SOCIETÀ

Negli ultimi due anni in Italia sono state emesse 178 interdittive antimafia al mese

Due anni di pandemia, due anni che hanno cambiato le nostre vite. Il bilancio forse è ancora presto per farlo, visto che la situazione sanitaria non è ancora tornata alla normalità e quella geopolitica ha raggiunti livelli che non si vedevano da intere generazioni, creando nuova disperazione tra vittime innocenti di decisioni sconsiderate. Ciò che però è possibile analizzare è il dettaglio di alcuni settori. Quello della criminalità organizzata in Italia è purtroppo uno di quelli che non devono essere sottovalutati.

Di mafie se ne parla sempre troppo poco ma i dati elaborati da Libera per quanto riguarda l’ultimo biennio ci fanno capire, usando un gergo che ultimamente abbiamo sentito spesso, come questa sia una variante molto pericolosa. Lo è perché nel biennio 2020/2021 si è registrato un +24% per  le segnalazioni sospette e ben 3.919 interdittive antimafia. Significa una media di 178 al mese con un incremento percentuale del 33% rispetto al biennio 2018/2019.

 

Nell'ultimo biennio le prefetture hanno emesso 178 interdittive antimafia al mese

Libera e Lavialibera, coautori del report, l’hanno chiamata la “variante criminalità” ed hanno analizzato tutti i numeri del contagio criminale nei due anni di pandemia nel quale sono stati elaborati dati e analisi delle Forze dell'Ordine, del Ministero dell'Interno e degli  studi e rapporti sul riciclaggio della Banca d’Italia. Un confronto con il biennio precedente che parte dai dati di alcuni reati spia, cioè quelle condotte che riflettono in sé il pericolo di infiltrazione mafiosa. Hanno preso le interdittive antimafia, le segnalazioni sospette dell'Uif, i reati di usura, di estorsione e riciclaggio denaro, i delitti informatici e truffe e frodi informatiche per tracciare un quadro più chiaro possibile di ciò che è successo in Italia durante la pandemia. Sappiamo che i tempi della giustizia sono per forza di cose più lunghi, ma quest’analisi permette di mettere assieme diversi elementi che possono ipotizzare una tendenza.

 

Negli ultimi due anni le segnalazioni sospette complessivamente hanno raggiunto la cifra di 252.711 con un incremento del 24% rispetto al biennio pre-pandemico 2018/2019. Una variante questa che non è solo mafiosa. È sempre più importante infatti riconoscere come il confine tra mafia e “normale” illegalità sia sempre più sottile. Ci sono grandi aziende che di mafioso non hanno nulla ma che fanno caporalato con i loro lavoratori, operatori economici che vanno a cercare i servizi della mafia per stare sul mercato e faccendieri corrotti che fanno da ponte con le organizzazioni criminali. Come si legge nella premessa del report di Libera e come  ha sottolineato più volte l’ex Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho “da tempo le organizzazioni criminali hanno capito che l’indice non serve più per sparare ma per movimentare denaro.” 

 

Da tempo le organizzazioni criminali hanno capito che l’indice non serve più per sparare ma per movimentare denaro Federico Cafiero De Raho - Procuratore Nazionale Antimafia

Il 2022 non è un anno qualsiasi, sono i 30 anni dalle stragi mafiose di Capaci e Via D’Amelio ed è un anno in cui non bisogna perdere l’occasione di cercare di capire come si sono evolute le mafie. Guardare con gli occhi di 30 anni fa infatti è pericoloso e fa perdere gran parte della situazione. Come ha dichiarato il Comandante Generale della Guardia di Finanza Giuseppe Zafarana nell’audizione in Commissione Antimafia del maggio 2021 “Il nuovo volto del manager mafioso è in grado di esprimere contemporaneamente prevaricazione e affidabilità, intimidazione e professionalità”.

Professionalità che puntano inevitabilmente alle zone dove gira più denaro, e non possono essere esenti da mire mafiose i fondi del PNRR. Proprio per questo è necessario sia guardare al lavoro della magistratura analizzando le sentenza, ma ancor più importante è riconoscere i reati spia. Come abbiamo detto precedentemente il dato sulle interdittive antimafia è particolarmente interessante. Dal 1 gennaio 2020 al 31 dicembre 2021 sono state 3.919, cioè una media di 178 al mese con un incremento del 33% rispetto al biennio precedente. Le interdittive antimafia sono emesse dalle prefetture nei confronti di aziende controllate o condizionate dalle organizzazioni criminali e sono uno dei pochi mezzi preventivi. Di fatto sono un provvedimento amministrativo che limita la capacità giuridica delle società destinatarie, cioè blocca i rapporti che la società stessa potrebbe avere con la pubblica amministrazione, rendendo impossibile la partecipazione ad appalti pubblici o al rilascio di concessioni ed erogazioni.

3.919 società interdette sono un numero da non sottovalutare, così com’è utile vedere quali sono le regioni che hanno avuto un incremento maggiore negli ultimi due anni. ​​Al primo posto troviamo la Sardegna con il 600% in più. In termini assoluti però fa ancora peggio il Veneto, che, al contrario della Sardegna con 12, ha visto ricevere 120 interdittive antimafia in due anni. Un +417% che significa ben 5 interdittive al mese. Sempre in termini assoluti il maggior numero di interdittive ha colpito la Campania (929 nel biennio pandemico), seguita dalla Calabria (914) e dalla Sicilia (466, dove però si registra un calo del 31% rispetto al biennio 2018/19).

 

“Le nuove mafie - commenta Libera - sono 'imprenditoriali', flessibili, capaci di costituirsi in network per diffondere il più possibile il loro raggio di azione. Sono mafie che sparano meno non per sopraggiunti scrupoli morali, ma perché, semplicemente, non gli conviene: col denaro e con la corruzione, soprattutto nelle circostanze straordinarie che provocano danni per la collettività, ottengono quello che prima ottenevano con la violenza diretta e con le armi. Una variante “criminalità” che non è solo mafiosa, con operatori economici che vanno a cercare i servizi della mafia per stare sul mercato e faccendieri e corrotti che fanno da ponte con le organizzazioni criminali”.

A questo bisogna guardare con attenzione, considerando anche il dato di circa 9mila ristoranti che secondo Libera potrebbero trovarsi in condizioni di vulnerabilità finanziaria. Secondo le stime inserite nel report i ricavi della ristorazione avrebbero registrato un crollo nel 2020 (-56%) che si è tramutato in un forte deficit di liquidità. Proprio per questo il drammatico peggioramento delle condizioni economiche potrebbe far aumentare il rischio di infiltrazioni criminali.

“Un locale è attrattivo per la criminalità perché consente il riciclaggio - commenta Libera - grazie alla movimentazione del denaro e il controllo del territorio soprattutto nelle realtà periferiche.  Insomma i boss userebbero dei prestanome per creare società che comprano e vendono rapidamente le attività. “Ristrutturano con frequenza, giocano sui giri di fatture gonfiate, chiudono e ricominciano da un’altra parte con un turn over frenetico, che richiede una vigilanza e un monitoraggio preventivo sui contratti di acquisto e sulle licenze”. Un ristorante o una pizzeria “criminale” non la si vede dall’esterno e nemmeno mangiandoci una pizza, non la si riconosce dall’insegna anche se può essere sempre più vicina di quanto pensiamo. Le attività sembrano quasi sempre normali attività del settore che però alle loro spalle hanno un’idea criminale. Come abbiamo visto commentando la ricerca sulle aziende “criminali” del prof. Antonio Parbonetti dell’università di Padova, le mafie “sono portatrici di un disegno, di una visione cdi società. È anche per questo che bisogna combatterle perché rappresentano anche un a limitazione alla libertà anche in ambito economico”.

Negli ultimi due anni poi, sono stati elargiti diversi fondi e soprattutto c’è stata una richiesta specifica di alcuni settori produttivi, come quelli dei prodotti sanitari. Nella prima fase della pandemia infatti, come si legge nel report di Libera, “è emerso l’interesse anche di soggetti presumibilmente legati ad ambienti della criminalità organizzata a entrare nel comparto della produzione o della commercializzazione di prodotti sanitari, medicali e di dispositivi di protezione individuali. Significative di questa fase le frodi connesse alla vendita (ed eventuale mancata consegna) di dispositivi di protezione a prezzi apparentemente sproporzionati rispetto a quelli di mercato e, in qualche caso, l’aggiudicazione delle commesse, a seguito di gare pubbliche, a imprese i cui esponenti detenevano interessenze in società destinatarie di interdittive antimafia”.

La seconda fase invece è stata ancora più subdola, con l’entrata in scena di quell’area grigia di cui spesso si sente parlare. Secondo uno studio della Direzione Investigativa antimafia, condotto a settembre e ottobre 2020, sono state rintracciate 270 imprese che avevano incassato fondi previsti per la crisi da pandemia e che risultavano colpite da interdittiva antimafia.

Il report di Libera quindi offre uno spaccato di un fenomeno che “meno se ne parla e più agisce”. La ripresa post-pandemia, i fondi del PNRR, le opere pubbliche in vista dei grandi eventi, i bonus edilizi sono tutte partite in cui la criminalità organizzata vorrà giocare le sue carte. Sta alla magistrature ed alle forze dell’ordine la repressione, ma sta alla società il monitoraggio civico della situazione. Affidare ad imprese sane i propri lavori, non cercare scorciatoie, segnalare situazioni sospette anche attraverso il whistleblowing, possono essere tutti dei piccoli passi che permettono alla nostra società di essere un po’ più sana. Escludere le mafie significa far rinascere un territorio, qualsiasi esso sia ed anche se le mafie stesse sembrano non esserci. La criminalità organizzata va anche e soprattutto dove ci sono i soldi, sta a tutti noi non girarci dall’altra parte.

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