Honduras, una vittoria per Trump: il nuovo presidente è Nasry Asfura
Dopo quasi un mese di attesa, tra guasti informatici, ingiustificabili ritardi nello spoglio e palpabili sospetti di brogli, l’Honduras ha finalmente annunciato il nome del suo nuovo presidente: sarà Nasry “Tito” Asfura, 67 anni, il candidato della destra, del Partido Nacional de Honduras, potente imprenditore edile, ex sindaco di Tegucigalpa, platealmente e minacciosamente sostenuto dal presidente americano Donald Trump durante la campagna elettorale. I conteggi finali dicono che Asfura ha sopravanzato d’un soffio, con un vantaggio dello 0,74%, pari a poco più di 27.000 voti (su un corpo elettorale di oltre 5 milioni di votanti) Salvador Nasralla, un ex giornalista sportivo assai noto in patria, centrista, affiliato al Partito Liberale, che per la terza volta correva per la presidenza, e che di nuovo non è riuscito a completare l’impresa. Molto distanziata Rixi Moncada, avvocata, candidata di Libertad y Refundación (Libre), il partito d’ispirazione socialista della presidente uscente Xiomara Castro, che da questa tornata esce nettamente sconfitto. Un’elezione a maggioranza semplice, come prevede la legge elettorale honduregna, senza possibilità di un ballottaggio o di un secondo turno. Il presidente eletto, che peraltro è figlio di emigrati palestinesi, entrerà in carica il 27 gennaio e al termine del mandato di 4 anni non potrà essere rieletto. Gli elettori hanno inoltre votato per il rinnovo del Congresso nazionale monocamerale, composto da 128 membri, per la nomina dei 20 rappresentanti del PARLACEN (il Parlamento dell’America Centrale) e per i sindaci dei 298 comuni del paese. «Oggi, con profonda gratitudine, accetto l’onore di poter lavorare per voi», ha dichiarato Asfura nel suo primo comunicato, proponendosi come “forza unificante” per l’Honduras. «Cammineremo insieme con determinazione: non vi deluderò».
Aquí nacimos, aquí vivimos y aquí nos vamos a morir. ¡Viva Honduras! #BicentenarioHonduras #PapiALaOrden pic.twitter.com/obVWHxzSM2
— Papi a la Orden (@titoasfura) September 15, 2021
Tra sospetti e minacce
Un conteggio lentissimo, che paradossalmente s’è concluso con un’accelerata improvvisa il giorno di Natale, quando il Consejo Nacional Electoral (CNE, responsabile delle operazioni di spoglio) ha proclamato il vincitore prima di completare la revisione di tutte le schede elettorali, sulla base di un “controllo speciale” avviato le scorse settimane proprio per ricontare i voti segnalati come “incoerenti”. Insomma, l’Honduras ha un presidente, ma restano le ombre: che erano già emerse dal rapporto stilato dalla Missione di controllo sulle operazioni di voto dell’Unione Europea. Il presidente della Missione, l’eurodeputato portoghese Francisco Assis, aveva scritto nel rapporto che le elezioni si erano svolte «in un ambiente teso e molto polarizzato», e che «le controversie politiche hanno influenzato sia il funzionamento sia del Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) sia del Tribunale di Giustizia Elettorale (TJE)». Il tutto mentre aleggiava la minaccia tutt’altro che velata del presidente americano Donald Trump, lanciata alla vigilia del voto: «Se i funzionari elettorali tenteranno di manomettere i risultati delle elezioni presidenziali, per l’Honduras ci sarà un inferno da pagare». Visto l’esito, non sapremo mai se si trattava di un bluff.
Lo stesso Asfura, nella sua prima intervista da presidente, rilasciata alla CNN, ha ammesso che più di qualcosa nella macchina elettorale non ha funzionato: «Ci sono stati problemi e devono essere corretti: la legge elettorale dev’essere rivista. Ma alla fine abbiamo i dati reali, e dobbiamo rispettarli». Poi ha definito “spontaneo” l’esplicito sostegno ricevuto dal presidente americano («Mi ha sorpreso, ma non è stato decisivo per l’esito del voto»), rimarcando tuttavia la sua intenzione di mantenere un legame stretto con gli Stati Uniti («È il nostro partner commerciale più importante»), dove vivono circa due milioni di honduregni, e le rimesse, quest’anno pari a oltre 10 miliardi di dollari, sono di vitale importanza per l’economia della nazione dell’America centrale. Il Segretario di Stato USA Marco Rubio è stato tra i primi a congratularsi con Asfura: «Il popolo dell’Honduras ha parlato», ha scritto in un post su X. «L’amministrazione del presidente Trump non vede l’ora di collaborare con l’amministrazione Asfura per promuovere prosperità e sicurezza nel nostro emisfero». Un emisfero che prende sempre più “sembianze trumpiane”, dopo le vittorie dei conservatori avvenuti in Cile, Bolivia, Perù e Argentina.
Pleased to congratulate President-Elect @titoasfura @papialaordenh for his clear victory during our phone call today. The United States looks forward to furthering our strong partnership with Honduras to benefit both our countries and our region, including expanding economic…
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) December 26, 2025
Corruzione, violenza e povertà
Nasry Asfura avrà comunque un compito non semplice da affrontare: tentare di risollevare le sorti di un paese divorato dalla povertà e dalle disuguaglianze (soprattutto tra i più giovani e chi abita nelle zone rurali), dalla vulnerabilità agli effetti degli eventi climatici, dalla corruzione endemica e dalla diffusa violenza: secondo il Global Peace Index 2025, elaborato dall’Institute for Economics & Peace (IEP), l’Honduras è al 39º posto nella classifica dei paesi più insicuri al mondo. Il tasso di povertà, che aveva raggiunto il 73% a livello nazionale, è calato quest’anno al 60,3% secondo le stime fornite dal governo uscente. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) l’insicurezza alimentare colpisce circa 1,7 milioni di honduregni, soprattutto a causa dei danni ai raccolti prodotti dalle inondazioni e dalle siccità. «L’insicurezza alimentare e nutrizionale è un problema strutturale in Honduras strettamente legato alla mancanza di reddito e alla disoccupazione», aveva dichiarato pochi mesi fa Héctor Figueroa, direttore dell’Istituto di Ricerca Sociale. «Questa crisi non è un fenomeno isolato, colpisce le famiglie più povere, specialmente nel Corridoio Secco (una striscia di terra che attraversa El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua, considerata tra le più vulnerabili a siccità, povertà e mancanza di opportunità economiche). Attualmente, più di 6,7 milioni di honduregni vivono in povertà e 4,4 milioni si trovano in una situazione di povertà estrema (quando non si dispone - o si dispone con grande difficoltà o intermittenza - delle primarie risorse per il sostentamento umano, come acqua, cibo, vestiario, abitazione): di questi, 1,3 milioni sopravvivono con meno di un dollaro al giorno».
Le ingerenze degli Stati Uniti
Ma non c’è dubbio, nonostante il presidente eletto abbia tentato di minimizzare, che sia stato tutt’altro che secondario il ruolo svolto da Donald Trump, che sempre più sposta il confine del “possibile” nell’ingerenza nelle questioni altrui, spesso lanciando minacce, sostenendo i candidati “amici” e denigrando gli avversari, definendoli spesso “comunisti” o narcotrafficanti. Proprio lui che, alla vigilia delle elezioni honduregne, aveva deciso di concedere la grazia all’ex presidente Juan Orlando Hernández, dello stesso partito di Asfura, che da oltre un anno soggiornava nel penitenziario statunitense di Hazelton in West Virginia, in base a una condanna a 45 anni di carcere perché coinvolto in un colossale traffico di droga che in dieci anni aveva fatto arrivare negli Stati Uniti oltre 400 tonnellate di cocaina. «Con Asfura - aveva proseguito Trump pochi giorni prima del voto - potremo lavorare insieme per combattere i narcocomunisti e contrastare il narcotraffico». Strana postura per un presidente che della lotta al narcotraffico ha fatto la sua bandiera e che proprio in nome di questo “principio” ha giustificato e scatenato una campagna senza precedenti di attacchi mortali contro imbarcazioni venezuelane che, secondo una convinzione unilaterale degli Stati Uniti, mai supportata da prove concrete condivise, trasportavano droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Dall’inizio di settembre a oggi almeno 30 imbarcazioni sono state bombardate (qui una cronologia dell’escalation degli attacchi voluti dalla Casa Bianca): il bilancio, a novembre, era di 87 vittime. Con il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth finito al centro di una bufera politica perché, come ha rivelato la scorsa settimana il Washington Post, durante uno degli attacchi, al largo della costa di Trinidad, aveva dato l’ordine “di uccidere tutti”, anche i superstiti. Mentre pochi giorni fa la Cia ha ammesso di aver attaccato con droni “una zona portuale del Venezuela”: si tratta del primo attacco eseguito “su terra” venezuelana. «C’è stata una grande esplosione nell’area del molo dove caricano le barche con la droga», ha poi ammesso lo stesso Trump. Il governo venezuelano finora non ha confermato, né commentato, l’accaduto.
Peraltro: la motivazione trumpiana di “voler fermare il traffico di droga” appare del tutto pretestuosa, dal momento che, come conferma il World Drug report 2025, stilato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, passa solo in minima parte dal Venezuela, quanto piuttosto da Messico e Colombia. Quanto alla grazia concessa a Hernández, Trump come al solito modella il diritto sulla base delle sue opinioni personali: ha definito l’ex presidente dell’Honduras «vittima di una caccia alle streghe» promossa dall’amministrazione Biden: «L’accusa nei suoi confronti è stata orribile e ingiusta». In risposta alla mossa di Trump, il procuratore generale dell’Honduras, Johel Zelaya, ha emesso un mandato d’arresto internazionale per l’ex presidente Hernández, di fatto impedendogli di tornare in patria: la procura locale aveva già dimostrato che i suoi legami con i gruppi criminali honduregni erano cominciati già nel 2009, quando era deputato. Ora bisognerà vedere se, e come, il nuovo presidente dell’Honduras deciderà di occuparsi della vicenda.
Trump e il fascino del petrolio
Il problema tuttavia non è soltanto quel che Trump ritiene giusto o sbagliato, ma quanto le sue convinzioni possano incidere sui futuri assetti geopolitici nell’area compresa tra il Centro e il Sud America. Perché appare evidente che l’improvvisa attenzione della Casa Bianca a quel che succede in Honduras sia indissolubilmente legata all’operazione Venezuela: vale a dire al tentativo di rimuovere Maduro dalla presidenza con la minaccia di un intervento militare, in barba non soltanto al buonsenso ma anche a qualsiasi regola scritta nei trattati internazionali (oltre che nella Carta delle Nazioni Unite). Alla fine di novembre c’è stata anche una telefonata tra i due presidenti, con Trump che ha offerto a Maduro un “salvacondotto” in cambio della sua rinuncia (offerta rifiutata). Trump sta dunque cercando “punti d’appoggio” da dove attaccare, almeno potenzialmente, il Venezuela: che, non dimentichiamolo, possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo, stimate in 303 miliardi di barili, davanti all’Arabia Saudita (267 miliardi) e all’Iran (207). Anche se la maggior parte delle riserve venezuelane è costituita da greggio “pesante acido”, il più difficile e costoso da estrarre. Ma anche il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha dichiarato alla CNN che, secondo lui, la vera motivazione è lì: «Trump non sta pensando a rendere il Venezuela più democratico, tanto meno al traffico di droga: il vero obiettivo è il petrolio». L’area dei Caraibi è oggi presidiata da almeno 10 navi da guerra statunitensi, compreso un sottomarino nucleare e la più grande portaerei di cui dispongono, la USS Gerald R. Ford, che attualmente si trova nelle acque antistanti St. Thomas, alle Isole Vergini Americane. Avere in Honduras un’amministrazione compiacente è perfettamente funzionale al progetto dell’amministrazione Trump, anche se, come sostiene David Smilde, professore al Center for Inter-American Policy and Research della Tulane University di New Orleans, «il 70% degli americani si dice contrario a un intervento in Venezuela». Come è funzionale anche l’operazione, più “discreta”, sotto traccia, realizzata con Trinidad e Tobago, stato che si trova appena a 7 miglia di distanza dal Venezuela, dove nei giorni scorsi sono sbarcati centinaia di marines e dove la prima ministra Kamla Persad-Bissessar ha autorizzato l’installazione di un radar militare, sostenendo che si trattava di una «strategia per combattere il traffico di droga», evitando di fornire ulteriori particolari «per difendere la sicurezza nazionale». Ma le reazioni sono state veementi, nonostante il ministro della difesa di Trinidad e Tobago, Wayne Sturge, abbia negato qualsiasi connessione con la diatriba Usa-Venezuela: «Non siamo una rampa di lancio per alcuna operazione militare». Marvin Gonzales, deputato dell’opposizione ed ex ministro della sicurezza nazionale, ha accusato il primo ministro e i suoi ministri di aver ingannato il paese: «Hanno venduto l’anima della nazione, i nostri antenati si stanno rivoltando nelle tombe».
Per l’Honduras si apre ora una nuova pagina densa di incognite. Perché se da un lato il risultato del voto presidenziale scongiura i possibili tagli agli aiuti che gli Stati Uniti annualmente forniscono al paese (attualmente pari a oltre 102 milioni di dollari) dall’altro c’è il rischio altissimo che proprio la polarizzazione politica porti a un incremento dei disordini sociali, in una nazione che ha uno dei più bassi livelli di sviluppo umano delle Americhe, dove dilaga la violenza delle gang criminali, dove i femminicidi sono drammaticamente in aumento, dove lo “stato d’emergenza”, di proroga in proroga, è ormai la norma, con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che ancora lo scorso maggio denunciava: «L’attuazione dello stato di emergenza ha portato a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziarie, sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e perquisizioni senza supervisione giudiziaria».