CULTURA

Teatro: The Spank di Kureishi, sculacciata alla disumanità

In questo periodo così oscuro per il teatro, le compagnie si ingegnano per offrire surrogati, alternative in streaming allo spettacolo dal vivo che è la ragion d’essere di questa forma d’arte. Lo fanno andando per tentativi, sperimentando, osando con maggiore o minore audacia. Assistiamo così a volte a semplici pièce filmate, senza alcuno sforzo di adattarne la regia alle differenti esigenze del piccolo schermo; a volte invece ci imbattiamo in esplorazioni riuscite, sconfinamenti azzardati che ci consentono di mantenere il contatto con un mondo che amiamo, e di osservarlo in modo diverso, da angolazioni inedite. Si moltiplicano anche per il teatro, ad esempio, i “making of”, piccoli documentari che testimoniano il processo che porta alla costruzione di un allestimento. È un genere che per il cinema è diffusissimo, mentre è molto raro per il teatro, quasi fosse dissacrante svelare il dietro le quinte della messinscena di un testo.

Anche il Teatro Stabile di Torino ha voluto misurarsi nella sfida, e con il progetto Camere Nascoste propone al pubblico di casa tre cortometraggi che raccontano il lavoro, forzosamente interrotto dal Covid, per portare sul palco due opere ispirate a testi pirandelliani, Così è (se vi pare) e Il piacere dell’onestà, e soprattutto quello che si presentava come uno dei grandi eventi della stagione troncata: la prima mondiale di The Spank (La sculacciata), che Hanif Kureishi ha deciso di far debuttare proprio a Torino. In questo caso, quindi, la curiosità è sollecitata due volte: non solo sbirciamo il farsi di un allestimento inedito, ma assaggiamo i primi frammenti di un testo mai andato in scena e donato all’Italia da uno scrittore e drammaturgo molto noto. Kureishi è familiare al pubblico italiano soprattutto per le sceneggiature di due notevoli film diretti da Stephen Frears negli anni Ottanta “thatcheriani”: My Beautiful Laundrette, storia di un amore omosessuale interetnico cui fa da sfondo la relazione tra inglesi e comunità pakistana, e Sammy e Rosie vanno a letto, in cui il matrimonio di una coppia anglo-indiana aperta alle avventure è lo spunto per tornare sui temi dell’integrazione mancata e del razzismo nella società britannica.

Emarginazione, dunque, diversità sessuale, etnica o economica, mancanza di umanità e di capacità di comunicare. In The Spank, per quanto riusciamo a cogliere dai brevi brani anticipati dal documentario diretto da Lucio Fiorentino, la chiave è proprio l’umanità dei personaggi, Sonny e Vargas, due professionisti di mezza età e amici da sempre, che durante i ritrovi al pub compiono una periodica, dolorosa autoanalisi della propria condizione di uomini “arrivati”. A partire dai loro matrimoni, frustranti in modo diverso: Vargas se ne tiene avvinghiato, nell’illusoria felicità di un quadro familiare che è solo la maschera di un fallimento, mentre Sonny tenta, con un’avventura extraconiugale, di sfuggire al tormento per un rapporto ormai inaridito. Incontri-scontri che toccano, inevitabilmente, gli aspetti dolenti dell’età dei bilanci: l’incapacità di comprendere i figli, il pensiero della morte, la mancanza di amore. E che giungeranno all’apice con il tradimento che uno dei due infliggerà all’altro.

L’abilità di Kureishi è nel trattare temi tanto laceranti e profondi con mano lieve, utilizzando dialoghi semplici, da chiacchierata al bar: spontaneità cui Valerio Binasco e Filippo Dini conferiscono spessore con una recitazione antiretorica, rapida e priva di enfasi. Il cortometraggio di Fiorentino ci porta a conoscere i protagonisti di questa messinscena in fieri: dalla traduttrice Monica Capuani, che racconta il fulmineo accordo tra lo scrittore e lo Stabile per questa nuova produzione, allo stesso Kureishi, che descrive il piacere immenso nel vedere la propria opera che si fa scena; dalla scenografa Laura Benzi, che spiega come ha costruito il pub, luogo della memoria e della malinconia, che ospita i match tra i coprotagonisti, al light designer Pasquale Mari. E poi ci sono loro, Valerio Binasco e Filippo Dini (che curerà la regia teatrale), attori-coautori per un testo riveduto quattro volte da Kureishi dopo il confronto con gli interpreti. Assistiamo a questa mezz’ora di spettacolo in nuce, e ci assale un desiderio folle di vederlo rappresentato in teatro, in mezzo a un pubblico in carne e ossa. E questo malgrado la regia di Fiorentino sia programmaticamente “sporca”, con un montaggio brusco, riprese a mano, interviste a volte troncate troppo presto. Le briciole di The Spank che ci vengono gettate, con queste ondate di verità e dolore che sgorgano da parolacce da pub (troppe) e risate scomposte, ci invogliano a scoprire di più, a voler tornare in una sala scura a sognare due amici di mezza età che ci raccontano, litigando, il senso dell’essere al mondo, e l’effetto prodigioso della parola che si anima sul palco.

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