La memoria a breve termine è più sviluppata nei musicisti e nelle musiciste?
Suonare uno strumento, seguire sia lo spartito che la bacchetta di chi dirige l’orchestra, rispettare il tempo, non sbagliare nessuna nota e, a seconda dei casi, restare pronti a improvvisare un assolo.
Musicisti e musiciste esperti potrebbero avere capacità cognitive differenti rispetto alla media. In particolare, sembra che abbiano una memoria a breve termine migliore rispetto a quella di chi non suona uno strumento musicale.
Questo è quanto emerge dai risultati di un progetto di ricerca internazionale chiamato The music ensemble, guidato dal Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, che ha coinvolto 110 ricercatori afferenti a 33 laboratori diversi in 15 Paesi del mondo, nell’ottica di una scienza aperta, trasparente e collaborativa.
Lo studio è stato coordinato da Massimo Grassi, professore associato di psicologia generale all’Università di Padova, e Francesca Talamini, ricercatrice al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Innsbruck, che hanno progettato questa ricerca per approfondire l’associazione, già descritta in alcuni studi precedenti, tra la formazione musicale e la presenza di alcuni vantaggi a livello cognitivo. Lo scopo era inoltre quello di misurare più approfonditamente l’entità di queste differenze grazie al coinvolgimento di un campione trenta volte maggiore rispetto a quello solitamente raccolto per questo tipo di studi.
Musica e memoria
Allo studio hanno partecipato infatti ben 1200 persone tra i 18 e i 30 anni, di cui 600 musicisti e musiciste esperte (con più di dieci anni di esperienza, formazione e pratica musicale alle spalle) e 600 che invece non suonavano alcuno strumento.
“Abbiamo indagato tre domini differenti della memoria a breve termine” spiega Talamini. “Quella musicale (che consiste nel ricordo e nel riconoscimento di una melodia) quella verbale (la capacità di ricordare lettere e parole) e quella visuo-spaziale (che consente di memorizzare le posizioni di diversi oggetti in un determinato spazio)” attraverso specifici test.
Sono state misurate anche l’intelligenza fluida (la capacità di risolvere problemi in modo rapido e flessibile), l’intelligenza cristallizzata (l’insieme di conoscenze e abilità acquisite attraverso l’esperienza) e le funzioni esecutive (la capacità di pianificare, prendere decisioni e adattarsi a nuove situazioni), oltre che i tratti della personalità e lo status socioeconomico.
Le persone che suonano uno strumento musicale hanno dimostrato di possedere una memoria a breve termine più sviluppata rispetto alle altre. “Com’era prevedibile, hanno ottenuto risultati migliori nei test relativi al dominio musicale, dove hanno registrato in media il 29% di risposte corrette in più”, precisa Talamini. “Ma hanno riportato punteggi più alti (rispettivamente del +6% e del +4%) anche nei compiti di memoria visuo-spaziali e verbali, sebbene in questo caso abbiamo osservato un divario inferiore rispetto a quello descritto in altri studi”.
“Grazie all’ampiezza del campione, i dati raccolti hanno permesso di individuare alcune sottili differenze a favore dei musicisti anche per quanto riguarda l’intelligenza fluida e cristallizzata, oltre che le funzioni esecutive”, aggiunge Grassi. “Si tratta di dimensioni che potrebbero contribuire a spiegare i vantaggi dei musicisti e delle musiciste nella memoria a breve termine”.
“Chi suona uno strumento mostra livelli mediamente più elevati di apertura all’esperienza”, riporta Talamini. “Un risultato che non sorprende perché questa dimensione della personalità si basa sulla valutazione di tratti caratteriali come la curiosità e l’interesse per le discipline artistiche. I musicisti, comunque, hanno mostrato anche tassi leggermente più alti di estroversione e gradevolezza”.
Le persone che hanno una formazione musicale alle spalle hanno inoltre maggiori probabilità di provenire da famiglie con status socio-economico più elevato. “Sappiamo che crescere in un contesto privilegiato rappresenta un vantaggio per la cognizione nei primi anni dello sviluppo”, sottolinea Grassi. “Si tratta, quindi, di una variabile in più da tenere in considerazione, insieme alle altre, per interpretare più approfonditamente le differenze osservate, senza ridurle solamente a una questione di memoria”.
Resta da chiarire il motivo per cui i musicisti e le musiciste presentano i suddetti vantaggi cognitivi, rispetto alle altre persone. D’altronde, lo studio era stato progettato per misurare la correlazione tra le abilità mnemoniche e la formazione musicale e non, quindi, per rilevare un’eventuale relazione di causa-effetto.
“I nostri dati non forniscono una risposta a questa domanda”, sottolinea Talamini, “anche perché, in un lavoro con oltre cento autori, ognuno dei quali ha alle spalle percorsi di ricerca e opinioni differenti, le interpretazioni proposte sono necessariamente diverse. Alcuni membri del nostro team sono più propensi a ritenere che le differenze osservate precedano lo studio musicale: chi diventa musicista potrebbe avere di per sé delle caratteristiche cognitive, motivazionali, di personalità o un tipo di background socio-economico che aumentano la probabilità di intraprendere e perseguire con successo questo tipo di percorso.
Altri autori, invece, considerano la formazione musicale come una sorta di “palestra” che permette di esercitare la memoria e le altre capacità cognitive in un contesto specifico, come quello artistico. Secondo tale ipotesi, questo tipo di “allenamento” consentirebbe ai musicisti e alle musiciste di ottenere prestazioni migliori anche in altri ambiti, attraverso un effetto di transfert”.
L’unione fa la forza
La ricerca rappresenta una novità anche dal punto di vista metodologico, perché il coinvolgimento di tante diverse accademie e istituti di ricerca in tutto il mondo ha consentito agli autori e alle autrici di superare alcuni dei limiti che solitamente caratterizzano questi studi.
“Solitamente i singoli laboratori riescono a coinvolgere in questo tipo di ricerca solo 20 o 30 musicisti, insieme ad altrettanti non musicisti”, spiega Grassi. “Per superare questo limite, in psicologia, nelle scienze sociali e nelle neuroscienze si sta affermando un nuovo approccio che prevede la collaborazione tra molti diversi gruppi di ricerca, che invece di lavorare ognuno per sé, collaborano sulla base di una stessa metodologia condivisa e riescono quindi a coinvolgere, in totale, un numero molto elevato di partecipanti”.
Per garantire che tutti i ricercatori adottassero gli stessi criteri di raccolta e analisi dei dati, lo studio è stato condotto come registered report. “Il protocollo di ricerca è stato definito e sottoposto alla rivista prima di iniziare l’indagine”, spiega Talamini. “Una volta approvato dai revisori in principle acceptance (decisione che garantisce, tra l’altro, la pubblicazione della ricerca a prescindere dai risultati ottenuti) abbiamo contattato i laboratori coinvolti, ognuno dei quali ha iniziato a lavorare seguendo la stessa metodologia prestabilita, in modo tale che i dati raccolti fossero direttamente confrontabili. Questo processo garantisce inoltre trasparenza in ogni fase della ricerca e rende dati e metodi accessibili a chiunque voglia analizzarli ulteriormente, nell’ottica di una scienza aperta e collaborativa”.
Grassi evidenzia anche altri vantaggi di questo approccio, che “permette di estendere la partecipazione alla ricerca a paesi solitamente poco rappresentati nell’editoria scientifica internazionale e massimizza i finanziamenti stanziati, perché il guadagno in termini di conoscenza ottenuta supera di gran lunga il totale degli investimenti dei singoli laboratori”.
Prospettive future
“Come spesso accade nella ricerca scientifica, l’analisi dei dati raccolti ha fatto sorgere molte più domande che risposte”, prosegue Grassi. “L’ampia dimensione del campione, infatti, ci ha permesso di esplorare anche alcune differenze interne al gruppo dei musicisti, legate al tipo di strumento specifico, al genere musicale praticato o all’abitudine di suonare preferibilmente a orecchio o seguendo lo spartito. Dalle prime analisi è emerso, per esempio, che la memoria visuo-spaziale di chi suona il pianoforte sembra essere maggiormente sviluppata rispetto a quella di chi canta. Il prossimo passo, quindi, sarà quello di scandagliare più a fondo i dati già raccolti per approfondire questa e altre ulteriori correlazioni.
Dopodiché, sarebbe interessante allargare ulteriormente il campione comprendendo anche popolazioni con tradizioni musicali diverse da quella occidentale, per capire se le differenze osservate dipendano anche da fattori culturali.
Ci auspichiamo che la metodologia di indagine che abbiamo definito venga utilizzata, in futuro, anche in altri studi sull’argomento, in modo tale che i risultati raccolti in quest’ambito di ricerca d’ora in poi siano più facilmente confrontabili, nell’ottica di rendere la ricerca su questo tema più sistematica e meno frammentaria.
Speriamo, infine, di contribuire a smentire quell’idea per certi versi “ottocentesca” secondo la quale la scienza sia un’impresa individuale, in cui un unico geniale ricercatore arriva a una scoperta grandiosa lavorando da solo. Al contrario, l’attività scientifica è un processo collaborativo, che nasce dal confronto tra competenze, contesti e punti di vista diversi”.