La riforma a pezzi della governance accademica mina l’autonomia delle università
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Circa un anno fa, il 16 dicembre 2024, dall’aula magna dell’Università per stranieri di Siena, un gruppo di rappresentanti delle Società scientifiche italiane lanciava un allarme: l’imminente legge di bilancio avrebbe tagliato risorse a università e ricerca per più di 700 milioni di euro nel triennio 2025 – 2027. Inoltre, avvertiva che la riforma del preruolo universitario, che in quei mesi stava prendendo forma, avrebbe fatto fare un passo indietro rispetto all’inquadramento del contratto di ricerca, introducendo figure precarie e poco tutelate.
Quella riforma è diventata legge nel corso del 2025, con un emendamento a un decreto che ufficialmente serviva a mettere i conti in ordine per ricevere una rata dei fondi del PNRR. Da quest’anno sono così state introdotte le figure di incarico di ricerca e incarico di postdoc, che consentono ai dipartimenti di gravare meno sui bilanci degli atenei, al prezzo però di dare meno garanzie e tutele a giovani ricercatori e ricercatrici, come ha ripetutamente segnalato ADI, Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia.
Oggi siamo di nuovo prossimi all’approvazione della legge di bilancio e secondo la Rete delle Società Scientifiche all’orizzonte ci sono nuovi e vecchi rischi per l’autonomia accademica e la libertà di fare ricerca nelle università italiane.
Sottofinanziamento strutturale
La madre di tutti i problemi del sistema universitario italiano è la scarsità dei finanziamenti. Proprio con il PNRR si era riusciti a sollevare di qualche punto percentuale il finanziamento pubblico, portandolo allo 0,7% del Pil, una percentuale ancora però distante dalla media europea e ancora di più da quella dei Paesi con cui l’Italia dovrebbe confrontarsi (in Europa, Francia e Germania).
Nel 2026 i rubinetti del PNRR si chiuderanno e il governo non ha fatto nulla per assorbire il contraccolpo che verrà. Nonostante un piano dettagliato di finanziamento sia disponibile da anni, è sempre rimasto lettera morta.
“Questo sottofinanziamento cronico, unito a regole troppo restrittive per i contratti di collaborazione alla ricerca, produce effetti devastanti: carriere bloccate, emigrazione verso centri di ricerca e università straniere, riduzione della qualità dell’offerta formativa, impossibilità di competere sul piano internazionale” si legge in un comunicato della Rete delle Società Scientifiche.
Buona parte dei giovani ricercatori e delle giovani ricercatrici assunte con i fondi del PNRR tra pochi mesi rischiano di venire espulsi dal sistema accademico. “È necessario stabilizzare la spesa per ricerca pubblica e università allo 0,7% del prodotto interno lordo” è la proposta avanzata dalle oltre 100 società scientifiche italiane.
Nella legge di bilancio 2026 dovrebbe essere incluso un finanziamento al PRIN (Progetti di Rilevante Interesse Nazionale) per 150 milioni di euro, che però sono un compromesso al ribasso rispetto a quanto chiedeva la Senatrice a vita Elena Cattaneo, ovvero tre volte tanto.
Autonomia o centralizzazione
Se la carenza di risorse è una caratteristica quasi identitaria del sistema universitario italiano, che si ripete negli anni a prescindere dal colore politico del governo in carica, quello che siede oggi a Palazzo Chigi avrebbe in mente una riforma del sistema di governance dell’accademia che, secondo la Rete delle Società Scientifiche, ne ridurrebbe fortemente l’autonomia.
“Alla luce delle preoccupanti voci sul progetto ministeriale che prevederebbe la designazione di un rappresentante del Governo in tutti i consigli di amministrazione (CdA) delle Università pubbliche, e del decreto del Consiglio dei Ministri che pone l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) sotto il controllo dell’esecutivo, è necessario ribadire che l’autonomia universitaria non è un privilegio corporativo, ma un principio costituzionale (art. 33) e una condizione imprescindibile per la qualità della ricerca e della didattica”.
“Peraltro, ben due dei tre componenti del collegio dei revisori dei conti, presenti in tutti i CdA, sono già di nomina governativa, essendo designati, rispettivamente, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dal Ministero dell’Università e della Ricerca, tra dirigenti o funzionari dei ministeri stessi. Se è ragionevole che i revisori dei conti siano in sintonia con l’esecutivo e con i ministeri maggiormente interessati, sarebbe invece esiziale (e anti-costituzionale) introdurre un controllo sulle attività di didattica e ricerca. Un sistema universitario vitale ha bisogno di pluralità, libertà di indirizzo e responsabilità locale, non di una catena di comando uniforme e gerarchica”.
Il governo starebbe anche considerando di allungare la carica di rettore o rettrice da sei a otto anni, con possibilità di rielezione. Secondo i critici, il risultato porterebbe a un’eccessiva concentrazione di potere.
Oltre all’ANVUR, meritano attenzione anche altri due organi del sistema nazionale di governance: “La CRUI, come conferenza dei rettori, non può limitarsi a recepire le decisioni del Governo: deve tornare a essere parte attiva del processo, riportando al centro le comunità accademiche. Il CUN (Consiglio Universitario Nazionale, ndr) – che sarà presto investito da una riforma annunciata dal governo – deve mantenere il suo ruolo di espressione di tutte le componenti del mondo accademico. L’Università è una comunità di persone, non una piramide amministrativa”.
La richiesta di un confronto
Infine, oggetto di discussione sono anche i concorsi per l’assunzione di ricercatori e docenti. Per contrastare pratiche opache, l’intenzione è quella di introdurre commissioni di valutazione i cui membri vengono estratti a sorte da una lista nazionale, “allo scopo dichiarato di combattere nepotismo e corruzione. Il dibattito ricorrente tra concorsi locali e nazionali deve essere affrontato senza ideologie ma con chiarezza. Serve un modello di reclutamento trasparente, fondato sulla qualità scientifica e sulla responsabilità delle sedi: non possiamo tornare a un centralismo che mortifica l’autonomia degli atenei, né possiamo accettare pratiche opache a livello locale.
L’esperienza mostra che irrigidire ulteriormente le regole dei concorsi produce benefici limitati. Può risultare più efficace favorire una maggiore assunzione di responsabilità da parte delle università e dei Dipartimenti. L’obiettivo deve essere quello di creare condizioni in cui il reclutamento di personale non idoneo si riveli, nel medio periodo, una scelta poco vantaggiosa”.
Secondo la Rete delle Società Scientifiche, la “ridefinizione della governance del sistema universitario deve essere frutto di un confronto ampio e aperto”, ma alcuni punti devono rimanere fermi: “l’autonomia universitaria è un bene pubblico da difendere. La ricerca libera e di qualità richiede fiducia e risorse, non commissariamenti. La valutazione deve essere al servizio della crescita, non del controllo burocratico. Il finanziamento stabile dell’università è una scelta strategica per il futuro del Paese. È necessario attivare un programma di finanziamenti regolari per concorsi per l’immissione in ruolo di giovani ricercatori”.
Non è al momento chiaro quale iter istituzionale seguiranno le idee di riforma della governance accademica. Potrebbe anche essere quello di una riforma a pezzi, per emendamenti ad altri decreti legge, come è stato per l’introduzione dei nuovi inquadramenti per il preruolo. In questa eventualità, sarebbe ancora più complicato apportare eventuali modifiche e aggiustamenti.
“Chiediamo al Governo e al Parlamento di ascoltare la voce della comunità accademica e di aprire un confronto vero sulla governance del sistema, sui meccanismi di finanziamento e di reclutamento e sul ruolo delle agenzie di valutazione. Difendere l’università pubblica e la ricerca indipendente significa difendere la democrazia, la cultura e il futuro dell’Italia”.