatto cancellare la parola “musulmano” in linea con una legge del 1974 che dichiarava la comunità Ahmadiyya, di cui la famiglia Salam fa parte, come non musulmani.
Tornando all’ICTP di Trieste, da una quindicina d’anni c’è una tradizione legata al compleanno del suo fondatore: a fine gennaio viene organizzata una serie di conferenze che quest’anno vertono su temi come l’intelligenza artificiale e il quantum computing. Ma un secolo dopo la nascita di Salam, la sua figura è ancora presente nella vita del centro triestino? La risposta di Paolo Creminelli è affermativa: “anche se io sono arrivato quando lui non c’era più, la sua presenza si sente ancora molto. La sua famiglia è tuttora coinvolta nella vita dell’istituto: almeno una volta all’anno, in occasione di eventi importanti come la consegna delle medaglie Dirac o la fine dell’anno accademico, un rappresentante della famiglia è presente. In queste occasioni emergono spesso aneddoti personali, racconti di chi lo ha conosciuto direttamente. Avendo conosciuto suo figlio e altri familiari, per me Salam è una figura particolarmente vicina”.
Quella del premio Nobel pakistano è dunque una presenza che continua a vivere nella memoria quotidiana del centro, anche perché la sua famiglia ha istituito un premio chiamato Spirit of Abdus Salam che “non è dedicato alla ricerca scientifica in senso stretto — sottolinea Creminelli —ma a chi contribuisce a diffondere la scienza e a incarnare la missione di Salam. Può essere assegnato anche a persone che lavorano nell’amministrazione, ma che hanno fatto qualcosa di speciale per sostenere la scienza nei Paesi in via di sviluppo”.
A cento anni dalla nascita, Abdus Salam resta una figura profondamente attuale. In un mondo in cui la produzione di conoscenza è ancora concentrata in poche aree del pianeta, la sua battaglia per l’accesso equo alla scienza non è affatto conclusa. La sua vita dimostra che l’eccellenza scientifica può nascere ovunque (se le condizioni lo permettono) e che fare fisica teorica può essere anche un atto politico. Salam amava ripetere che la scienza «è il patrimonio condiviso dell’umanità» e forse è questa l’eredità più urgente da ricordare.