Non è il destino, è percezione
Tra crisi climatiche, instabilità economica, notifiche che non dormono mai e un flusso costante di notizie ansiogene, felicità e ottimismo sembrano lussi fuori budget. Eppure continuiamo a ripeterci, a volte per incoraggiarci, altre perché ne siamo convinti, che l’atteggiamento mentale conta. E in effetti può modificare ciò che notiamo, le alternative che consideriamo e la velocità con cui reagiamo.
Questo è, in prima battuta, un discorso psicologico. Ma qualcosa di simile emerge anche quando si osserva il comportamento animale: non basta valutare la realtà esterna, bisogna tenere presente anche lo stato interno con cui viene affrontata: il livello di energia disponibile, la prontezza all’azione, la maggiore o minore apertura verso ciò che circonda l’organismo.
Partendo da due ricerche diverse, cerchiamo di capire se un differente assetto interno — mentale nel caso umano, più corporeo e affettivo nel caso animale — possa rendere più o meno capaci di muoversi dentro contesti complessi.
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Non è magia, è psicologia
Un esperimento molto curioso ce lo racconta Massimo Polidoro nel suo libro Geniale(Feltrinelli 2022): lo psicologo britannico Richard Wiseman reclutò 400 persone, dai 18 agli 84 anni: metà si riteneva molto fortunata, l’altra metà molto sfortunata. L’etichetta che si erano autoassegnate ha avuto un grosso impatto sul compito che dovevano svolgere: contare rapidamente le immagini presenti in un giornale mentre lo sfogliavano. Era un esercizio banale, all’apparenza, ma c’era un trucco: il giornale in realtà era costruito apposta per l’esperimento, e a metà compariva una pagina con una scritta enorme, di quelle che in un contesto normale non potresti ignorare neanche volendo. Diceva: “Smetti di contare, ci sono 43 fotografie”. Molte persone però non lo vedevano, o meglio, non lo registravano, perché erano concentratissime sul compito e continuavano a contare le fotografie, convinte che quello fosse l’unico modo corretto di procedere. Verso la fine del giornale arrivava anche un secondo messaggio: “Di’ allo sperimentatore che hai visto questo messaggio e vinci 250 sterline”. Ebbene, il gruppo dei fortunati autodichiarati tendeva a notare i messaggi, chi si percepiva sfortunato finiva per farseli scorrere davanti rinunciando a una ghiotta occasione. Insomma, chi si considera sfortunato tende a fissarsi su un unico obiettivo e finisce per ignorare opportunità che non rientrano nello schema iniziale, mentre gli altri mantengono uno sguardo più ampio restando abbastanza aperti da accorgersi di ciò che capita lungo il percorso.
Gli studi sulla percezione della fortuna di Richard Wiseman
Questo episodio si appoggia a un lavoro accademico più ampio sulla cosiddetta perceived luck, la fortuna percepita. In diversi studi pubblicati su riviste di psicologia della personalità, emerge un pattern coerente: chi si definisce fortunato tende a essere più curioso, a sopportare meglio l’incertezza e a rileggere gli errori senza viverli come catastrofi definitive. Questo significa mettersi più facilmente nella condizione per cui qualcosa di buono può succedere.
Fin qui potremmo pensare di trovarci davanti a un fenomeno esclusivamente umano, che porta in gioco attenzione, aspettative, interpretazioni, atteggiamenti. Ma se proviamo a spostare lo sguardo fuori dalla nostra specie, viene naturale chiedersi se qualcosa di simile accada anche altrove, dove non ci sono convinzioni sulla fortuna né poster motivazionali appesi alle pareti.
Le ricerche di Wiseman mostrano che la percezione delle opportunità cambia a seconda di come interpretiamo ciò che ci accade. Uno nuovo studio sugli animali suggerisce che, ancora prima dell’interpretazione cosciente, esiste un livello più profondo: lo stato affettivo, cioè il modo in cui il corpo e il sistema nervoso percepiscono una situazione come favorevole o sfavorevole.
Un nuovo approccio
Per decenni l’adattamento animale veniva spiegato quasi esclusivamente in termini esterni: temperatura, risorse, predatori, disponibilità di habitat. Negli ultimi anni, invece, una parte della ricerca biologica ha iniziato a chiedersi se lo stato affettivo influenzi il modo in cui gli animali reagiscono ai cambiamenti dell’ambiente e se quindi esista anche per loro una sorta di filtro decisionale interno che orienta le risposte possibili, pur funzionando in modo diverso.
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L’articolo, pubblicato su Biology Letters propone di rileggere le ricerche esistenti aggiungendo come variabile agli adattamenti ambientali anche ciò che succede dentro l’organismo. In altre parole, gli animali, uomo compreso, reagiscono al mondo esterno, ma lo stato interno con cui lo affrontano orienta le loro decisioni e la loro flessibilità.
Cosa misura il modello affettivo delle decisioni
Quando l’ambiente cambia (aumento delle temperature, rumore, scarsità di risorse…) gli animali possono reagire in tre modi principali. Possono restare adattando il proprio comportamento, come fanno molte specie di uccelli che anticipano o posticipano gli orari di attività per evitare il caldo eccessivo, oppure piccoli mammiferi che riducono i movimenti nelle ore più rumorose o luminose. Possono intervenire sull’ambiente, modificandolo fisicamente: è il caso, per esempio, degli animali che scavano tane più profonde o costruiscono rifugi per isolarsi dalle temperature estreme, o dei castori che alterano il corso dell’acqua creando zone più favorevoli alla sopravvivenza.
Infine possono spostarsi altrove, come avviene nelle migrazioni stagionali o negli spostamenti verso latitudini e altitudini diverse quando le condizioni diventano troppo sfavorevoli.
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Una scorciatoia per arrivare alla decisione
L’ipotesi dell’articolo è che la scelta tra queste possibilità non dipenda soltanto dalle condizioni esterne, ma anche da una variabile interna che orienta la probabilità stessa di agire: lo stato affettivo. Non si tratta di emozioni complesse come quelle solitamente attribuite agli umani, è un indicatore di fondo che combina due coordinate: da un lato la valenza, cioè se una situazione viene implicitamente percepita come favorevole o sfavorevole; dall’altro l’arousal, il livello di attivazione del corpo e l’energia disponibile per reagire.
Stati ad alta attivazione rendono più facile l’iniziativa, l’esplorazione e il tentativo di cambiare assetto anche quando comporta un rischio; stati a bassa attivazione, soprattutto se associati a una valutazione negativa del contesto, possono invece favorire la conservazione dello status quo e ridurre la propensione a cercare alternative. In letteratura queste configurazioni vengono talvolta descritte, per analogia, come dinamiche “simil-depressive”, come una tendenza alla diminuzione dell’iniziativa e dell’esplorazione, anche se non si deve ragionare in chiave diagnostica.
Questo stato di fondo può essere osservato indirettamente attraverso segnali misurabili come i livelli di attività, i tempi di esplorazione, la rapidità con cui un animale abbandona un habitat sfavorevole, gli indicatori fisiologici di stress, e viene interpretato come una sorta di scorciatoia decisionale.
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Prendere decisioni è costoso in termini di tempo e di energia; quando le informazioni sono incomplete, come accade spesso in natura, valutare ogni possibile esito sarebbe antieconomico. Orientarsi verso ciò che promette sollievo o sicurezza e allontanarsi da ciò che viene percepito come un probabile peggioramento delle condizioni diventa un modo per ridurre la complessità e reagire più rapidamente. In ambienti instabili, dove la precisione assoluta è spesso meno utile della tempestività, questa “compressione” delle scelte può trasformarsi in un vantaggio adattivo.
Lo stato interno influenza le scelte
L’autore non sostiene che questo modello valga allo stesso modo per tutte le specie, che non condividono lo stesso livello di complessità nervosa, né pretende di sostituire spiegazioni e approcci esistenti. Propone però di integrarli, ricordando che dove esiste un sistema nervoso complesso lo stato interno non è un dettaglio irrilevante e può aiutare a spiegare perché due individui, davanti alla stessa situazione, reagiscano in modo diverso.
Il filo che collega questa prospettiva biologica alle ricerche psicologiche sulla percezione della fortuna è l’idea che le decisioni non dipendano solo da ciò che accade fuori. Nel caso umano parliamo di attenzione, aspettative e interpretazioni; nel caso animale di energia disponibile e di come una situazione viene implicitamente “pesata” e percepita come favorevole o sfavorevole. In entrambi i casi, tra l’ambiente e la risposta esiste un filtro interno che orienta le possibilità, con la differenza che negli esseri umani questo filtro può essere almeno in parte riconosciuto e modificato.